News Legali

BAKER MCKENZIE

Brexit e il Decreto in caso di “no deal


di avv. Sergio Antonelli, avv. Uberto Percivalle e dott.ssa Angela Hadil Mawed 

Ad oggi non è ancora chiara quale sarà la data del recesso del Regno Unito dall’Unione Europea. Infatti, poiché il Regno Unito non ha firmato, entro il 29 marzo 2019, l’accordo di recesso dello scorso 15 novembre 2018 con l’Unione Europea, trova applicazione la proroga, a favore del Regno Unito, che in un primo momento era fino al 12 aprile 2019, ma che è stata ulteriormente estesa al 31 ottobre 2019.

Senza dubbio, però, in conseguenza del recesso del Regno Unito dall’Unione, i trattati e la direttiva 2004/38/CE (“relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri“), unitamente al diritto di entrare nel territorio degli Stati membri senza visto né formalità equivalenti, cesseranno di applicarsi ai cittadini del Regno Unito che sono cittadini (“citizens”) britannici.

A tal riguardo, il 4 aprile 2019, il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione che prevede che i cittadini del Regno Unito saranno esenti dall’obbligo di visto di ingresso per soggiorni nel territorio degli Stati Membri sino a 90 giorni (anche discontinui), in un arco temporale di 180 giorni.

La risoluzione precisa che l’esenzione si applicherà con riserva di reciprocità da parte delle autorità britanniche nei confronti dei cittadini degli Stati Membri e sarà applicabile in tutti gli Stati Membri dal giorno successivo dalla data di recesso.

La citata risoluzione non va, tuttavia, ad impattare in alcun modo sul recente Decreto Legge del 25 marzo 2019 n. 22 (“Decreto”) adottato dall’Italia in vista di un possibile recesso del Regno Unito dall’Unione Europea in assenza di accordo.

Il Decreto contiene una disciplina specifica (art. 14) in merito ai cittadini dei Regno Unito ed ai loro familiari, “già soggiornanti” in Italia alla data del recesso senza accordo. Più precisamente:

  • i cittadini del Regno Unito iscritti all’anagrafe italiana (ed i loro familiari non aventi la cittadinanza di uno Stato membro dell’Unione europea in possesso della carta di soggiorno) soggiornanti regolarmente ed in modo continuativo sul territorio nazionale da almeno cinque anni, potranno presentare richiesta entro il 31 dicembre 2020 per il rilascio del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo;
  • i cittadini del Regno Unito iscritti all’anagrafe italiana (ed i loro familiari non aventi la cittadinanza di uno Stato membro dell’Unione europea in possesso della carta di soggiorno) soggiornanti regolarmente ed in modo continuativo sul territorio nazionale da meno di cinque anni, potranno presentare richiesta entro il 31 dicembre 2020 per il rilascio del permesso di soggiorno “per residenza” (valido 5 anni e rinnovabile). Si tratta di una nuova tipologia di permesso di soggiorno, in merito alla quale ci si aspetta che il Ministero dell’Interno dirami delle linee guida operative, all’esito della conversione in legge del Decreto (che dovrà avvenire entro 60 giorni dal 25 marzo 2019, ossia entro il 23 maggio 2019).

Durante il periodo transitorio (i.e. dalla data di recesso al 31 dicembre 2020), si continuerà ad applicare il d.lgs. 2007/03 che impone il solo obbligo di residenza ai cittadini del Regno Unito per poter lavorare in Italia. In sostanza nulla cambierà e i cittadini britannici potranno continuare a svolgere regolarmente l’attività lavorativa sul territorio nazionale sino a quella data e con la facoltà di richiedere il permesso di soggiorno di lungo periodo o per residenza.

Dal 1° gennaio 2021 nel caso in cui il cittadino britannico non depositasse richiesta di rilascio di uno dei due permessi di soggiorno, allora si applicheranno le differenti disposizioni previste dal T.U. Immigrazione.

Infine, è opportuno sottolineare che il permesso di soggiorno di lungo periodo e il permesso per residenza permetteranno lo svolgimento nel territorio dello Stato di ogni attività lavorativa subordinata o autonoma, salvo quelle che la legge espressamente riserva al cittadino o vieta allo straniero. Per lo svolgimento di attività di lavoro subordinato non è richiesta la stipula del contratto di soggiorno per lavoro subordinato.

Per maggiori informazioni conttatare:

Avv. Sergio Antonelli (sergio.antonelli@bakermckenzie.com)
Avv. Uberto Percivalle (uberto.percivalle@bakermckenzie.com)
Dott.ssa Angela Hadil Mawed (angelahadil.mawed@bakermckenzie.com)

STUDIO LEGALE MENICHETTI

Riflessi sul rapporto di lavoro di condotte extralavorative censurabili del dipendente

di Elena Bissoli

Con la sentenza n. 8390/2019 la Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi sul tema, assai dibattuto negli ultimi anni, relativo alla rilevanza disciplinare di condotte riprovevoli – perché contrarie a norme penali od anche solo al cd. minimo etico comune o a norme comuni del vivere civile – assunte dal dipendente nella propria vita privata (e, quindi, estranee all’esecuzione della prestazione lavorativa).

La Cassazione ha ritenuto, nel caso sottoposto al suo vaglio, che il giudice d’appello, riformando la sentenza di primo grado, avesse operato una corretta valutazione del comportamento tenuto dal lavoratore al di fuori dell’ambiente di lavoro, nel cd. privato, sostanziantesi nell’aver minacciato un soggetto terzo (condotta penalmente rilevante e per cui lo stesso lavoratore aveva subito, peraltro, una condanna per il reato di minacce gravi).

