News Legali

STUDIO LEGALE MENICHETTI

Circa i “confini” del diritto dell’agente d’esigere che gli siano fornite dall’impresa tutte le informazioni necessarie per verificare l’importo delle provvigioni liquidate e in particolare un estratto dei libri contabili

di Camilla Perusi

Con sentenza n. 1891/2019, il giudice del lavoro di Milano ha revocato il decreto ingiuntivo per consegna d’estratto di libri contabili ottenuto da un agente di commercio nei confronti dell’ex preponente, accogliendo l’opposizione di quest’ultimo fondata sull’indeterminatezza della domanda.

L’art. 1749, commi 2 e 3, c.c. prevede che “il preponente consegna all’agente un estratto conto delle provvigioni dovute al più tardi l’ultimo giorno del mese successivo al trimestre nel corso del quale esse sono maturate. L’estratto conto indica gli elementi essenziali in base ai quali è stato effettuato il calcolo delle provvigioni. Entro il medesimo termine le provvigioni liquidate devono essere effettivamente pagate all’agente.

L’agente ha diritto di esigere che gli siano fornite tutte le informazioni necessarie per verificare l’importo delle provvigioni liquidate e in particolare un estratto dei libri contabili”.

La ratio di tale norma si rintraccia nell’esigenza di correggere l’asimmetria informativa che connota il rapporto tra preponente e agente, consentendo a quest’ultimo d’accedere alle informazioni necessarie per il calcolo delle proprie provvigioni.

Dal momento, però – argomenta il giudice milanese – che “l’interesse dell’agente è dunque la causa concreta dell’obbligazione prevista dall’art. 1749 […] e ad esso occorre fare riferimento per delimitarne i confini ed individuarne, volta per volta, l’ampiezza. D’altronde il termine estratto contenuto nella norma richiamata indica con chiarezza la necessità di delimitare l’obbligo di consegna delle scritture contabili ai soli dati che attengono allo specifico rapporto di agenzia intercorrente tra le parti. Diversamente opinando, il preponente avrebbe un onere oltremodo gravoso e pe nulla giustificato”.

A ciò aggiungasi – come rilevato dallo stesso giudice – che “è anche la specificità dello strumento monitorio azionato a richiedere un maggiore sforzo di determinatezza nell’indicazione delle cose mobili di cui si chiede la consegna” ex art. 633 c.p.c..

Nel caso sottoposto al suo giudizio, il Tribunale meneghino, nell’accogliere l’opposizione a decreto ingiuntivo proposta dalla società mandante, ha ritenuto che l’agente ricorrente non avesse precisamente individuato i documenti di cui aveva chiesto la consegna, essendosi limitato a chiedere, con assoluta genericità, la consegna dell’estratto dei “libri contabili, espressione con cui possono essere indicati una molteplicità di documenti: libro giornale, libro degli inventari, libro delle fatture di vendita, libri IVA, estratti conto provvigionali, le bolle di consegna della merce, le ricevute di versamento ENASARCO”.

COCUZZA & ASSOCIATI

Roma Capitale modifica il Regolamento per il Commercio nella Città Storica

di Thomas Mambrini

 Nei giorni scorsi l’Assemblea Capitolina ha modificato la propria precedente deliberazione n. 47 del 17 aprile 2018, con la quale sono state introdotte le nuove regole per l’esercizio delle attività commerciali nel Centro Storico della città.

Come è noto, il Regolamento si pone l’obiettivo di tutelare il pregio artistico e culturale ed il decoro del centro storico della Città di Roma, dove è alta la concentrazione di attività commerciali ed artigianali. In questo senso, sono stati previsti limiti alla facoltà di insediamento di nuove attività, in particolare quelle alimentari, con anche l’individuazione di una serie di “attività vietate”, nonché l’introduzione di specifiche prescrizioni in ordine alle concrete modalità di esercizio dell’attività. Il Regolamento individua poi le c.d. “attività tutelate”, ossia attività che in ragione delle loro caratteristiche e delle merceologie trattate, sono considerate meritevoli di tutela sino a considerarle le uniche effettivamente insediabili nell’ambito dei tessuti più centrali della città (sito UNESCO).

