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EXTENDA

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Dal 22 al 24 maggio Extenda organizza a Siviglia il “VI Incontro Internazionale di Materiali da Costruzione”. L’obiettivo dell’iniziativa è quello di mettere in contatto centrali di acquisti di diversi materiali da costruzione, importatori o distributori di tutto il mondo con aziende andaluse. L’evento prevede incontri B2B e visite all’interno delle aziende.

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Al link di seguito trovate il programma dell’evento e le aziende andaluse partecipanti. Si tratta di aziende specializzate in distinti settori dalla pittura, alle pietre naturali, la terracotta e i mattoni, l’arredo urbano, la carpenteria metallica, l’isolamento acustico, ecc.

https://extendaplus.es/buildingmeetings2018/agenda/

SEAT

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La SEAT lancerà un nuovo modello ogni sei mesi da qui al 2020 e dà inizio all’offensiva elettrica

La SEAT lancerà un nuovo modello ogni sei mesi fino al 2020. I primi due modelli sono la SEAT Tarraco e la CUPRA Ateca, che arriveranno sul mercato alla fine di quest’anno. Nel 2019 sarà poi la volta della nuova Leon nelle varianti cinque porte ed ST. Nel 2020, infine, la SEAT presenterà il suo primo modello 100% elettrico, con un’autonomia di 500 km e prodotto sulla piattaforma MEB del gruppo Volkswagen e, per la prima volta, introdurrà un CUV (Crossover Utility Vehicle) nella propria gamma.

L’annuncio è stato fatto da Luca de Meo, Presidente SEAT, in occasione della presentazione annuale alla stampa dei risultati di bilancio, avvenuta a Madrid. SEAT fa un importante passo avanti nella promozione della mobilità elettrica e questo porterà, sempre nel 2020, a includere nella gamma una versione ibrida della nuova generazione della Leon. Inoltre, il marchio proseguirà con la propria offensiva all’insegna del metano, così come dei motori a combustione.

Siamo felici dei risultati raggiunti nel 2017, ma non dobbiamo considerarci soddisfatti. Insieme, abbiamo portato a termine un periodo di consolidamento ed è giunto il momento di guardare al futuro con l’ambizione di crescere” ha dichiarato il Presidente de Meo.

2017, un anno di record

SEAT ha portato a termine l’esercizio 2017 con successo. Dopo aver ottenuto i migliori risultati di sempre nel 2016, nell’anno appena concluso l’utile dopo le imposte ha raggiunto 281* milioni di Euro, +21,3% rispetto all’anno precedente (232 milioni di Euro), senza contare l’effetto straordinario legato alla cessione della filiale VW Finance, S.A. a Volkswagen AG. L’utile operativo, inoltre, si è attestato a 116 milioni di Euro (143 milioni di Euro nel 2016) per effetto dei maggiori volumi e maggiori investimenti legati a prodotti con maggiori livelli di ammortamento.

Il fatturato ha raggiunto il volume record di 9.552 milioni di Euro, +11,1% rispetto all’esercizio precedente (8.597 milioni di Euro). Queste cifre sono state raggiunte grazie all’incremento delle vendite, con il risultato più alto dal 2001 e un totale di 468.400 unità consegnate, che hanno reso la SEAT uno tra i Marchi che cresce più rapidamente in Europa, e grazie a un migliore mix di prodotto guidato dalla Ateca, un modello con un maggior margine di contribuzione. Dal 2013, il fatturato di SEAT è cresciuto quasi del 50%.

Il 2017 è stato un altro anno record per SEAT”, sottolinea Luca de Meo. Dal punto di vista delle vendite, “i risultati raggiunti sono l’effetto del corretto rendimento di ciascun modello della gamma. Oggi abbiamo a disposizione una delle gamme modelli più giovani del mercato, con una media di poco più di tre anni, che copre tutti i segmenti rilevanti del mercato europeo con prodotti di valore”. “In pochi anni abbiamo convertito SEAT in un Marchio rilevante per la grande maggioranza dei clienti in Europa” ha condiviso inoltre de Meo.

L’offensiva di prodotto in atto è il risultato del più importante volume di investimenti effettuato da SEAT dal 1992, anno di costruzione dello stabilimento di Martorell. Lo scorso anno, SEAT ha destinato 962 milioni di Euro a investimenti e spese per R&D, che rappresentano un +11,6% rispetto al 2016 (862 milioni) e il 10,1% del fatturato totale dell’Azienda. Di questi, 464 milioni di Euro sono stati destinati interamente a Ricerca e Sviluppo. Una cifra che rappresenta circa il 3% degli investimenti totali in R&D effettuati in Spagna, riconfermando SEAT come il principale investitore industriale del Paese.

Tra il 2013 e il 2017, la SEAT ha destinato oltre 3.300 milioni di Euro al proprio futuro, concentrandosi principalmente sull’offensiva di prodotto più grande della propria storia, così come su nuovi servizi volti a renderla un’impresa di riferimento per digitalizzazione, connettività e mobilità intelligente.

Holger Kintscher, Vicepresidente per Finanza, IT e Organizzazione SEAT, ha sottolineato: “nel 2017 abbiamo migliorato tutti i nostri indicatori finanziari. Continuiamo a investire nel nostro futuro, e ciò sta già portando buoni risultati. Abbiamo portato a termine il più grande investimento degli ultimi 25 anni e, grazie a questo sforzo per rinnovare e ampliare la nostra gamma di prodotti, abbiamo raggiunto risultati record in termini di fatturato, utile dopo le imposte al lordo di oneri straordinari e cash flow”. “La strategia di SEAT sta funzionando e abbiamo raggiunto l’obiettivo della profittabilità. Siamo un’impresa sostenibile e siamo preparati ad affrontare le sfide del futuro e a finanziare i nostri piani di crescita” ha aggiunto Kintscher.

Nel 2017, la SEAT ha aumentato inoltre la capacità di finanziare le proprie attività mediante le proprie risorse. In questo senso, il cash flow è cresciuto del 24,4%, raggiungendo la cifra record di 947 milioni di Euro (761 milioni di Euro nel 2016), quasi il triplo rispetto al 2013, a dimostrazione della sostenibilità finanziaria dell’Azienda. SEAT dispone delle risorse necessarie per affrontare la trasformazione tecnologica in corso nel settore dell’auto, garantendo nel contempo la propria stabilità finanziaria.

In aggiunta a ciò, nel 2017 la SEAT ha esportato l’81,1% del proprio volume d’affari, consolidandosi come la principale impresa industriale esportatrice della Spagna, con un volume pari a circa il 3% del totale del Paese. L’obiettivo di SEAT per i prossimi anni è di impostare la propria internazionalizzazione e continuare a crescere fuori dall’Europa.

Dal punto di vista industriale, nel 2017 la SEAT ha inaugurato a Martorell la nuova piattaforma industriale MQB A0, con il lancio di Ibiza e Arona. I due modelli, insieme a Leon e Audi Q3 (che sarà sostituita dalla Audi A1 nel secondo semestre del 2018), hanno portato Martorell al 95% della capacità produttiva totale dello stabilimento. La piattaforma MQB A0, inoltre, apporta stabilità, in quanto garantirà un alto volume di produzione per i prossimi 10 anni.

L’aumento della produzione e i piani futuri della Casa hanno generato un aumento dell’occupazione. Nel 2017, l’organico del Gruppo SEAT è cresciuto di 185 persone e altri 265

nuovi collaboratori sono già stati assunti nel 2018. Inoltre, secondo quanto stabilito dal Convegno collettivo di SEAT, ciascun lavoratore riceverà un extra bonus pari a 700 Euro per i risultati raggiunti, quasi il doppio dell’importo dello scorso anno.