Tale fatto, posto a fondamento del licenziamento per giusta causa intimato dal datore di lavoro al proprio dipendente, era stato ritenuto dal giudice di secondo grado – con decisione ritenuta giusta dalla S.C. – non così grave da non consentire la prosecuzione anche provvisoria del rapporto lavorativo, disattendendo, quindi, la pretesa ricorrenza, per estraneità al rapporto, delle vicende assunte come un grave vulnus al vincolo fiduciario che deve sussistere tra datore di lavoro e lavoratore.

In particolare, la S.C. ha valutato che la condotta oggetto di contestazione disciplinare non avesse avuto alcuna incidenza sulla capacità del lavoratore licenziato d’assolvere correttamente per il futuro la sua prestazione, soprattutto in considerazione del fatto che “la minaccia pronunciata fuori dall’ambiente lavorativo e nei confronti di soggetti estranei ha una valenza diversa, nell’accertamento della lesione del vincolo fiduciario, rispetto a quella profferita nei confronti del datore di lavoro o in ambito lavorativo, perché non incide intrinsecamente sugli obblighi di collaborazione, fedeltà e subordinazione cui è tenuto il dipendente nei confronti di un suo superiore. Essa, infatti, quando – come nel caso de quo – non risulti avere un riflesso sulla funzionalità del rapporto e non abbia compromesso le aspettative di un futuro puntuale adempimento dell’obbligazione lavorativa, non si rivela incompatibile con il permanere di quel vincolo fiduciario al quale il rapporto di lavoro stesso si fonda né si manifesta come una condotta gravemente lesiva delle norme dell’etica e del vivere civile tale da costituire giusta causa di licenziamento. Correttamente, quindi, il comportamento del V. è stato ritenuto non idoneo a ledere gli interessi morali e materiali del datore di lavoro o da compromettere il rapporto di lavoro secondo gli standards, conformi ai valori dell’ordinamento, esistenti nella realtà civile”.

La pronuncia in esame s’inserisce in quell’orientamento giurisprudenziale, ormai consolidato, secondo cui, quando il comportamento lavorativo o extralavorativo riveste carattere di contrarietà al cd. minimo etico o alle norme del comune vivere civile, la sanzione è irrogabile dal datore di lavoro, anche in forma espulsiva, a prescindere dalla mancata previsione di quella condotta, illecita o solo riprovevole, nel codice disciplinare, dovendosi ritenere delegata al giudice la valutazione circa la proporzionalità della sanzione alla trasgressione, ai di fini del rispetto di congruità ex art. 2106 c.c..

 A tale orientamento, si è contrapposto altro maggiormente garantista della conservazione del posto di lavoro in presenza di comportamenti extralavorativi pur sempre riprovevoli, che espunge dalle condotte passibili di licenziamento per giusta causa qualsiasi comportamento del dipendente che non abbia alcuna incidenza, neppure indiretta, sulla sfera contrattuale.

COCUZZA & ASSOCIATI

Contratti di cobranding e capsule collection

di Stefania Sansò

Il cosiddetto cobranding nasce come strumento di marketing, oggi sempre più spesso utilizzato nel mondo della moda – e dei marchi celebri più in generale – per sfruttare l’effetto moltiplicatore sulla notorietà che deriva dall’unire due marchi nella ideazione e/o realizzazione e/o vendita di prodotti in edizione limitata.
Un termine che troviamo legato al cobranding è quello di capsule collection che consiste nel risultato della collaborazione tra due brand appartenenti a segmenti commerciali diversi – oppure tra un brand ed un personaggio famoso o un influencer – finalizzata alla creazione di prodotti in edizione limitata.
È dunque il concetto di edizione limitata che accomuna le due figure e che ne decreta il successo. I connubi temporanei tra marchi – intendendo qui come marchio, in senso lato, anche il marchio/icona di un personaggio famoso – suggeriscono un’idea di creatività, originalità, qualità ed esclusività tale per cui non ci si può lasciar sfuggire il prodotto che è il risultato di questo connubio.
Al di là delle considerazioni sociologiche, da profana, degli effetti del marketing sulle nostre decisioni di consumatori, quel che interessa sottolineare sono gli aspetti giuridici del cobranding.
I contratti che disciplinano le operazioni di cobranding – e quindi le capsule collection – in virtù della ricercata restrizione dell’offerta al pubblico, richiedono uno sforzo di sintesi e coordinazione di molteplici aspetti ed istituti giuridici: come fondere tanti contratti in uno.
Il risultato è che i contratti di cobranding sono taylor made: non ce ne sono due uguali.Di seguito proviamo ad individuare per macro aree quali contratti possono coesistere e necessitano di coordinamento in un contratto di cobranding.

Licenza d’uso di marchio 

 Uno dei due brand – in genere quello che non seguirà la produzione della capsule – concede all’altro brand i diritti di uso del suo marchio. In altri casi la concessione in licenza d’uso del marchio è reciproca. In ogni caso i limiti di tale utilizzo devono essere capillarmente definiti, così come la sua remunerazione ed i meccanismi di salvaguardia e tutela dei marchi da svilimento o contraffazione.

Diritti di proprietà intellettuale e diritti di sfruttamento del design

La capsule collection è il risultato di un atto creativo originale nato dall’interazione di due soggetti ed ovviamente la declinazione dei contributi delle parti a questo atto creativo può essere la più varia.Di conseguenza è essenziale riconoscere e regolamentare i diritti di proprietà intellettuale della fase creativa, come pure i diritti di sfruttamento del design della capsule una volta conclusasi l’operazione di cobranding.