All’indomani dell’entrata in vigore del Regolamento sia le associazioni di categoria che alcuni operatori del settore lo hanno impugnato avanti al TAR di Roma, contestandone la legittimità, in particolare, a fronte delle note disposizioni statali in tema di liberalizzazione delle attività commerciali, che tuttavia lo scorso aprile il TAR ha statuito non essere state violate dal Regolamento, se non in una minima parte (sentenza n. 5321/2019).

La delibera che modifica il Regolamento è tuttora in fase di pubblicazione; nell’attesa di poter leggere il testo ufficiale, è già stato anticipato quello che dovrebbe essere il contenuto delle modifiche apportate, anche in recepimento della recente pronuncia del TAR romano:

In tema di consumo sul posto di prodotti alimentari è stato eliminato il riferimento agli “arredi minimali” e alle condizioni minime di fruibilità, così anche da agevolare e rendere più chiara l’attività di controllo da parte degli Uffici competenti. Inoltre, in adeguamento alla sentenza del TAR, è stato eliminato il divieto di consumo sul posto delle bevande alcoliche.

Per quanto riguarda l’insediamento delle c.d. “attività tutelate”, è stato eliminato il requisito soggettivo specifico dell’anzianità (3 anni di iscrizione alla Camera di Commercio), requisito che era stato già ritenuto illegittimo dal Tar di Roma.

Relativamente alle medie strutture di vendita è stato mitigato il divieto assoluto di nuovo insediamento introdotto l’anno scorso, consentendo l’apertura di medie strutture riferite ad attività ricomprese nella categoria delle “attività tutelate”, fermo restando il rispetto della normativa urbanistico-edilizia.

Dal novero delle attività vietate sono state eliminati gli “hard” e “soft” discount, la cui apertura ritorna ammissibile nel centro Città.

Infine, è stata modificata la disciplina del Regolamento relativa ai subingressi nella titolarità o nella gestione di attività commerciali nel sito Unesco, eliminando il divieto di subentro in attività non tutelata, fermo restando il divieto per il subentro nella titolarità o nella gestione di attività vietate.

LABLAW

E’ ora di chiudere il circolo

di Francesco Rotondi e Giulia Leardi

Il mantra fino a poco tempo fa era “produci/consuma/getta via”.

E siamo stati veramente bravi a seguirlo, abbiamo trasformato l’Everest e l’Himalaya in due enormi discariche, abbiamo persino creato un’isola – la Great Pacific Garbage Patch – fatta di rifiuti.

Poi ci siamo accorti che l’economia lineare (un’economia di mercato, basata sull’estrazione di materie prime, sulla produzione ed il consumo di massa e sullo smaltimento degli scarti una volta raggiunta la fine della vita del prodotto) non era più sostenibile.

Si è, quindi, deciso di impegnarsi e tentare di passare dalla linea al cerchio: l’economia circolare, non propone aggiustamenti per ridurre gli impatti ambientali prodotti dal sistema economico lineare, ma rappresenta un cambiamento sistemico, una rivoluzione sostenibile, che ridefinisce processi produttivi e servizi, re-immette le risorse nel ciclo, generando opportunità economiche e benefici per l’ambiente e la società.

L’economia circolare rappresenta una straordinaria occasione per compiere l’auspicata rivoluzione nell’ottimizzazione dell’uso di risorse naturali ed anche umane.

Questa diversa forma di economia, infatti, contribuisce oltre che alla crescita economica e alla competitività su scala internazionale anche ad un’importante modifica a livello occupazionale.

L’International Labour Organization (ILO) in un recente rapporto stima, ad esempio, una crescita globale dell’occupazione dello 0,1% (circa 6 milioni di posti di lavoro) entro il 2030 in virtù dello sviluppo dell’economia circolare. Si tratta di stime nette che sono le risultanze di nuovi lavori e di lavori che diminuiranno.