 

Più Brand, più mercati, più auto e più energie

Nel corso della presentazione dei piani futuri dell’Azienda, Luca de Meo non ha mancato di sottolineare che la crescita del Marchio si baserà su quattro pilastri: “più Brand, più mercati, più auto e più energie”. Così, nel primo trimestre dell’anno SEAT ha lanciato CUPRA, da sempre emblema della sportività e, da ora, “un Marchio in grado di generare maggiori introiti, accattivare nuovi Clienti, portare avanti l’impegno con il Motorsport, integrare in modo più semplice tecnologie come l’elettrificazione, l’ibridizzazione, la connettività e i sistemi per l’assistenza alla guida e migliorare l’immagine, la credibilità e la reputazione dell’organizzazione SEAT”, ha condiviso de Meo.

SEAT, inoltre, ha fondato di recente XMOBA, una nuova Azienda che ha l’obiettivo di identificare, testare, commercializzare e investire in progetti che contribuiscano a migliorare la mobilità del futuro. XMOBA e CUPRA si uniscono così a SEAT Metropolis:Lab Barcelona, il digital-lab inaugurato nel 2017 e controllato al 100% da SEAT che si integra nella rete di IT-Lab del Gruppo Volkswagen. Le tre nuove aziende, insieme a SEAT, stanno dando vita a “una holding caratterizzata da un’attività principale e piccole aziende sotto lo stesso ombrello. La nostra intenzione è quella di combinare i migliori aspetti tipici di una solida struttura corporativa con l’agilità, la flessibilità e la rapidità che caratterizzano le start up”.

Luca de Meo ha riconfermato poi la volontà di SEAT di aprirsi verso l’esterno e costruire un ecosistema digitale che ruoti intorno all’auto. All’interno di questa cornice, ci sono gli accordi di collaborazione raggiunti con aziende quali Amazon Alexa, Shazam, Waze, Telefónica e Saba. “Vogliamo essere un attore importante nella rivoluzione dell’auto connessa. La nostra ambizione è divenire un punto di riferimento in questo”.

Tra i pilastri della strategia condivisa dal Presidente de Meo vi è anche la globalizzazione. La Casa opera in oltre 80 Paesi, ma solo il 15% del volume di vendita è attualmente realizzato fuori dall’Europa. In tal senso, le regioni strategiche per la crescita del Marchio sono il nord Africa, dove SEAT è a capo del progetto del Gruppo Volkswagen relativo all’assemblaggio di vetture in Algeria, e poi America Latina e Messico, Paese in cui la SEAT sta valutando la possibilità di avviare la produzione. In aggiunta, negli ultimi mesi SEAT ha iniziato a vendere le proprie vetture in Norvegia e Nuova Zelanda, confermando così la presenza del Marchio nei cinque Continenti. La SEAT fa parte inoltre della joint venture di Volkswagen Group China e JAC, offrendo supporto tecnico e condividendo know how nelle aree di R&D e design.

Per garantire un seguito a questo percorso di crescita, la Casa continuerà ad ampliare la propria gamma con nuovi modelli. “SEAT presenterà una nuova auto ogni sei mesi da qui al 2020” ha commentato Luca de Meo, svelando che “il 2020 sarà per noi l’anno dell’elettrificazione, con il lancio di una versione ibrida plug-in della nuova SEAT Leon, costruita nello stabilimento di Martorell e con un’autonomia di almeno 50 km, così come il primo modello completamente elettrico del Marchio, prodotto sulla piattaforma MEB del Gruppo Volkswagen”. La prima auto elettrica della Casa, svelata in anteprima con alcune immagini, arriverà sul mercato con un prezzo competitivo, conterà su un’autonomia di 500 km e sarà dotata dei più avanzati sistemi di connettività e infotainment presenti sul mercato, nonché di almeno un livello 2 di capacità di guida autonoma.

Il Presidente SEAT ha inoltre riaffermato l’impegno dell’Azienda nei confronti delle auto a metano. “Stiamo guidando il progetto di sviluppo tecnico delle auto a metano all’interno del Gruppo Volkswagen. La Arona TGI, che lanceremo quest’anno, sarà l’unico crossover al mondo alimentato a metan

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MENICHETTI

menichettiIn occasione del Loy Banking & Finance Awards 2018, all’avv. Enzo Pisa, socio dello Studio Legale Menichetti, è stata conferita la menzione d’eccellenza “Avvocato dell’anno diritto del lavoro – banking” per essereconsiderato un professionista molto accreditato e rispettato, ritenuto uno dei maggiori esperti italiani nel settore, e per questo viene scelto da primari istituti di credito e assicurativi italiani per risolvere problematiche giuslavoristiche di elevata complessità e che richiedono competenze e professionalità di eccezionale livello, oltre che una visione sistematica della materia».

Il Premio Loy include categorie di professionisti e di avvocati che si sono distinti per i propri successi nel ramo bancario/finanziario e nella consulenza relativa al rapporto banca-impresa.

Il suddetto premio si aggiunge a quello vinto dallo Studio Legale Menichetti nella scorsa edizione del Premio LOY con “Menzione d’eccellenza Studio legale diritto del lavoro Banking”.

Anche quest’anno lo Studio ha concorso con i più autorevoli studi legali italiani che operano nel ramo bancario e finanziario.

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ABBATESCIANNI

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Il litisconsorzio necessario nei confronti dei beneficiari nella revocatoria del trust

 

Avvocato Giovanni Izzo

La questione del litisconsorzio necessario rispetto ai beneficiari nell’azione revocatoria di un trust è da tempo oggetto di un ampio dibattito che ha portato alla formazione di due orientamenti tra loro contrastanti.

Secondo un primo indirizzo, infatti, i beneficiari del trust non devono considerarsi parti necessarie del giudizio di revocatoria perché oggetto della domanda azionata non sarebbe l’atto istitutivo del trust in sé, bensì il successivo atto dispositivo, compiuto dal settlor, con cui il nuovo ente, nella persona del trustee, viene dotato, senza che sia richiesta la partecipazione dei beneficiari, di un patrimonio.

I beneficiari non potrebbero ritenersi litisconsorti necessari in quanto, non essendo direttamente titolari dei beni conferiti nel trust, non subirebbero, nell’ipotesi di revoca dell’atto traslativo, un effettivo pregiudizio, ma vedrebbero semmai leso un loro mero interesse di fatto all’integrità patrimoniale dell’ente.

Essendo il trust non un ente dotato di personalità giuridica, ma un insieme di beni e rapporti destinati ad un fine determinato, nell’interesse di uno o più beneficiari, e formalmente intestato al «trustee», quest’ultimo risulterebbe essere l’unico soggetto che, oltre a poter disporre in via esclusiva dei diritti conferiti nel patrimonio vincolato, sarebbe legittimato a farli valere nei rapporti con i terzi, anche resistendo in giudizio (cfr. Corte d’Appello di Milano, sentenza 25 novembre 2016): infatti, sempre e solo nei suoi confronti il creditore del disponente potrebbe correttamente avviare, una volta riconosciuta l’inefficacia relativa dell’atto di disposizione all’esito del giudizio di revocatoria, l’esecuzione forzata.

Secondo altro orientamento, invece, i beneficiari del trust devono considerarsi litisconsorti necessari nel giudizio di revocatoria proprio perché, pur non titolari del patrimonio vincolato, sarebbero comunque interessati dagli effetti della sentenza che dispone la revoca del negozio di conferimento dei beni nel trust, venendo la loro posizione, sia giuridica che di fatto, comunque pregiudicata dagli effetti di una simile pronuncia.

Ad analoga conclusione potrebbe giungersi anche attraverso una interpretazione a contrario della giurisprudenza di legittimità in materia di fondo patrimoniale.

Con riferimento a tale istituto, la Cassazione ha, infatti, escluso la legittimazione passiva dei figli dei disponenti in giudizi analoghi, in quanto gli stessi non potrebbero vantare pretese azionabili direttamente nei confronti dei genitori – amministratori del fondo patrimoniale (cfr. Cassazione Civile, sentenza 15 maggio 2014 n. 10641; Cassazione Civile, sentenza 8 settembre 2004 n. 18065; Cassazione Civile, sentenza 17 marzo 2004 n. 5402) .