Produzione e fornitura

 La produzione della capsule collection è ovviamente un aspetto fondamentale che i brand devono disciplinare non solo in termini di qualità, quantità e tempi di consegna, ma anche dei soggetti materialmente coinvolti nella produzione, anche qualora si trattasse di soggetti terzi rispetto alle parti contrattuali. Per preservare la propria reputazione è ormai diffusissima tra i brand l’imposizione di codici etici e di condotta o di vere proprie guidelines che i produttori devono rispettare.

Distribuzione

In quali negozi sarà disponibile la capsule collection? La rete di distribuzione sarà di entrambe i brand? Di uno solo? Limitata a luoghi o eventi selezionati? Sarà possibile acquistarla online o attraverso altri canali virtuali?
Anche la disciplina della commercializzazione deve essere estremamente curata, così come è di fondamentale importanza stabilire il prezzo dei prodotti, eventuali tempi e modalità di sconto, lo smaltimento delle scorte.
Le decisioni sui prezzi e la regolamentazione dei rapporti economici tra le parti rappresentano la parte più sensibile degli accordi di cobranding, specie quando l’operazione coinvolge marchi posizionati su fasce di mercato anche molto distanti tra loro, ragion per cui sbagliare il prezzo della capsule vorrebbe dire danneggiare entrambi i brand.
Una particolare attenzione va data poi alle informazioni commerciali e ai dati che le parti si scambiano: la confidenzialità, ovviamente, è sacra.

Marketing e Promozione

Dall’ideazione e realizzazione della campagna marketing dipende il successo della capsule. Anche su questo aspetto, come per il design dei prodotti, le possibili articolazioni delle obbligazioni che le parti si attribuiscono sono le più varie. È importante anche stabilire se vi sono ipotesi di veto, anche incrociato, tra i brand in merito alle decisioni di marketing e la distribuzione dei costi della campagna.Un ultimo, ma non meno importante aspetto riguarda i testimonial della capsule: che sia lo stesso personaggio famoso o influencer che è parte del contratto di cobranding o che sia un soggetto terzo, è importante prevedere un codice di condotta da imporgli, nel rispetto del codice del consumo e dei più recenti orientamenti dell’AGCM in tema di trasparenza della pubblicità.

BAKER MCKENZIE

Circolare n. 5 del 28 febbraio 2019, l’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL)

Indici dello sfruttamento lavorativo: ecco le indicazioni dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro

Con la pubblicazione della Circolare n. 5 del 28 febbraio 2019, l’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL) ha reso note le Linee guida per l’attività di vigilanza in materia di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”.

La finalità delle Linee guida è quella di dare un contributo alle attività di indagine svolte dal personale ispettivo, in relazione a due fattispecie criminose:

  1. intermediazione illecita, con cui si punisce chiunque “recluta” manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi in condizione di sfruttamento e approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori;
  2. sfruttamento lavorativo, con cui si punisce penalmente chiunque utilizza, assume o impiega manodopera, anche mediante la citata attività di intermediazione, sottoponendo i lavoratori a condizioni di sfruttamento ed approfittando del loro stato di bisogno.

L’INL individua quali elementi costitutivi di entrambe le fattispecie:

(i) lo sfruttamento lavorativo, e

(ii) l’approfittamento dello stato di bisogno del lavoratore, che si identifica con la strumentalizzazione a proprio favore della situazione di debolezza della persona che diviene così la vittima del reato.

Proprio in relazione all’ultima figura di incriminazione, l’INL ha provveduto a definire eventuali indici utili all’ispettore per individuare, durante un accertamento, ipotesi di sfruttamento lavorativo. A tal riguardo, si fa riferimento a:

  1. reiterata corresponsione di retribuzioni in modo palesemente difforme dai contratti collettivi o comunque sproporzionate rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato;
  2. reiterata violazione della normativa relativa all’orario di lavoro, ai periodi di riposo, al riposo settimanale, all’aspettativa obbligatoria, alle ferie;
  3. sussistenza di violazioni delle norme in materia di sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro;
  4. sottoposizione del lavoratore a condizioni di lavoro, a metodi di sorveglianza o a situazioni alloggiative degradanti.

Alla luce di quanto sopra, l’INL si premura di specificare che, benché nel sentire comune il reato in questione sia spesso associato unicamente alle attività agricole, non manca di prospettare il possibile ricorso ad esso anche in altri settori. Un esempio è quello dei servizi, da parte di alcune imprese che realizzano forme di intermediazione illecita con vantaggi in termini di abbattimento abnorme dei costi di lavoro a danno dei lavoratori coinvolti e degli stessi istituti assicurativi e previdenziali.

Infine, nel caso in cui gli indici di sussistenza dello sfruttamento lavorativo non diano evidenza dell’elemento della “reiterazione”, integrante la fattispecie più grave penalmente rilevante, l’INL ricorda che esiste un presidio sanzionatorio amministrativo e a tal riguardo potrà attivare la procedura sanzionatoria amministrativa.

BC&

(Nuovi) adempimenti comunicativi per le holding industriali

di Sandro Sclafani

Con il D.Lgs. 142/2018 (decreto ATAD) sono state introdotte importanti novità normative, in vigore già dal 2018, di cui sono destinatari, tra gli altri, i soggetti che esercitano in via prevalente l’attività di assunzione di partecipazioni in soggetti diversi dagli intermediari finanziari (pertanto, anche le c.d. “holding industriali”).