E’, infatti, previsto anche un calo di circa 28 milioni di posti di lavoro nel settore della manifattura legata alla produzione di ferro e acciaio o 20 milioni di posti di lavoro nell’ambito dell’estrazione di rame.

Allo stesso tempo ci si aspetta una crescita di circa 31 milioni di posti di lavoro nelle imprese che riprocessano l’acciaio vecchio per renderlo nuovamente utilizzabile e 14 milioni di posti di lavoro nel settore della produzione di elettricità con pannelli solari ed altre fonti di energia alternativa.

Si avrà una crescita anche nel settore del commercio all’ingrosso (14 milioni), della vendita, manutenzione e riparazione di motoveicoli, parti di motoveicoli, motocicli e loro parti e accessori (4,7milioni), attività di rilavorazione del legno usato in legno nuovo (5 milioni) e della ricerca e sviluppo (3,5 milioni).

Ad oggi in Italia si stimano circa 510mila persone occupate nei settori del riciclo, della riparazione e del riutilizzo.

Davanti a queste previsioni siamo costretti a queste fondamentali considerazioni. Abbiamo del tempo per adeguarci e passare dall’attuale paradigma produttivo a quello previsto dall’economia circolare, ma non possiamo ignorare che tale passaggio comporti anche delle perdite e dei rischi che devono essere gestite.

Non è la prima sfida “occupazionale” che ci troviamo ad affrontare, ma certamente è la più importante poiché è ad ampio impatto.

Il tema vero è se anche questa volta verremo travolti dagli eventi, oppure riusciremo a gestirli.

Il dato “politico” – almeno quello italiano – non è confortante. Per fortuna ci sono le parti sociali che mostrano molto spesso più sensibilità del legislatore.

Sul punto ci siamo confrontati anche con Francesco Zonin, Executive Vice President di una delle case vinicole più famose al mondo, ZONIN1821, che ci ha riportato la sua opinione.

“Siamo arrivati ad un punto in cui abbiamo l’obbligo di rivedere il nostro stile di vita ed il relativo impatto sull’ambiente.

Abbiamo capito che le risorse sono finite, ma abbiamo ancora una economia fortemente basata su un concetto di risorse infinite.

Il mio campo è quello agricolo, e lì si impara naturalmente che più si rispettano le risorse, e più si riciclano, migliore sarà il conto economico di lungo periodo, incluso il costo ambientale.

Auspico per certi versi un ritorno al passato, nel quale veniva consegnato il latte a domicilio in bottiglie di vetro. Se partiamo da questo banalissimo esempio, è chiaro che ci sarà una migrazione per molti posti di lavoro. Perderemo addetti alla produzione di plastica e tetrapack, per recuperarne si spera altrettanti nel mondo del delivery e riciclaggio delle risorse. Se è vero che un sacchetto di plastica ha una vita media di 12 minuti ma viene smaltito in più di 200 anni (ne ricicliamo il 5%), il problema è presto chiaro. Una delle industrie a maggiore occupazione, l’industria dell’auto, avrà un grandissimo impatto in ambito occupazionale, ma non possiamo nemmeno pensare di poter continuare a cambiare auto ogni 2/3 anni, soprattutto quando l’uso quotidiano nella maggior parte dei casi è praticamente nullo. Se pensiamo alla rivoluzione tecnologica degli ultimi decenni e alle nuove opportunità di lavoro che questa ha creato, possiamo ipotizzare una ancor più grande rivoluzione nei prossimi decenni in ambiti molto più ampi e “storici”. Avremo bisogno di programmare una “rivoluzione del lavoro”, durante la quale vedremo diminuire drasticamente livelli occupazionali in alcuni ambiti per crearne altrettanti legati ad attività che riguardino la parte finale dell’economia circolare, il riutilizzo delle risorse. Sara un passaggio fondamentale, tanto quanto la rivoluzione industriale. Dobbiamo riallineare l’economia al pianeta, ma la sfida più difficile sarà riallineare il mercato del lavoro ad una nuova economia sostenibile nel lungo termine, necessariamente circolare”.