I beneficiari del trust, invece, essendo nella posizione di azionare pretese nei confronti sia del trust stesso che del trustee, dovrebbero poter essere riconosciuti quali litisconsorti necessari in tutti quei giudizi che riguardano, sotto ogni aspetto, il negozio dispositivo-segregativo (cfr. S. Bartoli, Azione revocatoria di trust e litisconsorzio necessario rispetto ai beneficiari: la prima pronunzia della Cassazione, Il Caso, 22 Novembre 2017).

A far chiarezza sulla questione è, quindi, di recente intervenuta la Cassazione che, con la sentenza n. 19376 del 3 agosto 2017, ha proposto una soluzione alternativa a quelle appena illustrate, capace di sanare almeno in parte il contrasto interpretativo descritto.

Il caso esaminato dai giudici di legittimità è relativo al conferimento di determinati beni, dapprima in un fondo patrimoniale e poi in un trust, da parte di una coppia di coniugi che, attraverso tali strumenti, ha inteso destinare parte del proprio patrimonio alle necessità di vita e di studio dei figli.

Gli atti dispositivi sono stati, però, ritenuti pregiudizievoli per i propri interessi da una banca, creditrice di uno dei coniugi, che ha, pertanto, agito in revocatoria, ottenendo, sia in primo che in secondo grado, la declaratoria di inefficacia, ai sensi dell’art. 2901 c.c., di fondo patrimoniale e trust.

Contro la sentenza di appello, i coniugi hanno, dunque, promosso ricorso per Cassazione, lamentando la mancata integrazione del contraddittorio in sede di merito, non avendo la corte d’appello ordinato la chiamata in causa dei figli – beneficiari, e chiedendo, conseguentemente, la dichiarazione di nullità dell’intero processo.

I giudici di legittimità, esaminata la vicenda, hanno, però, giudicato privi di pregio i motivi di gravame proposti dai ricorrenti.

Secondo la Cassazione, infatti, nell’ipotesi di fondo patrimoniale, non essendoci alcuna mutazione nella titolarità dei beni, che restano nella titolarità dei genitori – disponenti, e non sorgendo alcun diritto soggettivo in capo ai figli- beneficiari, questi non possono essere in alcun modo considerati litisconsorti necessari nel giudizio di revocatoria del fondo, come peraltro generalmente riconosciuto da costante giurisprudenza sia di merito che di legittimità (sul punto si veda la giurisprudenza già citata in precedenza).

Ad analoga conclusione, secondo la Suprema Corte, deve giungersi anche con riferimento al trust.

Sul punto, però, i giudici di legittimità ritengono di non poter fare pienamente proprio nessuno degli orientamenti formatisi in giurisprudenza, ed offrono, come preannunciato, una terza via interpretativa secondo cui i beneficiari del trust possono essere considerati legittimati passivi nell’azione revocatoria solo quando l’atto costitutivo del trust riconosca loro la titolarità di diritti attuali sui beni conferiti nello stesso.

In assenza di un espresso riconoscimento di tali prerogative, unico legittimato passivo nel giudizio di revocatoria non può che essere il trustee.

Il trust, infatti, diviene operativo, spiega la Corte, in forza di due tipologie di atti: il primo, di carattere unilaterale, finalizzato esclusivamente alla sua istituzione, ed il secondo (o i secondi, potendo il settlor procedere anche con una pluralità di negozi distinti) di natura prettamente dispositiva, diretto a trasferire i singoli beni in capo al trustee.

Se l’atto istitutivo, di per sé, non appare idoneo a determinare nessun pregiudizio per le ragioni dei creditori del disponente, non andando ad incidere sulla consistenza del suo patrimonio e, dunque, sulla sua capacità di adempiere alle proprie obbligazioni, altrettanto non può dirsi degli atti con cui i beni vengono trasferiti in capo al trustee, il quale, divenendo l’unico soggetto legittimato a disporre degli stessi, diviene anche il solo a poter resistere in un giudizio per tutelarli.

Chiarito tale aspetto, i giudici di legittimità hanno inoltre osservato come l’eventuale interesse dei beneficiari alla corretta amministrazione del patrimonio conferito nel trust non rappresenti, almeno in linea teorica, una ipotesi di interesse diretto ed immediato ad intervenire nel giudizio di revocatoria, tale da giustificare la partecipazione dei beneficiari quali litisconsorti necessari.

L’interesse alla corretta amministrazione del trust costituisce una posizione giuridica che riguarda esclusivamente i rapporti tra i beneficiari ed il trustee e che, in nessun modo, può interessare i creditori del disponente.

A diversa conclusione si sarebbe potuti giungere qualora il regolamento del trust avesse consentito di qualificare i beneficiari come attuali beneficiari di reddito o come beneficiari finali aventi diritto immediato a ricevere la titolarità dei beni conferiti in trust, indipendentemente da qualsiasi valutazione discrezionale del trustee.

Solo così, infatti, i beneficiari avrebbero potuto far valere un interesse diretto ed immediato ad intervenire nella controversia che avrebbe giustificato la necessità di una loro chiamata in causa.

Pertanto, nelle ipotesi in cui i beneficiari non siano titolari di diritti soggettivi attuali sui beni conferiti in trust, oltre al debitore, legittimato passivo nell’azione revocatoria è solo il trustee, in quanto unico soggetto di riferimento nei rapporti con i terzi, e dunque anche nei rapporti con i creditori del settlor, e solo titolare di diritti sui beni sottoposti a segregazione.

La soluzione offerta dalla Corte di Cassazione si pone in linea anche con quanto previsto dal diritto inglese, dal quale il nostro ordinamento ha mutuato l’istituto del trust, secondo cui nelle controversie promosse dai creditori del disponente nei confronti del trust, la protezione di questo è affidata al trustee, al posto o in aggiunta ai beneficiar (Di Sapio, Muritano, “Solo il «trustee» partecipa al giudizio di revoca del trust”, Il Sole 24 Ore, 9 novembre 2017).

Perciò come in Italia, anche nei sistemi anglosassoni i beneficiari non sono parti necessarie del processo, ma possono intervenire volontariamente nello stesso per evitare di essere pregiudicati dalla pronuncia di revocatoria.

 

COCUZZA & ASSOCIATI

Diapositiva53LA NUOVA LEGGE SUL WHISTLEBLOWING

La rivelazione del segreto scientifico ed industriale

di Giacomo Gori

Con la legge in commento il legislatore italiano ha definitivamente introdotto nel nostro ordinamento il c.d. whistleblowing, ovverosia un insieme di disposizioni per la tutela degli autori di segnalazioni di reati o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza nell’ambito di un rapporto di lavoro pubblico o privato.

Attraverso le suddette disposizioni vengono approntate una serie di tutele ai soggetti denuncianti, volte a garantire l’anonimato delle segnalazioni, il divieto di atti ritorsivi o discriminatori, diretti od indiretti, nei confronti del segnalanti per motivi attinenti alla segnalazione stessa, la reintegra in caso di licenziamento illegittimo a causa della segnalazione e l’onere della prova in capo al datore di lavoro in merito all’estraneità, rispetto alla segnalazione, delle misure discriminatorie o ritorsive eventualmente adottate.

Oltre a quanto sopra, il perseguimento dell’integrità delle amministrazioni, pubbliche e private e la prevenzione e la repressione delle malversazioni, divengono interessi primari a tal punto da costituire giusta causa di rivelazione di notizie coperte dall’obbligo di segreto (tra cui il segreto d’ufficio, il segreto professionale, il segreto scientifico o industriale) oppure dell’obbligo, in capo al prestatore di lavoro, di non divulgare notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione dell’impresa.

Per comprendere gli effetti dell’esimente relativa alla rilevazione dei segreti scientifici industriali, in particolare, è necessario soffermarsi sulla portata della norma, l’art. 623 c.p., che si pone quale fattispecie specifica del segreto professionale e punisce chiunque rivela o impiega, a proprio o altrui profitto, notizie destinate a rimanere segrete, in merito a scoperte o invenzioni scientifiche o applicazioni industriali di cui è venuto a conoscenza per ragioni sostanzialmente professionali.