In particolare, con riferimento agli elementi di novità che riguardano le holding industriali, il succitato decreto ha:

  1. distinto le “holding industriali” (annoverabili tra le c.d. “società di partecipazione non finanziaria”), destinatarie delle disposizioni fiscali ordinarie così come qualsiasi altra impresa commerciale – con esclusione, ovviamente, per la determinazione della base imponibile IRAP – dalle “holding finanziarie”, destinatarie di disposizioni normative speciali alla stregua degli intermediari finanziari.
  2. uniformato, ai fini fiscali, le modalità con cui verificare l’esercizio in via prevalente dell’attività di assunzione di partecipazioni in soggetti diversi dagli intermediari finanziari.
  3. apportato alcune importanti modifiche di coordinamento alle disposizioni tributarie vigenti, tra cui l’art. 10, co. 10, del D.lgs. n. 141/2010 che (da sempre) estende alle holding industriali gli obblighi di comunicazione all’apposita sezione dell’Anagrafe Tributaria, denominata Archivio dei rapporti finanziari, di cui all’art. 7, co. 6, del DPR 605/1973.

Riportiamo di seguito l’approfondimento dei punti sopra indicati.

Holding “industriali”

Ai fini fiscali, rientrano nella prima categoria i soggetti che:

  • esercitano in via esclusiva o prevalente l’attività di assunzione di partecipazioni in soggetti diversi dagli intermediari finanziari. In altri termini, si tratta delle società che svolgono come attività principale la detenzione di partecipazioni in società industriali e commerciali di servizi (c.d. “holding industriali”);
  • soggetti che svolgono attività finanziarie non nei confronti del pubblico se inclusi in un gruppo di soggetti che svolgono prevalentemente attività di tipo industriale e commerciali

La verifica dell’obbligo

La prevalenza dell’assunzione di partecipazioni in soggetti diversi dagli intermediari finanziari si verifica quando, in base ai dati del bilancio approvato relativo all’ultimo esercizio chiuso, l’ammontare complessivo delle partecipazioni in detti soggetti e altri elementi patrimoniali intercorrenti con i medesimi, unitariamente considerati, sia superiore al 50% del totale dell’attivo patrimoniale.

La comunicazione all’archivio dei rapporti finanziari

Tale ultimo aspetto merita opportuni approfondimenti. Infatti, mentre la norma previgente condizionava l’obbligo di comunicazione all’Archivio dei rapporti qualora fossero stati raggiunti, oltre al requisito patrimoniale anche uno reddituale (per farla breve, ricavi e altri proventi derivanti dalle partecipazioni > 50% del totale) entrambi da verificare negli ultimi 2 esercizi chiusi, oggi tale condizione risulta meno stringente.  

A partire, infatti, dal periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2018, per ricadere nell’obbligo di comunicazione, sono sufficienti:

  1. valore partecipazioni > 50 % attivo patrimoniale;
  2. verifica dell’unico requisito sopra citato, solamente in relazione ai dati del bilancio approvato relativo all’ultimo esercizio chiuso.

Alla luce delle intervenute modifiche, quindi, si estende la platea dei soggetti obbligati all’adempimento comunicativo di cui all’art. 7, co. 6, del DPR 605/1973, già a partire da quest’anno (2019).

I CHIARIMENTI DI ASSOHOLDING

Al riguardo, tuttavia, torna utile quanto osservato da Assoholding con la Circolare n. 6/2010 a commento dell’art. 10, co. 10, del D.lgs. 141/2010 previgente, secondo cui “gli obblighi comunicativi non sorgeranno fino a che non emerge il momento generatore dell’obbligo, rappresentato dalla data della delibera di approvazione del bilancio del secondo esercizio consecutivo che presenta i dati richiesti”.
Seguendo la medesima ratio, nel rispetto della nuova lettera normativa, potrebbe considerarsi che, in relazione all’ultimo esercizio chiuso (2018 per i soggetti solari) il momento impositivo nasce non prima dell’approvazione del relativo bilancio. In effetti, il D.Lgs. 142/2018, pubblicato in G.U. il 28/12/18, è vigente al 12 gennaio 2019, in corrispondenza di tale data, per i soggetti solari, l’ultimo esercizio chiuso era indubbiamente il 2018 ma con bilancio non ancora approvato.
Si potrebbe, quindi, concludere che, ancorché l’art. 13, del D.lgs. 142/2018 preveda espressamente che le novità oggetto del presente contributo si applichino già a decorrere dal periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2018, la prima comunicazione all’Archivio rapporti possa essere effettuata alla fine del mese successivo a quello di approvazione del bilancio dell’esercizio in corso al 31 dicembre 2018, quindi, ad esempio, al 31 maggio 2019 per i bilanci approvati ad aprile 2019.

Con il provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate prot. n. 9647 del 19/01/07 sono state dettate le modalità e i termini di comunicazione dei dati all’Anagrafe Tributaria, ai sensi dell’art. 7, co. 6, DPR 605/1973 e con i successivi provvedimenti prot. n. 31934 del 29/02/08 e prot. n. 18269 del 10/02/15, sono state fornite alcune disposizioni integrative. Per un esaustivo approfondimento dei presupposti per l’adempimento all’obbligo si rimanda alla lettura dei sopracitati provvedimenti, mentre nel prosieguo si delineano alcune principali caratteristiche.