BAKER MCKENZIE

La figura dell’amministratore-dipendente: i chiarimenti dell’INPS

di avv. Sergio Antonelli, avv. Uberto Percivalle  e dott.ssa Giulia Bifano  

 

Con il recentissimo messaggio n. 3359 pubblicato il 17 settembre scorso, l’INPS fornisce importanti precisazioni sul tema della compatibilità tra la titolarità di cariche sociali nell’ambito di società di capitali e lo svolgimento di attività di lavoro subordinato. Nel ripercorrere il tracciato della giurisprudenza, l’ente precisa anzitutto come, in linea generale, per i presidenti, gli amministratori unici ed i consiglieri delegati di società di capitali possa essere riconosciuto un rapporto di lavoro subordinato con la medesima società. A tale fine, tuttavia, è necessario che sussistano, per ciascun caso specifico, le caratteristiche proprie della subordinazione: per essere validamente qualificato come dipendente, dunque, l’amministratore deve anzitutto rimanere assoggettato al potere direttivo, di controllo e disciplinare dell’organo di amministrazione dell’ente. In sostanza, pertanto, neppure la carica di presidente è di per sé incompatibile con lo status di lavoratore subordinato: condizione per la coesistenza di tali ruoli è che tale presidente, al pari di qualsiasi membro del consiglio di amministrazione, sia soggetto alle direttive, alle decisioni ed al controllo dell’organo collegiale. E dunque, neppure può essere negata la eventuale subordinazione del presidente a cui sia stato conferito il potere di rappresentare la società, fintanto che una simile delega non estenda automaticamente allo stesso i diversi poteri deliberativi. Seguendo il medesimo filo logico, l’INPS si occupa poi della figura dell’amministratore unico: in questi casi, la circostanza che l’amministratore abbia il potere di esprimere da solo la volontà della società, essendo anche il detentore di tutti i poteri di controllo, comando e disciplina, esclude ogni possibilità compatibilità della carica con il lavoro subordinato. Ed infatti, manca in questo caso la necessaria distinzione tra la posizione del lavoratore in qualità di organo direttivo della società e quella del lavoratore come soggetto esecutore delle prestazioni lavorative personali. Caso diverso, invece, quello dell’’amministratore delegato, in cui è l’ampiezza della delega conferita dal consiglio di amministrazione a definire se e a quali condizioni si possa parlare di subordinazione. Ed infatti, solo laddove l’amministratore sia munito di delega generale con facoltà di agire senza il consenso del consiglio di amministrazione è necessario escludere in principio che possa intrattenersi un valido rapporto di lavoro subordinato tra l’AD e la società. D’altra parte, l’attribuzione da parte del consiglio di amministrazione del solo potere di rappresentanza o di specifiche e limitate deleghe all’amministratore non vieta, in linea generale, che possa anche esistere un genuino rapporto di lavoro subordinato. In ogni caso, ai fini dell’esatta qualificazione di ciascun rapporto, è sempre necessario che la condizione dell’ amministratore delegato-dipendente sia valutata dagli organi ispettivi non solo  tenendo in considerazione l’esistenza degli indici propri della subordinazione in generale, ma anche avendo riguardo ai rapporti intercorrenti fra l’organo delegato e il consiglio di amministrazione, anche valutando la pluralità ed il numero degli amministratori delegati e la facoltà di agire congiuntamente o disgiuntamente. Coerentemente con i criteri espressi finora, l’ente previdenziale fornisce poi taluni chiarimenti con riguardo alla possibile subordinazione dei soci, escludendone la possibile esistenza nei soli in casi in cui la qualità di socio coincida con l’assunzione di poteri di gestione della società esclusivi o, più in generali, con la concentrazione della volontà del soggetto giuridico in quella del solo socio-lavoratore. Pertanto, è sempre necessario escludere che possa esservi subordinazione con riferimento al socio unico: la concentrazione della proprietà delle azioni nelle mani di una sola persona, indipendentemente dall’esistenza della società come distinto soggetto giuridico, vale ad escludere ogni effettiva soggezione del socio alle direttive di un organo societario. Allo stesso modo, il socio che – indipendentemente dalla propria quota- abbia assunto di fatto nell’ambito della società l’effettiva ed esclusiva titolarità dei poteri di gestione, non può assumere anche la diversa figura di lavoratore subordinato. In linea generale, prosegue l’INPS, anche il socio di società di capitali che assommi in capo a sé anche l’incarico di amministratore può essere considerato validamente titolare di un rapporto di lavoro subordinato: in simili casi, tuttavia, è necessario attenersi agli insegnamenti della Corte di Cassazione, secondo cui è necessario vagliare disgiuntamente, caso per caso, sia la condizione di possessore di parte del capitale sociale sia l’incarico gestorio. Pertanto, una volta stabilita l’astratta possibilità di instaurazione, tra la società e la persona fisica che la rappresenta e la gestisce, di un autonomo e parallelo diverso rapporto che può assumere le caratteristiche del lavoro subordinato, dovrà accertarsi in concreto l’oggettivo svolgimento di attività estranee alle funzioni inerenti al rapporto organico e che tali attività siano contraddistinte dai caratteri tipici della subordinazione.