La norma penalistica costituisce una sanzione del più generico obbligo di fedeltà e mira a tutelare non solo la segretezza delle notizie che possono rientrare specificatamente nelle mansioni a cui il lavoratore e preposto ma anche di quelle che lo stesso lavoratore è venuto a conoscenza in modo del tutto causale.

Con la legge sul whistleblowing, pertanto, l’interesse all’integrità delle amministrazioni pubbliche o private acquisisce un valore nuovo, idoneo a superare quello patrimoniale relativo allo sfruttamento economico ed esclusivo dell’innovazione.

Tuttavia, al fine di evitare inutili, pericolose o dannose divulgazioni, la legge prevede espressamente che le notizie e i documenti coperti da segreto (i) vengano comunicati esclusivamente agli organismi preposti e (ii) siano limitati a quelli strettamente necessari all’eliminazione dell’illecito (nell’ottica complessiva della legge stessa che è, appunto, quella di preservare l’integrità dell’amministrazione e non certo quella di consentire un’indebita rivelazione di segreti industriali o scientifici).

Peraltro è bene rilevare che la stessa normativa esclude l’applicabilità della giusta causa nel caso in cui l’obbligo di segreto professionale gravi su chi sia venuto a conoscenza della notizia a causa del rapporto di consulenza professionale o di assistenza con l’ente, l’impresa o la persona fisica interessata.

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La nuova disciplina dei Condhotel (DPCM 22 gennaio 2018)

A cura di Matteo Molesti

Si tratta di un fenomeno immobiliare consolidatosi negli Stati Uniti ed, in generale, nei paesi di matrice anglosassone, che nel recente passato ha fatto un timido ingresso anche nella prassi negoziale italiana, in forme più o meno consentite in relazione al vuoto normativo che contraddistingueva la materia sino alla pubblicazione del D.L. 133/2014 (c.d. decreto Sblocca Italia) e, soprattutto, del recentissimo decreto Presidente del Consiglio dei Ministri del 22 gennaio 2018.

Il concept del Condhotel consiste nell’attribuzione della proprietà piena di una o più unità immobiliari ubicate all’interno di una struttura alberghiera (per lo più di lusso), che vengono pertanto adibite ad uso personale/residenziale dell’acquirente, ma che al contempo possono produrre un profitto quando non utilizzate dal proprietario e offerte alla clientela dell’albergo alla stregua di una comune camera di quest’ultimo.

Il condhotel può nascere sia dalla trasformazione in appartamenti di una porzione di un albergo esistente, sia dall’aggregazione ad un hotel di un certo numero di appartamenti ubicati nelle immediate vicinanze.

 

L’obiettivo è di frazionare un unico immobile adibito ad albergo (con vincolo di destinazione turistico-alberghiera) in singole unità, corrispondenti a parte delle stanze dello stesso, alla condizione per l’acquirente di conferire mandato al venditore ovvero al gestore della struttura alberghiera di locarle a terzi come camere d’albergo per brevi periodi, dietro un corrispettivo in favore dell’acquirente-proprietario pari ad una percentuale su base periodica del prezzo d’acquisto.

 

I vantaggi. Quest’operazione permette alla proprietà dell’albergo di ottenere un ricavo immediato, derivante dal prezzo di vendita dell’unità immobiliare venduta, destinata ad esempio a ripagare tutto o parte dell’investimento ovvero a ristrutturare l’albergo. All’acquirente l’operazione permette di diventare proprietario di uno o più piccoli immobili, di poterne usufruire in alcuni periodi dell’anno e di percepire un profitto prestabilito quando non lo utilizzasse. Gli utenti infine traggono il vantaggio di usufruire di strutture ricettive ristrutturate e moderne, innescando un circolo virtuoso in forza del quale più alto è il comfort dell’albergo e maggiori sono i turisti che vi soggiorneranno così aumentando i profitti per tutti gli attori.

Il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 22 gennaio 2018

Pur avendo il decreto c.d. Sblocca Italia introdotto in Italia l’istituto del Condhotel, esso non aveva previsto una regolamentazione analitica, demandando invece ad un successivo decreto attuativo del Presidente del Consiglio dei Ministri (da emanarsi d’intesa con la Conferenza Stato-Regioni) la disciplina dettagliata delle condizioni di esercizio.

Orbene, con la pubblicazione del DPCM dello scorso 22 gennaio (ancora in attesa di essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale), viene finalmente stabilita in maniera organica l’intera materia dei Condhotel, che indica i criteri e le modalità per la rimozione del vincolo di destinazione alberghiera limitatamente alle unità compravendute che vengono adibite a destinazione residenziale.

L’effetto sperato di tale provvedimento è di diversificare e migliorare la qualità dell’offerta turistica nazionale, incentivando la riqualificazione delle strutture alberghiere esistenti.

Il DPCM in sintesi

Condizioni di esercizio dei Condhotel (art.4):

(a) la presenza di almeno 7 camere, al netto delle unità abitative ad uso residenziale, anche se ubicati in più edifici, se inseriti in un unico contesto ed aventi una distanza non superiore a 200 metri lineari dall’edificio alberghiero sede del ricevimento;

(b) la percentuale massima delle unità abitative non può superare il 40% della superficie totale netta destinata alle camere;

(c) unica portineria per chiunque usufruisca del Condotel, siano essi ospiti della struttura alberghiera o proprietari delle unità abitative, con la possibilità di prevedere un ingresso separato per dipendenti e fornitori;

(d) gestione unitaria e integrata dei servizi del Condotel, siano essi offerti agli ospiti della struttura alberghiera o ai proprietari delle unità abitative per la durata stabilita nel contratto di compravendita delle unità abitative e comunque non inferiore a 10 anni dall’avvio del Condotel;

(e) eventuale esecuzione di interventi di riqualificazione per ottenere per la struttura alberghiera una classisifcazione minima di 3 stelle.

(f) rispetto della normativa vigente in materia di agibilità per le unità abitative ad uso residenziale.

 

I contenuti dei contratti di acquisto delle unità abitative ad uso residenziale ubicate in un condhotel (art.6):

(a) una descrizione accurata e dettagliata dell’immobile e dell’ubiazione all’inteno dell’esercizio del condhotel nonché la descrizione dell’intera struttura;

(b) le condizioni di godimento dei servizi erogati e le modalità concernenti l’uso di eventuali strutture comuni;

(c) una descrizione accurata di tutti i costi connessi alla proprietà dell’unità residenziale, delle modalità di ripartizione di tali costi indicando le spese obbligatorie (es. tasse ed imposte), amministrative e gestionali generali (es. gestione, manutenzione e riparazione delle parti comuni);

(d) la previsione che l’unità abitativa ad uso residenziale, ove non utilizzata dal proporietario possa essere adibita, con il suo consenso,  da parte del gestore unico a impiego alberghiero;

(e)   il regolamento delle modalità di utilizzo  delle singole unità abitative qualora venga meno per qualunque causa l’attività del gestore unico.

L’art.6 aggiunge che il proprietario della struttura alberghiera deve dal canto suo impegnarsi a garantire tutti i servizi previsti dalla normativa vigente (e dalle rispettive leggi regionali) ed a subentrare negli obblighi posti a carico del gestore, in caso di interruzione dell’erogazione dei servizi comuni o di sua sopravvenuta impossibilità ad erogarli a qualunque titolo intervenuta.

 

Obblighi del gestore unico (art.7):

Il gestore unico deve impegnarsi ad offrire ai proprietari delle unità abitative ubicate nella struttura alberghiera tutti i servizi previsti dalla normativa vigente (ivi incluse le eventuali leggi regionali e direttive per il livello in cui il Condotel è classificato), quelli pattuiti in via convenzionale e quelli concernenti l’uso delle strutture comuni.

Obblighi del proprietario dell’unità abitativa ad uso residenziale (art. 8):

Il proprietario deve rispettare le modalità di conduzione del condhotel e garantire l’omogeneità estetica dell’immobile in caso di interventi edilizi sull’unità acquisita, nonchè gli ulteriori obblighi assunti contrattualmente.