BC&Cattura

Con riferimento specifico alle holding di partecipazioni, l’Agenzia delle Entrate, con la Circolare n. 18/E del 04/04/07, ha precisato che i principali rapporti da comunicare sono quelli aventi ad oggetto:

  • le partecipazioni;
  • i finanziamenti ricevuti dai soci della holding e quelli effettuati dalla holding alle società partecipate;
  • i prestiti obbligazionari, sia quelli emessi dalla holding e sottoscritti da terzi, sia quelli emessi dalle partecipate o da terzi, e sottoscritti dalle holding medesime;
  • il cd. “cash pooling”;
  • il rilascio di garanzie a terzi a favore di società partecipate e il rilascio di garanzie da parte di terzi nell’interesse della holding a favore dell’intermediario presso cui viene acceso il rapporto di finanziamento (fatta eccezione per le garanzie già comprese nel contratto stesso di finanziamento).

Si consideri poi che, se dovessero valere (come è presumibile che sia), i chiarimenti forniti dall’Agenzia delle Entrate con il provvedimento direttoriale prot. n. 37561 del 25/3/13, come integrato con i Provvedimento prot. n. 18269 del 10/2/15, 73782 del 28/5/15, 13352 del 25/1/16 tali soggetti destinatari dell’art. 10, co. 10, D.lgs. 141/2010, sarebbero anche assoggettati all’adempimento della Comunicazione integrativa annuale all’archivio dei rapporti finanziari, di cui all’art. 11, co. 2, D.L. 201/2011, la cui scadenza è prevista entro il 15 febbraio di ogni anno. Come espressamente chiarito dall’Agenzia delle Entrate, la comunicazione integrativa annuale non sostituisce quella prevista dai provvedimenti prot. n. 9647/07 e n. 31394/08. Anche in questo caso si invitano gli interessati a prender visione del sopracitato provvedimento, mentre nel seguito si indicheranno alcuni dei principali tratti caratteristici.

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STUDIO LEGALE MENICHETTI

Lo smodato accesso ad internet del dipendente in orario di lavoro come giusta causa di licenziamento e bilanciamento con la riservatezza dei dati personali del lavoratore trattati

di Andrea Abati

Con la sentenza n. 3133/2019, la Corte di Cassazione è nuovamente intervenuta sul tema dei profili disciplinari dell’utilizzo, da parte del lavoratore subordinato, di internet e dei social network durante l’orario di lavoro per ragioni personali, confermando la pronuncia del giudice di secondo grado, che, nel riconoscere la legittimità dell’impugnato recesso, aveva ritenuto che il numero, la durata e la tipologia degli accessi ad internet della lavoratrice licenziata fossero tali da incrinare la fiducia datoriale e giustificare, così, il suo licenziamento disciplinare.
Nel caso di specie, la lavoratrice, dipendente di uno studio professionale, nell’arco di 18 mesi aveva effettuato circa 6.000 accessi ad internet, di cui circa 4.500 su facebook, per un significativo lasso di tempo, considerato anche il monte ore del contratto di lavoro a tempo parziale tra le parti.
Con particolare riferimento ai fatti contestati alla lavoratrice e posti a fondamento del suo licenziamento, la Suprema Corte ha evidenziato, da un lato, che la stessa lavoratrice non avesse negato d’aver effettuato la gran parte degli accesi ad internet e, dall’altro, che fosse inconfutabile che gli accessi su facebook fossero ad essa riconducibili, posto che l’accesso a tale portale internet richiede delle credenziali individuali.
La Corte di legittimità ha respinto, poi, le doglianze della ricorrente con riguardo anche all’asserita violazione, da parte dell’ex datore di lavoro, della legge in tema di tutela della privacy.
Nonostante il rigetto del motivo d’impugnazione, si rileva come la difesa della lavoratrice, invero, abbia sollevato una questione non trascurabile in relazione ad un licenziamento disciplinare come quello in esame.
Secondo una recente pronuncia del Garante della privacy, infatti, il datore di lavoro non può appositamente installare programmi per monitorare gli accessi e l’attività svolta dai propri dipendenti su internet (cfr., decisione Garante della privacy, 13 luglio 2016, n. 5408460).
Lo stesso datore, inoltre, nell’avviare un procedimento disciplinare nei confronti di un proprio dipendente, deve adottare le misure idonee a garantire, quantomeno, la riservatezza del contenuto dell’accertamento, di talché non possano emergere dati sensibili del lavoratore con riferimento ad opinioni politiche, religiose, etc. (cfr., Linee guida Garante della privacy, 1 marzo 2007, n. 13).
Concludendo, vista la pronuncia in commento e i citati orientamenti del Garante della Privacy, se è vero che la condotta di un lavoratore che accede smodatamente ad internet durante l’orario di lavoro per motivi personali può pregiudicare il rapporto di fiducia col datore di lavoro, giustificando il suo licenziamento, non è men vero che occorre, nel valutare la legittimità del provvedimento espulsivo adottato dall’azienda, tener conto di come i dati, che hanno portato al licenziamento, sono stati raccolti e trattati da quest’ultima.

ANDERSEN TAX & LEGAL

Le conseguenze dell’Hard Brexit sugli scambi commerciali con l’UE

Com’è noto, lo scorso 29 marzo 2017 il Regno Unito comunicava la propria intenzione di recedere dall’Unione europea, così come espressamente previsto dall’articolo 50 del Trattato sull’UE.
Tale decisione, salvo diversa disposizione, avrà efficacia dal prossimo 30 marzo 2019.
L’Agenzia delle Dogane, con nota del 26 febbraio u.s., ha illustrato le implicazioni in ambito I.V.A. e doganale derivanti dal recesso del Regno Unito dall’Unione Europea, in assenza di uno specifico accordo che regoli in maniera transitoria le conseguenze derivanti da un siffatto scenario.

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Qui di seguito si riepiloga lo scenario dei prossimi giorni.