DE FALCO E GROMPE

Come tutelare il patrimonio aziendale da atti di concorrenza da parte di ex-lavoratori – Il patto di non concorrenza

di  Horst Grompe, Rodolfo De Martinis  e Davide Cinelli

La comprensibile preoccupazione di ogni azienda, al momento della cessazione di un rapporto di lavoro, è la tutela e la salvaguardia del proprio avviamento /know how, intesi in senso ampio, nei confronti dei concorrenti.

L’ordinamento fornisce uno strumento: il patto di non concorrenza.

Si tratta di un accordo tra l’azienda ed il lavoratore, accessorio al contratto di lavoro. Lo stesso può essere stipulato al momento della sottoscrizione del contratto con lavoro o successivamente. Da una prospettiva puramente negoziale, appare più semplice stipularlo contestualmente.

Per la sua validità l’art. 2125 del Codice Civile richiede:

  • la forma scritta;
  • la pattuizione di un corrispettivo;
  • limiti determinati di oggetto, tempo e luogo.

Per evitare che il patto sia fragile sin dalle fondamenta occorre richiamare l’attenzione sui due aspetti più delicati da considerarsi in fase di negoziazione del patto di non concorrenza:

  1. la congruità del corrispettivo e le modalità di erogazione;
  2. l’estensione dei limiti imposti al lavoratore

Quanto alla congruità del corrispettivo, la giurisprudenza ha più volte chiarito che la stessa deve essere valutata tenendo conto di diversi fattori. Tra questi: la misura della retribuzione, l’estensione dei limiti imposti dal patto e la professionalità del lavoratore. Il corrispettivo deve infatti essere idoneo a compensare il sacrificio richiesto al lavoratore e la riduzione delle sue possibilità di guadagno. Lo stesso andrà determinato con particolare attenzione in quanto la non congruità comporta la nullità del patto.

Non c’è una regola generale e la valutazione finale, in caso di contenzioso, è rimessa al giudice.

Il corrispettivo per il patto può essere erogato sia in costanza di rapporto di lavoro, insieme alla retribuzione, sia successivamente alla cessazione del rapporto di lavoro, in una unica soluzione o a rate. Alla luce di alcune recenti pronunce, appare preferibile prevedere l’erogazione dopo la cessazione del rapporto di lavoro: il corrispettivo pagato in aggiunta allo stipendio in costanza di rapporto di lavoro oltre a rischiare di non essere determinabile dal principio, potrebbe infatti essere non congruo in caso di un rapporto di lavoro di breve durata.