Pubblicità del contratto di compravendita del’unità abitativa (art.10):

L’atto di compravendita dell’unità abitativa ubicata nella struttura albeghiera deve essere trascritto nei registri immobiliari

 

Rimozione del vincolo di destinazione alberghiera (art.11):

Ai fini della rimozione del vincolo di destinazione alberghiera in caso di interventi edilizi sugli esercizi alberghieri esistenti e limitatamente alla quota delle unità abitative ad uso residenziale, il DPCM prevvede due soluzioni:

– ove sia necessaria la variante urbanistica, le Regioni possano prevedere modalità semplificate per l’approvazione di varianti agli strumenti urbanistici da parte dei Comuni;

– ove la variante urbanistica non sia necessaria, i Comuni possono concedere lo svincolo parziale degli edifici destinati ad esercizio alberghiero con il cambio di destinazione d’uso a civile abitazione, previo pagamento dei relativi oneri di urbanizzazione, e la possibilità di frazionamento e alienazione anche per singola unità abitativa, purchè venga mantenuta la gestione unitaria, gli standard relativi alla destinazione ricettiva e alla destinazione residenziale e sia rispettato il limite massimo del 40% della superficie totale netta destinata alle camere (pena l’inefficacia del provvedimento di rimozione del vincolo per la parte eccedente).

 

Termine per l’adeguamento delle Regioni al DPCM (art. 13):

Le Regioni a statuto ordinario devono adeguarsi a quanto disposto dal DPCM entro un anno dalla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale (avvenuta il 22 gennaio 2018).

Le Regioni a statuto speciale e le Province autonome di Trento e Bolzano si dovranno adeguare nel medesimo termine di un anno ai sensi dei rispettivi statuti speciali e delle relative norme di attuazione.

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Confronto con la situazione precedente il DPCM e vantaggi della nuova normativa

Prima della pubblicazione del DPCM, la disciplina ricavabile in detta materia in Italia era tutt’altro che  univoca e semplice, venendo in rilievo un coacervo di norme intersecantesi su più piani (turismo, urbanistica ed edilizia, ordinamento civile, tutela del consumatore, amministrativo, fiscale e penale) con la necessità di comporre il concorso di competenze statali e regionali tramite un criterio di prevalenza e/o giustapposizione.

Questo ha fatto sì che, sino ad oggi, i Condhotel rimanessero un progetto molto appetibile solo in teoria, ma nei fatti di estrema difficoltà nella realizzazione e quindi nella finalizzazione delle relative operazioni sia tecnico-architetoniche che meramente speculative, sia da un punto di vista civilistico che urbanistico.

Il problema – oltre alla complessità di dover rispettare tutte le normative di riferimento – riguardava fondamentalmente le difficoltà, legate alle tempistiche ed ai costi – variabili da Regione a Regione e da Comune a Comune – necessarie per procedere in Italia, in primis, con il frazionamento di un albergo in tanti subalterni quante le stanze da alienare (escluso parti comuni e sale a diversa destinazione), al fine di cedere la proprietà immobiliare a soggetti terzi ed, a monte di ciò, per superare il vincolo di destinazione turistico-alberghiera relativa all’unità da alienare a titolo definitivo come residenza tout court, ancorchè ubicata all’interno di un albergo e da questo ugualmente locata per periodi più e meno lunghi in funzione del mandato sottoscritto con il proprietario in regime di condhotel.

Infatti, fino alla pubblicazione del DPCM per la creazione dei Condhotels si poteva ricorrere ad un contratto atipico nel quale, a differenza dei normali contratti di acquisto di proprietà per il puro godimento del bene, l’accordo contrattuale avrebbe impegnato il venditore o un terzo a rendere produttivo il bene immobile compravenduto; oggetto di compravendita sarebbe stata la stanza di albergo, dotata di servizio autonomo di cucina e comprensiva della possibilità di fruire dei servizi alberghieri durante il soggiorno. Il compratore avrebbe finalizzato un duplice investimento stante la possibilità di ottenere un profitto, non comprando solo una proprietà immobiliare (in gergo: i muri) ma investendo in un’impresa dal profitto variabile in funzione della collocazione dell’albergo e degli sforzi manageriali del proprietario (o gestore) del medesimo hotel. Infatti, come accennato, lo schema del Condhotel prevede che l’acquisto dell’unità immobiliare si accompagni ad un mandato di gestione in virtù del quale l’albergatore conserva il diritto di affittare la stanza in questione nei periodi di inutilizzo da parte del proprietario, dividendone con questi i relativi ricavi nella misura pattuita ed in ragione dei costi e delle spese.

Tuttavia le più significative problematicità connesse all’introduzione dei Condhotel dipendevano dalla promiscuità tra il bene di proprietà esclusiva e le zone di proprietà alberghiera; cioè dalla tensione tra le diverse finalità, residenziale e ricettiva, della struttura immobiliare complessivamente considerata.

Viceversa, le ragioni che potevano e possono segnare il successo dei Condhotel sono evidenti:

  • il proprietario dell’albergo, alienando le stanze, percepisce un consistente incasso immediato e
  • l’acquirente evita i principali costi ed inconvenienti legati all’acquisto ed alla gestione della proprietà immobiliare di una seconda casa e, contemporaneamente, si assume il diritto esclusivo al godimento di una stanza che viene riassegnata in gestione alla struttura alberghiera quando non utilizzata, così producendo profitto. Ma è proprio questa doppia vocazione alberghiera e residenziale a comportare criticità di non poco conto soprattutto in sede pubblicistica in punto di progettazione urbanistico-edilizia e di riqualificazione turistica, le quali potevano essere risolte in maniera univoca solo in sede legislativa.

In questa cornice rientrava innanzitutto la problematica del vincolo di destinazione, considerato che ogni immobile viene dotato ab origine (cioè al momento della sua edificazione ovvero di eventuali successivi interventi edilizi, ristrutturazioni o addirittura rifabbrica) di una propria destinazione urbanistica/funzionale correlata all’uso fatto dal proprietario sulla base della sua ubicazione nel territorio, del relativo strumento urbanistico e dei suoi caratteri strutturali. Alla destinazione urbanistica si accompagna inoltre la classificazione catastale. In generale, è previsto che all’attività ricettiva debba accompagnarsi una destinazione d’uso di tipo ricettivo, mentre per adibire un’unità immobiliare ad uso abitativo deve essere prevista una destinazione d’uso residenziale. Sotto questo aspetto, vengono infatti in rilievo le normative regionali, provinciali e comunali che fissano le caratteristiche di dettaglio delle singole tipologie di struttura ricettivo-alberghiera o extra-alberghiera (hotel, R.T.A. – Residenza Turistico Alberghiera, C.A.V. – Case e Appartamenti per Vacanze, etc.) ed i servizi erogabili da chi le gestisce. Pertanto un primo ordine di problemi era quello relativo al mantenimento o meno della destinazione d’uso ricettivo-alberghiero relativamente alla singola camera compravenduta con tutte le evidenti ricadute sulla possibilità di legittimo utilizzo e sui futuri atti dispositivi aventi ad oggetto la stanza in Condhotel.

Altro problema pratico era il frazionamento delle singole unità da offrire in vendita in Condhotel con i relativi costi e tempistiche. Peraltro, in mancanza di una disciplina organica e specifica, dal frazionamento potevano derivare profili di illegittimità/invalidità della compravendita, nonché la sussistenza di reati quali la lottizzazione abusiva et similia.

Queste ed altre criticità di cui, per motivi di sintesi, non si fa cenno in questa sede, hanno di fatto smorzato e disincentivato i Condhotel in Italia che configurano una nuova concezione, ben diversa da quella della multiproprietà turnaria.

***

Dunque, con il DPCM ed il prossimo adeguamento delle Regioni alla nuova disciplina ivi regolata, dovrebbe finalmente essere possibile superare queste ed altre criticità, rendendo lo strumento del Condhotel più accessibile e funzionale per tutti i soggetti interessati ad applicarlo concretamente.