Fiscalità indiretta

Come prima conseguenza, le merci vendute e spedite verso il Regno Unito non costituiranno più cessioni intracomunitarie non imponibili ai sensi dell’art. 41 del D.L. n. 331/93, e analogamente le merci provenienti dal Regno Unito non costituiranno più acquisti intracomunitari ai sensi dell’art. 38 del D.L. n. 331/93 suddetto.
Dopo il recesso, infatti, le cessioni di merci ad un soggetto stabilito nel Regno Unito saranno operazioni non imponibili ai fini IVA ai sensi dell’art.8 del D.P.R. n.633/72 e, per la loro spedizione fuori dal territorio doganale dell’UE, sarà necessario espletare le formalità doganali previste per l’esportazione.
Allo stesso modo, per l’introduzione nel territorio UE di merci provenienti dal Regno Unito sarà necessario compiere le necessarie formalità doganali e sarà dovuto il pagamento in dogana dei dazi nonché, per la loro immissione in consumo in Italia, delle accise – qualora dovute – e della relativa IVA secondo le disposizioni e le procedure vigenti.

Conseguenza diretta di tale situazione è che gli operatori economici:

  • in relazione agli scambi commerciali intrattenuti con soggetti residenti nel Regno Unito, non dovranno presentare i modelli INTRA né ai fini fiscali né ai fini statistici.
  • non saranno più tenuti all’integrazione ed alla registrazione della fattura ricevuta dal Regno Unito.

Applicazione delle disposizioni doganali

Queste le principali conseguenze analizzate dalle Dogane.

a) Importazioni

Gli operatori economici che intendono importare merci dal Regno Unito devono presentare le merci con una dichiarazione doganale di importazione da trasmettere per via telematica all’Ufficio delle Dogane competente sul luogo dove le stesse sono presentate.

b) Esportazioni

Gli operatori economici che intendono spedire merci verso il Regno Unito devono presentare una dichiarazione doganale di esportazione da trasmettere per via telematica all’Ufficio delle Dogane competente in relazione al luogo in cui l’esportatore è stabilito o a quello in cui le merci sono caricate o imballate per l’esportazione.

c) Operatore economico autorizzato (AEO)

Tutte le autorizzazioni AEO rilasciate dall’Autorità doganale britannica, a decorrere dal 30 marzo p.v., saranno revocate automaticamente, e le eventuali istanze accettate dall’Autorità doganale britannica saranno automaticamente rifiutate.

d) Autorizzazioni alle procedure speciali

Le autorizzazioni doganali rilasciate dalle Autorità doganali del Regno Unito non saranno più valide nel territorio doganale dell’Unione così come le autorizzazioni rilasciate dall’Agenzia delle Dogane a soggetti del Regno Unito.

e) Transito comune (regime sospensivo che consente la circolazione di merci senza pagamento di dazi doganali, iva, accise ed altri oneri)

A decorrere dal 30 marzo p.v., Il Regno Unito diverrà parte contraente alla Convenzione Transito Comune (CTC) e ne applicherà il relativo regime.

f) Deposito doganale (regime sospensivo che consente la sospensione del pagamento dei diritti gravanti sulle merci ivi depositate)

I titolari di autorizzazioni al deposito doganale potranno introdurre, dal 30 marzo p.v., nei propri depositi anche le merci provenienti dal Regno Unito quali merci terze.

g) Esportatori autorizzati e registrati

Le autorizzazioni e le registrazioni effettuate dalle autorità doganali del Regno Unito agli esportatori non sono più valide nell’UE. Ugualmente non sono più valide nell’UE le autorizzazioni e le registrazioni da parte delle autorità doganali degli Stati membri dell’UE agli esportatori e stabiliti nel Regno Unito o agli stessi soggetti stabiliti nell’UE ma con numero EORI – UK.

h) Garanzie

A seguito dell’uscita del Regno Unito dall’UE senza un accordo non saranno più valide le autorizzazioni doganali relative alle Garanzie Globali rilasciate dalle Autorità del Regno Unito e dall’Agenzia delle Dogane a soggetti del Regno Unito, non essendo più quest’ultimi operatori stabiliti nel territorio doganale della UE.

Per l’elenco completo delle fattispecie analizzate dall’Agenzia delle Dogane, si rimanda alla nota da quest’ultima emessa.

PAVIA E ANSALDO

Brevi cenni sulla responsabilità penale degli enti 

di Meritxell Roca Ortega, Socia di Pavia e Ansaldo

Il decreto legislativo 231 del 2001 (di seguito, anche, il Decreto) ha introdotto, in adeguamento ad alcuni trattati internazionali, una rilevante novità nell’ordinamento italiano, prevedendo una forma di responsabilità, definita amministrativa, ma equiparabile a quella penale, a carico delle persone giuridiche, società o associazioni, anche prive di personalità giuridica (di seguito, anche, Ente e/o Enti), per alcuni reati commessi da soggetti legati all’Ente stesso da un rapporto funzionale. La responsabilità è equiparabile a quella penale, sia sotto il profilo della afflittività delle sanzioni, sia sotto il profilo delle garanzie relative al procedimento per l’applicazione delle stesse. La responsabilità dell’Ente, in relazione ai reati commessi nell’ambito dell’organizzazione societaria, è aggiuntiva e non sostituiva, rispetto alla responsabilità della persona fisica che ha realizzato materialmente il reato. Vi è un coinvolgimento, nella punizione dei reati, degli Enti nel cui interesse o vantaggio i reati sono stati compiuti. Si tratta, quindi, di una scelta normativa volta alla responsabilizzazione delle imprese e delle società per i reati compiuti nel loro interesse o a loro vantaggio nell’ambito della loro organizzazione. Affinché possa configurarsi l’illecito a carico dell’Ente devono concorrere tre elementi:

a) la commissione del reato da parte di un soggetto legato all’Ente da un rapporto funzionale. Per quanto attiene al collegamento tra l’Ente e l’autore del reato, il Decreto richiede che il medesimo sia commesso nell’interesse o a vantaggio dell’Ente medesimo da:
1) soggetti che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell’Ente o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale nonché’ da persone che esercitano, anche di fatto, la gestione e il controllo dello stesso. In questo caso si instaura una presunzione di responsabilità, in considerazione del fatto che tale soggetto esprime, rappresenta e realizza la politica di gestione dell’Ente;
2) soggetti sottoposti alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti di cui al numero 1). Non vi è, in questo caso, nessuna presunzione di responsabilità a carico degli Enti. Infatti, il fatto illecito compiuto da tale soggetto comporta la responsabilità dell’Ente solo se la commissione dell’illecito stesso sia stata resa possibile a causa dell’inosservanza dei doveri di direzione e vigilanza.

b) la commissione del reato nell’interesse o vantaggio dell’Ente. Il Decreto stabilisce che l’Ente sia ritenuto responsabile qualora il fatto illecito venga commesso “nel suo interesse o a suo vantaggio” da determinati soggetti, mentre non risponderà del fatto illecito se i soggetti indicati hanno agito nell’interesse esclusivo proprio o di terzi. Un soggetto può, pertanto, commettere un reato nell’interesse dell’Ente senza tuttavia procurare allo stesso alcun vantaggio. Ugualmente lo stesso soggetto può commettere il reato non nell’interesse dell’Ente, ma nel suo interesse esclusivo, portando l’Ente stesso a beneficiare di un vantaggio, indiretto o riflesso.

c) la commissione di uno dei reati specificamente previsti dal Decreto. Infatti, la responsabilità derivante dal Decreto sorge soltanto per determinate fattispecie di reato, espressamente previste dal Decreto medesimo ed in continua evoluzione.

Le sanzioni previste per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato si distinguono in sanzioni pecuniarie, sanzioni interdittive (interdizione dall’esercizio di attività, sospensione o revoca di autorizzazioni, licenze e concessioni divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, divieto di pubblicizzare beni e servizi), confisca e pubblicazione della sentenza.
La sanzione pecuniaria e la confisca sono obbligatorie, ovvero devono essere necessariamente disposte in caso di condanna dell’Ente. Le sanzioni interdittive e la pubblicazione della sentenza, vengono applicate nel caso in cui ricorrano determinate condizioni.
In ogni caso, il Decreto prevede specifiche forme di esonero dalla responsabilità amministrativa dell’Ente, per reati commessi nell’interesse e a vantaggio del medesimo, sia da soggetti apicali che dipendenti. Se il reato è stato commesso da soggetti apicali, l’Ente non risponde se prova che:
a) l’organo dirigente ha adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del fatto, modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi;
b) il compito di vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli, di curare il loro aggiornamento è stato affidato a un organismo dell’Ente dotato di autonomi poteri di iniziativa e di controllo (l’Organismo di Vigilanza);
c) le persone hanno commesso il reato eludendo fraudolentemente i modelli di organizzazione e di gestione;
d) non vi è stata omessa o insufficiente vigilanza da parte dell’organismo di cui alla lettera b) sopra indicata.

Per quanto concerne i reati commessi dai dipendenti, l’Ente è esonerato dalla responsabilità se prova di aver efficacemente adottato e attuato, prima della commissione del reato, un Modello di organizzazione gestione e controllo idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi. Il Modello organizzativo, pertanto, è uno strumento utile a diffondere, a tutti i settori e a tutti i livelli, la conoscenza e la coscienza del rischio legata alla commissione di un reato e, allo stesso tempo, un metodo per migliorare la vita delle società con interventi precisi e mirati a prevenire la commissione dei reati medesimi da parte delle persone fisiche. Pertanto, al fine di eliminare la responsabilità o di limitarla l’Ente deve necessariamente dotarsi di un Modello di organizzazione, gestione e controllo tale da garantire la prevenzione di taluni reati e nominare un Organismo di Vigilanza in grado di sovraintendere all’applicazione del Modello medesimo.

COCUZZA & ASSOCIATI

I Distretti del Cibo: strumenti di valorizzazione dell’agroalimentare italiano

di Lorenzo Fabbri

A partire dal 2018, sono stati ufficialmente riconosciuti i Distretti del Cibo, vale a dire tutti quei distretti agroalimentari e rurali che siano caratterizzati da una significativa presenza di attività agricole, le quali, in stretta collaborazione lungo tutta la filiera alimentare, cooperano e contribuiscono alla riqualificazione ed alla valorizzazione della zona, nonché alla promozione delle sue risorse e prodotti tipici.

Ma quali realtà possono, in concreto, essere qualificate come Distretti del Cibo? La legge di bilancio fa riferimento a quattro distinte tipologie, vale a dire: (i) i distretti rurali e agroalimentari di qualità, (ii) i distretti caratterizzati da una significativa presenza di attività agricole volte alla riqualificazione ambientale e sociale delle aree, (iii) i distretti caratterizzati dall’integrazione fra attività agricole e attività di prossimità ed (iv) i distretti biologici.

Con l’approvazione della legge di bilancio di previsione 2018, avvenuta lo scorso 27 dicembre, il Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali ha deciso di stanziare fondi per il riconoscimento e lo sviluppo dei Distretti del Cibo, investendo 5 milioni di euro già a partire dall’anno corrente e, in seguito, una cifra pari al doppio a decorrere dal 2019.