Peraltro, in ipotesi di pagamento rateale durante il periodo di validità del patto, la società risulterebbe maggiormente tutelata in caso di violazione del patto stesso, in quanto potrebbe sospendere il pagamento.

Quanto alla estensione dei limiti, in punto di oggetto e luogo, se è pacifico che il divieto può riguardare territori molto ampi (in ogni caso definiti) come tutto il territorio della Unione Europea, e qualsiasi attività lavorativa che possa competere con quella del precedente datore, sia essa subordinata o meno, la giurisprudenza ha più volte sottolineato come, a pena di nullità, il divieto imposto non possa precludere in assoluto al lavoratore la possibilità di impiegare la propria capacità professionale nel settore economico di riferimento e non debba compromettere la possibilità per il lavoratore stesso di assicurarsi un guadagno idoneo alle esigenze di vita.

Anche in questo caso, la valutazione di tali limiti deve essere effettuata attentamente e tenendo conto del caso specifico e la valutazione finale, in caso di contenzioso, è rimessa al giudice.

Non pone particolari problemi invece il limite di tempo. La norma è chiara: non può essere superiore a 5 anni per i dirigenti o a 3 anni negli altri casi. Termini maggiori eventualmente concordati devono considerarsi automaticamente ridotti. Il datore di lavoro, in sede di negoziazione, dovrà dunque essenzialmente valutare attentamente la relazione tra il corrispettivo da versare e l’effettivo beneficio.

Due ulteriori aspetti di grande interesse per il datore di lavoro sono come garantire una maggiore effettività del patto e come tutelarsi in caso di violazione del patto di non concorrenza da parte del lavoratore.

Per raggiungere il primo scopo, rispondendo anche alle esigenze di tutela, l’azienda potrà prevedere all’interno del patto una penale, che predetermina in misura forfetizzata il danno subito dell’azienda sollevando questa dall’onere di provare il suo ammontare effettivo in caso di violazione.

L’ammontare della penale dovrà essere commisurato al potenziale danno per il datore di lavoro tenuto conto del bilanciamento tra l’interesse all’esecuzione del patto, l’ammontare della penale stessa e l’ampiezza dei vincoli in capo al lavoratore.

L’importo della penale potrà sempre essere oggetto di riduzione da parte del giudice, ma una eccessività della stessa non incide in ogni caso sulla validità del patto.

Se nonostante la previsione della penale il lavoratore dovesse in ogni caso violare il patto, a seconda dell’interesse del datore di lavoro, si potrà richiedere la risoluzione del patto stesso, con il conseguente obbligo di restituzione del corrispettivo eventualmente già pagato, oltre al risarcimento del danno subito, oppure, nel caso sia prevalente l’interesse al rispetto del patto, si potrà richiedere l’emissione di un provvedimento d’urgenza che intimi l’adempimento del patto di non concorrenza.

In chiusura occorre precisare che il patto di non concorrenza, essendo un accordo bilaterale, autonomo e distinto dal contratto di lavoro, può essere risolto solo consensualmente. Non è dunque ammesso il recesso unilaterale.

Per quanto riguarda invece la possibilità di prevedere un diritto di opzione in capo al datore di lavoro volto ad attivare un patto di non concorrenza, se in un primo momento la giurisprudenza ammetteva  tale ipotesi, a condizione che l’opzione venisse esercitata prima della cessazione del contratto di lavoro, le più recenti pronunce hanno considerato nulla una tale clausola, che andrebbe ad incidere sin da subito sulle scelte lavorative, tanto da travolgere l’intero patto per indeterminatezza temporale dell’obbligo assunto dal lavoratore. Occorrerà dunque valutare la cosa molto attentamente.

In conclusione

Un patto di non concorrenza formulato con attenzione, tendendo conto della singola e specifica situazione del datore di lavoro, del lavoratore e del segmento di mercato interessato, potrebbe essere un valido deterrente alla dispersione del know how aziendale nel momento successivo alla cessazione di un rapporto di lavoro, determinando il lavoratore a non prestare i suoi servizi per una azienda concorrente. 