 

PANOZZI

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Il tema del recupero dei crediti in Spagna

Di Avv. Panozzi 

La tematica risulta sempre di un certo interesse per quegli imprenditori ed operatori che abbiano contatti, affari o commercio con enti, società, o persone con sede in territorio straniero. Le questioni che insorgono quando il problema si verifica si appalesano di vario tipo a seconda della entità, della documentazione attestante il credito, del rapporto sottostante, del tipo di attività svolta dai soggetti, etc. Qui ci occuperemo delle procedure reciprocamente adottabili in Italia e in Spagna, con cenni a procedimenti normati a livello comunitario ed eseguibili nei singoli Stati. Tenteremo di formare un quadro esaustivo e di effettuare una comparazione tra le differenti normative. La conoscenza di certe procedure e di certi meccanismi rappresenta a mio avviso uno strumento di prevenzione atto ad evitare per quanto possibile problematiche di insoluti. Ma può anche rappresentare un valido strumento per orientarsi nell’ambito delle procedure attivabili per recuperare i propri crediti. Vediamo adesso innanzitutto a quali figure professionali il creditore possa affidare l’incarico di azionare tali procedure.

In Spagna, caso unico tra i Paesi dell’Unione Europea, esistono due figure professionali distinte destinate rispettivamente, l’una a rappresentare, e l’altra ad assistere, la parte (sia essa persona fisica o giuridica) dinanzi agli organi giudiziali: sono el procurador y el abogado. Il primo rappresenta la parte; il secondo la assiste e la difende. Vediamo, più in particolare, che ruoli rivestano e che funzioni svolgano tali figure.

El procurador è un laureato in diritto che accede alla propria carriera attraverso un praticantato, un master ed un esame di Stato, superato il quale dovrà iscriversi al relativo collegio professionale. Egli, come detto, si limita a rappresentare la parte, e quindi compare in giudizio al posto di essa, salvo casi eccezionali in cui la parte debba necessariamente comparire personalmente (ad esempio perché il giudice ne abbia disposto l’interrogatorio, o perché debba sottoporsi a perizia calligrafica). Nell’ordinamento spagnolo vige la regola, non priva di eccezioni, per cui “los demandantes” e “los demandados” (cioè l’attore e il convenuto processuale) non possano comparire e difendersi da soli personalmente dinanzi al giudice. Dunque la presenza personale rappresenta l’eccezione. Le funzioni del procuratore sono le seguenti: deposita, notifica e riceve atti e documenti; realizza gli adempimenti idonei per porre in esecuzione le sentenze rese a favore della parte rappresentata; fa da collegamento tra l’organo giudiziale e l’abogado; si interfaccia con il procurador della controparte; infine, ovviamente, presenzia a tutte le udienze. I procuratori che esercitano in Spagna sono attualmente circa 9.000.

El abogado. Anche el abogado è un laureato in diritto e al tempo stesso anch’egli ha l’obbligo di superare un esame di Stato, dopo aver frequentato apposito master e svolto regolare tirocinio (così è dopo la recente riforma del 2011 che ha reso più armonizzato con gli altri Paesi Europei l’iter per diventare avvocato). Egli dà consulenze; indirizza la strategia processuale; provvede alla difesa in senso tecnico; compare in udienza, dinanzi al giudice, assieme al procurador, ma tuttavia è solo l’abogado ivi svolge il contraddittorio, assiste e difende; inoltre redige gli atti (che poi deposita il procurador). Tutte queste funzioni sono demandate in via esclusiva all’abogado. Egli perciò assiste e difende la parte in senso ampio, sia in giudizio che stragiudizialmente. Dirige l’azione, dopo aver concordato la strategia con il cliente. Solo eccezionalmente lo rappresenta. Gli avvocati che esercitano in Spagna sono attualmente circa 150.000,00.

Differenze. Se nell’ambito della formazione professionale le due figure hanno, come si è visto, punti in comune, nell’esercizio concreto delle rispettive professioni, esse si differenziano e non poco: appartengono a due collegi professionali distinti; svolgono attività complementari, ma diverse a favore della parte; si pongono rispetto agli organi giudiziali in modo e con ruoli diversi; infine applicano tariffe diverse (in particolare il procuratore ha proprie tariffe di legge, mentre l’avvocato concorda liberamente con il cliente il proprio compenso e gli è consentita persino la facoltà di stipulare per iscritto il patto di quota lite). Le due professioni sono alternative ed assolutamente incompatibili tra di esse. Entrambe le figure risultano per regola necessarie e complementari alla parte che intenda procedere giudizialmente o che ivi sia convenuta.

Obbligatorietà della presenza. Esistono eccezioni rispetto alle prevalenti ipotesi di presenza obbligatoria in giudizio di tali professionisti. Le eccezioni più importanti che riguardano il processo civile sono le seguenti: non è richiesta la loro presenza, se il valore della causa è inferiore a 2000 euro; non è richiesta nei procedimenti monitori; non è richiesta nei procedimenti d’urgenza, di sequestro o di opposizione a provvedimenti esecutivi; infine non è richiesta nei procedimenti europei monitori né in quelli di modesta entità. La loro presenza è invece richiesta in tutti gli altri, compreso il juicio cambiario, cioè il procedimento che si basa su assegni, cambiali e lettere di credito. Pure nei procedimenti di lavoro non è richiesta la presenza, né di avvocato né di procuratore, quantunque sia consigliata, vista la complessità della materia e la rilevanza degli interessi in gioco. Altro aspetto da sottolineare è che l’ordinamento spagnolo intende in ogni caso garantire la uguaglianza delle parti in giudizio e perciò impone, alla parte che decida spontaneamente di avvalersi dell’opera professionale dell’avvocato e/o procuratore di comunicarlo all’altra parte affinché, se lo ritenga, essa pure possa effettuare a sua volta proprie nomine.

Incompatibilità. Prima di passare a trattare le modalità di conferimento della procura al procuratore è opportuno ribadire che le due figure professionali sono incompatibili tra di esse e che, per regola, le rispettive funzioni non possono essere assommate e concentrate in una sola delle due figure, anche se tuttavia, in casi del tutto particolari (soprattutto nel procedimento penale, ma talvolta anche in quello amministrativo), l’avvocato può assumere anche la rappresentanza della parte. Il concetto di incompatibilità tra le due funzioni merita attenzione poiché la questione viene spesso ignorata, dagli imprenditori, dai professionisti, ma persino dagli operatori giuridici italiani, che si approcciano, per la prima volta, al sistema giuridico spagnolo. Si pensa di poter demandare tutte le funzioni in capo ad un solo soggetto e cioè all’avvocato, come avviene in Italia ma così non è. L’equivoco di fondo è quello di parificare, o comunque avvicinare, la figura del “procurador” spagnolo con quella del procuratore legale che esisteva in Italia prima della riforma del 1997. Il procuratore legale era colui che, dopo la pratica, e dopo il superamento dell’esame di Stato, iniziava a svolgere la attività professionale di avvocato. Egli tuttavia poteva farlo pienamente solo nel distretto della corte di appello di appartenenza, applicando, peraltro, tariffe, i cui onorari erano dimezzati rispetto a quelle dell’avvocato. Decorsi 8 anni dalla iscrizione, il procuratore acquisiva automaticamente il titolo di avvocato e poteva estendere il proprio raggio di azione a tutto il territorio nazionale. Quindi, essenzialmente, le figure e le funzioni per molti aspetti coincidevano. È scomparso, dopo il ’97, perciò, il titolo di procuratore, ma non la funzione di rappresentanza che, da sempre, viene svolta dall’avvocato, unitamente a quella di assistenza e difesa. Di fatto l’avvocato in Italia ha sempre accentrato in sé sia le funzioni di procuratore, inteso nel senso di rappresentanza, che di difensore, nel senso di assistenza tecnica e difesa della parte. La figura del procurador neppure va confusa con quella del Procuratore della Repubblica, ruolo che in Italia riveste colui che svolge indagini e impersona la pubblica accusa nei procedimenti penali. Ciò chiarito, vediamo come si possa conferire l’incarico di rappresentanza al procurador spagnolo da parte del cliente italiano. Considerata la importanza delle funzioni assegnate e la obbligatorietà imposta dalla legge, tale incombente si appalesa ineludibile e la scelta del procurador risulta molto importante per l’assistito.