Senza dubbio, tale scelta manifesta, da un lato, la reale volontà di incidere nel settore agroalimentare, valorizzando il patrimonio agricolo, rurale ed enogastronomico – certamente abbondante – di ogni zona d’Italia; dall’altro, traspare certamente la finalità di tutelare e valorizzare l’autenticità del territorio italiano, attraverso una maggiore integrazione fra i vari operatori della filiera, dalle imprese agricole, passando dalle attività di prossimità, fino ad arrivare al consumatore.

Come spiegato da Maurizio Martina, all’epoca Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, i Distretti del Cibo sono uno “strumento di progettazione territoriale partecipata” – assimilabili a dei consorzi o a quelli che erano i Gruppi di Azione Locale – ed hanno la finalità di promuovere e valorizzare il territorio italiano e le sue risorse.

Di particolare interesse sono anche le modalità tramite le quali verranno concessi i finanziamenti. Questi ultimi, infatti, non verranno erogati in favore dei singoli imprenditori ed operatori della filiera alimentare, bensì verranno corrisposti direttamente al distretto. Così facendo, ci sarà la possibilità per i distretti di pianificare ed attuare concretamente piani di sviluppo a lungo termine per l’area territoriale di propria competenza, in modo tale da garantire uniformità e coerenza nello sviluppo, con un occhio di riguardo alla sostenibilità ed al rispetto del territorio.

Al fine di garantire un rapido ed efficiente riconoscimento dei Distretti, la competenza è stata affidata alle regioni, così come alle province autonome, le quali dovranno occuparsi della registrazione e della relativa comunicazione al Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, presso il quale è stato aperto il registro nazionale dei Distretti del Cibo, liberamente consultabile sul sito del Ministero.

Da ultimo, al fine di valorizzare ulteriormente l’integrazione fra gli operatori della filiera, aumentando al contempo la genuinità e l’autenticità dell’esperienza per il consumatore finale, è stata introdotta la possibilità, per l’imprenditore agricolo, di vendere i propri prodotti direttamente al pubblico. La grande novità rispetto al passato risiede nel fatto che, d’ora in avanti, i prodotti potranno essere trasformati e manipolati direttamente dall’agricoltore, che quindi potrà – anche utilizzando bancarelle itineranti -venderli al pubblico già pronti per essere consumati.

Un effettivo km zero, dal produttore al consumatore.

BAKER MCKENZIE

“Caso Foodora”: sono state pubblicate le motivazioni

di avv. Sergio Antonelli , avv. Uberto Percivalle e della dott.ssa Angela Hadil Mawed

Sono state finalmente pubblicate le motivazioni della recentissima sentenza n. 26/2019 con la quale la Corte di Appello di Torino ha deciso la controversia tra i fattorini su ciclomotori (c.d. riders) e una delle più grandi aziende di food delivery, Foodora, parzialmente riformando la sentenza di primo grado.

Innanzitutto, i giudici di secondo grado hanno ribadito che il rapporto intercorrente fra i riders e l’azienda di food delivery non ha natura subordinata. A tal riguardo, infatti, i riders “erano liberi di dare, o no, la propria disponibilità per i vari turni (slot) offerti dalla azienda”, non sussistendo, quindi, l’obbligo principale di eseguire la prestazione lavorativa.

Nell’escludere l’esistenza di un rapporto di lavoro dipendente, la Corte di Appello ha tuttavia negato anche l’esistenza di un ordinario rapporto di lavoro autonomo. A tal riguardo, infatti, la Corte di Appello ha riconosciuto anche ai riders alcune delle tutele proprie dei lavoratori subordinati ed in particolare il diritto ad ottenere la retribuzione prevista per i dipendenti dal CCNL logistica applicato da Foodora.

I giudici sono giunti a tale conclusione facendo leva sulla previsione del Jobs Act (articolo 2 del Dlgs 81/2015) che equipara ai rapporti di lavoro subordinato le collaborazioni, riconoscendo l’esistenza nel caso in esame dei seguenti tre requisiti necessari per l’applicazione della norma:

  • personalità;
  • etero-organizzazione, in quanto il committente ha il potere di determinare le modalità di esecuzione della prestazione lavorativa del collaboratore, stabilendo (unilateralmente) i tempi e i luoghi di lavoro;
  • continuatività, alla luce della non occasionalità delle prestazioni e la loro reiterazione nel tempo (anche se intervallate).

Il risultato è il delinearsi di un vero e proprio “terzo genere”, via di mezzo fra un rapporto di lavoro autonomo ed un rapporto di lavoro subordinato.

È indubbiamente arduo, ad oggi, definire quale sarà l’ampiezza delle tutele che potranno essere riconosciute a questo rapporto di lavoro “ibrido”. La Corte di Appello ha sottolineato che quelle applicabili sono “sicurezza e igiene, retribuzione diretta e differita (quindi inquadramento professionale), limiti di orario, ferie e previdenza”, ma nulla viene detto con riguardo al licenziamento.

Tale pronuncia ha senza dubbio creato molto scalpore ed è noto l’ acceso interesse e dibattitto che questa pronuncia ha suscitato sia a livello governativo che parlamentare.

Senza dubbio un traguardo importante dal punto di vista delle tutele per tutti i rider.

 

Per maggiori informazioni conttatare:

Avv. Sergio Antonelli (sergio.antonelli@bakermckenzie.com)
Avv. Uberto Percivalle (uberto.percivalle@bakermckenzie.com)
Dott.ssa Angela Hadil Mawed (angelahadil.mawed@bakermckenzie.com)