STUDIO LEGALE MENICHETTI

Circa la prova a carico del datore di lavoro delle ragioni sostitutive del contratto di lavoro a tempo determinato

di Elena Bissoli

 

Con ordinanza n. 21672 dello scorso 23 agosto, la Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi sull’apposizione del termine ad un contratto di lavoro per ragioni sostitutive di personale assente per malattia, con specifico riferimento a realtà aziendali complesse (nella fattispecie, la principale compagnia aerea italiana).

Al riguardo, l’art. 19 del D. Lgs. 81/2015 stabilisce, nei commi 1 e 1bis, che:

Al contratto di lavoro subordinato può essere apposto un termine di durata non superiore a dodici mesi. Il contratto può avere una durata superiore, ma comunque non eccedente i ventiquattro mesi, solo in presenza di almeno una delle seguenti condizioni:

  1. a) esigenze temporanee e oggettive, estranee all’ordinaria attività, ovvero esigenze di sostituzione di altri lavoratori;
  2. b) esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili, dell’attività ordinaria.

In caso di stipulazione di un contratto di durata superiore a dodici mesi in assenza delle condizioni di cui al comma 1, il contratto si trasforma in contratto a tempo indeterminato dalla data di superamento del termine di dodici mesi”.

La Suprema Corte ha accolto il primo motivo di ricorso, col quale la società ricorrente aveva censurato la sentenza d’appello per aver “ritenuto che la datrice di lavoro non avesse assolto il proprio onere probatorio in ordine all’effettiva sussistenza delle ragioni sostitutive indicate nel contratto individuale di lavoro e del nesso causale fra tali ragioni e l’assunzione a tempo determinato di una lavoratrice”.

In particolare, la Corte d’appello aveva reputato non “sufficienti a tal fine l’elenco dei dipendenti assunti a tempo indeterminato con qualifica di assistenti di volo in servizio presso la base di Milano, con l’indicazione mese per mese del numero di giornate di assenza per malattia di ciascuno, né l’elenco delle altre sette risorse assunte nello stesso periodo con identica causale, posto che le circostanze desumibili da tale documentazione non consentivano d’accertare se e quando la lavoratrice avesse effettivamente operato in sostituzione dei colleghi assenti per malattia e, in particolare, se avesse effettivamente lavorato nelle loro tratte”, richiamando, ma non dando corretta applicazione, ad un dictum giurisprudenziale (Cass. nn. 1577/2010, 23119/2010 e 10068/2013), secondo cui in caso di “situazioni aziendali complesse, in cui la sostituzione non è riferita ad una singola persona, ma ad una funzione produttiva specifica, occasionalmente scoperta, l’apposizione del termine deve considerarsi legittima se l’enunciazione dell’esigenza di sostituire lavoratori assenti – da sola insufficiente ad assolvere l’onere di specificazione delle ragioni stesse – risulti integrata dall’indicazione di elementi ulteriori (quali l’ambito territoriale di riferimento, il luogo della prestazione lavorativa, le mansioni dei lavoratori da sostituire, il diritto degli stessi alla conservazione del posto di lavoro) che consentano di determinare il numero di lavoratori da sostituire, ancorché non indentificati nominativamente, ferma restando, in ogni caso, la verificabilità della sussistenza del prospettato presupposto di legittimità” in quanto la sostituzione non si riferisce ad una singola persona, come può accadere in aziende di piccole dimensioni, ma ad una funzione produttiva specifica che sia, per l’appunto, occasionalmente scoperta.

La Suprema Corte ha ritenuto, dunque, cassando la sentenza impugnata e rinviando la causa alla stessa Corte territoriale in diversa composizione, che il secondo giudice di merito non si sia “nella sostanza uniformata, quanto alle coerenti ricadute sul piano probatorio, al tale principio di diritto, richiedendo con la dimostrazione che la C. avesse sostituito giorno per giorno i colleghi assenti indicati nella memoria di costituzione ed effettivamente lavorato nelle tratte dei colleghi assenti per malattia, una prova disallineata per specificità di contenuto rispetto al livello di specificazione delle ragioni sostitutive, quale ritenuto necessario e sufficiente dal richiamato orientamento, ai fini della legittimità del termine, nelle situazioni aziendali complesse”.