La procura è l’atto attraverso il quale si conferiscono i poteri di rappresentanza. In Spagna esistono di tre tipi: generale, speciale e specialissima. Essa deve essere rilasciata tutte le volte che si intenda (o che si debba) conferire il potere di rappresentanza. Quindi è sempre necessaria per il procuratore, mentre non è necessaria per la mera difesa tecnica ed assistenza dell’avvocato. La procura non può essere data, rilasciando il mandato direttamente all’avvocato (come accade in Italia) e cioè facendosi “autenticare” la firma dall’avvocato stesso, bensì necessita di un atto pubblico, redatto da un notaio; oppure la si può conferire “apud acta” per il tramite del segretario giudiziale presso il tribunale; o infine ricorrendo al gratuito patrocinio cioè per il tramite del collegio dei procuratori. Quindi se ciò che conferiamo è rappresentanza, serve la procura, sia che la si dia al procuratore (regola generale valida in quasi tutti i casi) sia che la si dia all’avvocato (cosa che si verifica, solo eccezionalmente). La procura generale conferisce i poteri ordinari e necessari relativi al processo. Si possono escludere alcuni poteri o limitarne altri, ma ciò non è consigliabile, soprattutto per la parte che viva e risieda all’estero. La procura speciale, da parte sua, è necessaria invece per la rinuncia, la transazione, l’arbitrato, la conciliazione o altri atti specifici che comportino la definizione della controversia. È consigliabile in ogni caso inserire anche nella procura generale tali facoltà e, in particolare, quelle di rinuncia, transazione e conciliazione, poiché in Spagna la prima udienza è di regola destinata al tentativo di conciliazione e dunque, a meno che la parte non compaia personalmente, il procuratore sprovvisto di idonea procura non potrebbe compiutamente assolvere le funzioni di rappresentanza. Ci sono poi atti che, comunque, non possono essere delegati a nessuno, come l’interrogatorio formale e la perizia calligrafica. Infine ci sono atti che richiedono la procura specialissima: ciò accade per esempio nella ratifica degli accordi di divorzio. A tal proposito, si pensi che due procuratori muniti di procura specialissima, potrebbero, teoricamente, svolgere da soli tutte le pratiche di divorzio, compresa la comparizione dinanzi al giudice. Va chiarito infine che, attraverso una singola procura possono essere nominati anche più procuratori, cosa sempre consigliabile per evitare di trovarsi scoperti. Come già detto, non è necessaria la procura per conferire l’incarico all’avvocato che assuma la mera difesa tecnica ed assistenza. Tuttavia, è consigliabile porre per iscritto l’oggetto dell’incarico e, sempre per iscritto, pattuire i relativi compensi.

Come si conferisce una procura dall’Italia. Vediamo adesso come in concreto la parte residente in Italia possa conferire poteri di rappresentanza in Spagna senza ivi recarsi. Prima di tutto però dobbiamo tenere presente che in Spagna le procure sono valide solo se redatte con le forme previste secondo la propria specifica normativa. Devono essere conferite per atto pubblico; con specifica dei dati necessari relativi alle parti, al procedimento, ecc.; devono essere redatte in spagnolo o in doppia lingua; infine debbono contenere la “postilla” dell’Aia (compito che in Italia è delegato alla Procura della Repubblica). Dunque la prima difficoltà è quella di reperire un Notaio che conosca la lingua spagnola. Se si vuole ovviare si può ricorrere direttamente al consolato di Spagna, o meglio al console in persona, il quale, esso pure, ha funzioni notarili. Tuttavia se la parte non è un privato ma una società, il console non è tenuto a prestare detto servizio e, qualora comunque intenda farlo, Egli ha necessità di verificare previamente che la parte che si presenta al suo cospetto abbia i poteri necessari di rappresentanza della società stessa ed inoltre che comprenda il contenuto di ciò che va a conferire. Il console, come detto, però per regola, avrebbe funzioni notarili rivolte solo a favore del cittadino. Quanto all’ipotesi di incaricare il notaio, il problema è che deve trattarsi di soggetto che sia in grado di redigere la procura in doppia lingua. Cosicché il consolato risulta essere la soluzione più praticata e meno costosa. Per inciso i consolati, in Italia, si trovano in tutti i capoluoghi di regione.

I procedimenti azionabili per il recupero del credito. Nel caso si renda necessario recuperare un credito nei confronti di un soggetto (persona fisica o giuridica) che abbia sede o residenza in Spagna, i procedimenti esperibili sono quelli qui sotto specificati: 1) il “juicio monitorio spagnolo”, assimilabile al nostro procedimento di ingiunzione; 2) Il “juicio cambiario” esperibile in Spagna quando si sia in possesso di titoli di credito (cheque, pagarè, letra de cambio); esso è apparentemente assimilabile per i requisiti richiesti al procedimento che in Italia si intraprende con il precetto, ma diverso è però il suo sviluppo procedurale.  3) Il procedimento monitorio europeo, parificato in tutti gli stati dell’Unione Europea (Danimarca esclusa). 4) Il procedimento europeo per somme di modesta entità (de escasa cuantia), anch’esso parificato a tutti gli Stati dell’Unione, eccetto la Danimarca. 5) E infine il nostro ricorso per ingiunzione (o procedimento monitoro italiano). Tutti i procedimenti, anche quelli intrapresi in Italia, vedranno la propria fase esecutiva svilupparsi totalmente in Spagna, salvo che il debitore non abbia beni aggredibili in Italia. In un prossimo commento vedremo quali siano i presupposti che consentano di accedere ad uno o più di questi procedimenti e quali siano gli adempimenti da compiere per raggiungere l’obbiettivo finale, che essenzialmente è quello di recuperare il proprio credito (cobrar dinero) in tempi e con costi quanto più possibile contenuti. Il ventaglio dei procedimenti azionabili è abbastanza ampio tanto più che oltre alle suddette procedure, per così dire sommarie, sarebbero esperibili anche altre azioni di carattere ordinario da incardinandare in Spagna o in Italia. A quest’ultimo tipo di procedure si può far ricorso nell’ipotesi in cui difetti la documentazione specifica, necessaria ed idonea per intraprendere i procedimenti sommari di cui sopra, o nel caso in cui si abbia necessità di meglio articolare fatti, domande, prove, etc.

INDRA

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INDRA assorbe il ramo d’azienda di Ericcson in Italia responsabile dello sviluppo dei sistemi it per Enel

Indra, una delle principali società di tecnologia e consulenza in tutto il mondo, ha assorbito il ramo d’azienda di Ericsson in Italia responsabile dello sviluppo dei sistemi di Information Technology per Enel. L’operazione prevede il trasferimento delle attività di sviluppo e manutenzione dei sistemi IT che l’azienda ha sviluppato finora per Enel. In questo modo, Indra sarà responsabile di importanti progetti di fornitura di servizi IT, che comprendono l’integrazione, lo sviluppo e la manutenzione di diversi sistemi ERP (Enterprise Resourse Planning), Business Intelligence, Smart Metering e Grid Management per il gruppo Enel in Italia, America Latina e Spagna.

Con questa integrazione, Indra si rafforza nel settore dell’Information Technology, un mercato in cui è leader in Spagna e America Latina e nel quale vanta anche una presenza consolidata in Italia, dove ha avuto una crescita sostenuta negli ultimi anni. Inoltre, la società consolida la propria posizione in un importante cliente globale come Enel, la più grande utility integrata d’Europa in termini di capitalizzazione di mercato, per la quale svolge progetti in tutto il mondo.

L’operazione prevede l’inserimento in Indra di circa 160 professionisti, con esperienze e capacità altamente complementari con quelle che la società già possiede in Italia. I professionisti accedono ad una realtà leader in tutto il mondo e in piena espansione in Italia, dove potranno sviluppare una carriera professionale di portata internazionale.

In questo senso, l’integrazione dei nuovi professionisti conferma la scommessa di Indra sul talento italiano come motore strategico di crescita locale. Nel 2017, la società ha già inserito circa 180 professionisti presso le sue sedi di Roma, Milano, Napoli e Matera. La maggior parte dei quali entrati nella società grazie al programma Smart Start, volto a promuovere lo sviluppo del talento giovanile all’interno dell’azienda.

“L’operazione rappresenta un passo in avanti decisivo nella nostra proiezione e crescita in Italia, che ci consente di riaffermare l’impegno a contribuire con le nostre soluzioni e capacità alla leadership tecnologica e alla digitalizzazione del Paese”, ha affermato l’amministratore delegato di Indra in Italia, Pedro García, che ha particolarmente apprezzato la “elevata complementarietà e vicinanza culturale dei professionisti, aspetto che faciliterà la loro piena integrazione in Indra, dove oggi lavorano circa 900 professionisti”.

Indra ha installato con successo le proprie soluzioni Energy in più di 140 aziende (elettricità, acqua, oil e gas) di oltre 50 Paesi. Attualmente, i sistemi della società di tecnologia e consulenza consentono alle aziende di energia di tutto il mondo di gestire direttamente oltre 100 milioni di clienti.

CAIXABANK

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 Italia es un país atractivo desde muchos puntos de vista. Es la cuarta economía europea –segunda potencia industrial de Europa-y la octava del mundo. Es un  país emprendedor, con un tejido industrial muy rico y con vocación exportadora.  Además, cuenta con una posición geográfica privilegiada, que une Europa con Asia y ve en España un punto base desde donde cubrir el mercado ibérico y afrontar los mercados de Centroamérica y Suramérica.

Una de las características del país es la dualidad entre norte y sur: Milán es el centro económico y empresarial y Roma aglutina los eventos institucionales

Roma también  tiene las sedes de las empresas participadas por el Estado y de las corporaciones de sectores estratégicos, como energía, infraestructuras y telecomunicaciones. Desde la oficina de representación de CaixaBank en Milán, cubrimos todo el país, viajando a los distintos polos industriales.

Llevo 12 años viviendo en Milán y gracias a mi trabajo he tenido una relación muy estrecha con la comunidad empresarial española presente en el país y con los grupos italianos que trabajan con el mercado español. He podido conocer de primera mano los puntos fuertes y débiles de Italia.

Algunos de sus puntos fuertes son  la mano de obra cualificada, su posición geográfica y el hecho de ser un escaparate ante el resto del mundo. Algunos aspectos a mejorar son la elevada burocracia, los costes administrativos, los costes laborales y las infraestructuras deficitarias en ciertas regiones del país que dificultan las comunicaciones.  Este último punto puede leerse como una oportunidad para las empresas españolas, muy cualificadas en este sector.

Italia atrae mucha inversión extranjera directa (IED) y ocupa el puesto decimoquinto entre los mayores beneficiarios de IED a nivel mundial, por encima de Francia, México, España o Japón

Personalmente, destacaría la calidad de sus productos -Made in Italy– en los sectores de la moda y agroalimentario. La excelencia distingue a estos dos sectores estratégicos. En septiembre de 2016, el Gobierno lanzó el Plan Nacional Industria 4.0 de apoyo a las empresas, para estimular la inversión privada en I+D. Éste se suma a otros incentivos estatales para atraer inversión, no solo en ciertos sectores, sino también en determinadas zonas.

Desde la oficina de representación de CaixaBank ofrecemos todo el apoyo necesario para que los grupos españoles puedan seguir invirtiendo y creciendo en Italia.

Nuestra oficina se ubica en el centro de Milán, cerca de las sedes de los principales bancos, de la Bolsa de Milán y de la filial de Banca d’Italia.

La ciudad, con sus tres aeropuertos, destaca por su polo ferial y por su capacidad para atraer relevantes inversiones inmobiliarias. Además, es referente en el sector de la moda. Al igual que el resto de Italia, es un centro de gran interés turístico. Todo ello hace que Italia sea un país muy interesante en todos los aspectos.

 

Fonte: https://bit.ly/2DV3z2x

LE ISTITUZIONI SPAGNOLE IN ITALIA – EXTENDA

Entrevista a Esther Pérez Borbujo, Directora de la oficina de Extenda en Italia

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P: Hola Esther, gracias por haber aceptado contestar a nuestras preguntas. Antes de nada te quería preguntar: ¿ Qué es y en qué consiste la actividad de Extenda?

R: Gracias a vosotros. Extenda es la Agencia Pública para la Promoción Exterior de Andalucía que se ocupa de la promoción de las empresas andaluzas de los diversos sectores económicos, en el mercado exterior. Como Oficina de Extenda en Italia, nuestro objetivo es identificar  e impulsar oportunidades de negocios a favor de la empresa andaluza, abriendo puentes de colaboración tanto a nivel institucional como comercial. Desde un punto de vista más específico, nuestro papel es representar y presentar la fuerza económica de Andalucía.

P: En Junio del 2018 se han cumplido dos años desde que Extenda abrió su oficina en Italia. ¿ Cuál es el balance de estos primeros años de actividad?

R: Han sido dos años de gran actividad, por encima de nuestras expectativas, considerando que se trata de una nueva sede. Han sido dos años de aprendizaje que nos han permitido identificar y crear nuevas oportunidades de colaboración, además de conocer la increible fuerza comercial que tiene el Made in Italy, impulsado por la pasión y el amor que existe en Italia por la tierra.

P: ¿Qué interés tienen las empresas andaluzas por Italia, y al contrario?

Existe mucho interés, mucho más de lo que creíamos. Hay empresas que ya trabajan con Italia, pero creemos que la presencia de un Oficina de Extenda en el país, ayudará a crear más sinergias, incentivando a las empresas e instituciones a conocer mejor ambos mercados.. Hay mucho que hacer….

P: Andalucía e Italia: ¿son mayores las semejanzas o las diferencias?

R: Siendo los dos países de cultura mediterránea, son tantas las semejanzas, tanto desde el punto de vista de las relaciones personales como de la importancia del contacto directo. Obviamente cada país tiene su peculiaridad. Al día de hoy, puedo confirmar que son dos tierras que pueden y deben colaborar más, porque la capacidad comercial y productiva de ambos puede crear una combinación fantástica.

D: ¿Hay alguna misión, actividad o empresa que te haya parecido especialmente interesante desde que estás trabajando en Extenda?

R: Señalaría especialmente tres acciones: Aerospace Meeting Turín, la actividad de Escuelas de Español de Andalucía organizada en Milán y Turín, y la Visita de Prospección a Lineapelle con empresas del sector.

Aerospace Meeting nos ha permitido conocer mejor la realidad italiana e internacional del sector aeronáutico-aeroespacial y de constatar la posibilidades comerciales que existen en Andalucía, considerando que se trata de una región española que es referente por su relación con AIRBUS. En cuanto a las escuelas de español ha sido interesante confirmar la gran demanda que existe en Italia. Y en cuanto a Lineapelle, nos ha impresionado la fuerza y el reconocimiento que tienen las empresas de Cádiz, por el papel que juegan en el proceso productivo de las grandes marcas a nivel internacional.

P: ¿ Cuáles son las misiones comerciales que tienes previsto a corto y largo plazo?

Son varias las que tenemos en programa, pero te comento las más inmediatas:

  • CIBUS en Parma donde las empresas andaluzas participarán como expositoras.
  • VINOBLE a Jerez-Cádiz, es una feria de referencia a nivel internacional en la que se presentarán los mejores vinos y licores de Andalucía.
  • Aerospace Meeting Sevilla, un encuentro internacional del sector aeronáutico-aerospacial que se organiza cada dos años y en el que están presentes empresas y los actores más relevantes del sector.

P: La Cámara es vuestro socio local en Italia: ¿Cómo te ayuda en tu actividad cotidiana?

R: El apoyo más importante que nos da la Cámara a la Oficina de Extenda en Italia, es su apoyo institucional  que es clave para trabajar en el mercado italiano. Además del apoyo humano, que me ha ayudado a sentirme parte de un equipo desde el primer momento.

Proyecto co-financiado por:

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