COCUZZA & ASSOCIATI

Adeguamenti statutari obbligatori delle S.r.l. entro il 16 dicembre 2019 alla luce del nuovo “Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza” e successive modifiche

di Maria Grazia Colombo

Molte società a responsabilità limitata dovranno, entro il 16 dicembre 2019, adeguare i propri statuti e provvedere alla nomina dei sindaci o dei revisori, anche qualora esse non fossero state tenute a farlo fino a poco tempo fa.

L’obbligo è contenuto nel Decreto Legislativo 12 gennaio 2019, n. 14, meglio noto come “Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza”, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 14 febbraio 2019, che riforma in maniera organica la normativa delle procedure concorsuali e che è destinato a sostituirsi al Regio Decreto 16 marzo 1942, n. 267, su fallimento, concordato preventivo e altre procedure concorsuali, e alla Legge 27 gennaio 2012, n. 3 sulla crisi da sovraindebitamento.

Numerose e rilevanti sono le novità che vengono introdotte dal nuovo codice il quale, tra l’altro, pone in essere una serie di strumenti atti all’emersione tempestiva delle situazioni di crisi con la prospettiva di risanare l’azienda che versi in una situazione di difficoltà: tra di essi va segnalato il giro di vite relativo ai requisiti che rendono obbligatorio sindaci o revisori nelle società a responsabilità limitata.

L’articolo 2477 del codice civile nella sua formulazione antecedente al nuovo Codice stabiliva che la nomina dei sindaci o dei revisori era obbligatoria a) se la società a responsabilità limitata era tenuta alla redazione del bilancio consolidato, b) se controllava una società obbligata alla revisione legale dei conti o c) se per due esercizi consecutivi superava due dei limiti di cui al primo comma dell’articolo 2435bis del codice civile ovvero 1) il limite degli Euro 4,4 milioni di attivo dello stato patrimoniale, 2) il limite degli Euro 8,8 milioni di ricavi di vendite e prestazioni e 3) il limite dei 50 dipendenti occupati in media durante l’esercizio. Con riferimento all’obbligo posto dalla lettera c) dell’art. 2477 del codice civile nella sua precedente formulazione esso veniva meno se i predetti limiti non venivano superati per due esercizi consecutivi.

Il nuovo “Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza” riformula all’articolo 379 la lettera c) dell’articolo 2477 del codice civile con riferimento al richiamo dei limiti di cui all’art. 2435bis del codice civile che viene eliminato e che viene sostituito con l’indicazione di nuovi parametri più stringenti; parametri che sono stati poi ulteriormente modificati con il recente intervento legislativo operato dal Decreto Legge 18 aprile 2019, n. 32 (convertito con Legge 14 giugno 2019, n. 55). Con la nuova formulazione sono tenute, infatti, a dotarsi di un organo di controllo o di un revisore legale dei conti le società a responsabilità limitata che per due esercizi consecutivi superano almeno uno dei seguenti limiti:

  • Euro 4 milioni di totale dell’attivo dello stato patrimoniale;
  • Euro 4 milioni di ricavi di vendite e prestazioni;
  • 20 dipendenti occupati in media durante l’esercizio.

L’obbligo di cui alla nuova lettera c) dell’art. 2477 del codice civile viene meno se per tre esercizi consecutivi non viene superato nessuno dei predetti limiti.

Dunque, i limiti minimi per dotarsi di sindaci o revisori risultano ridotti rispetto a quelli contenuti nella norma previgente; in aggiunta viene invece aumentato di un anno il mancato superamento dei predetti limiti per il venir meno dell’obbligo di dotarsi dell’organo di controllo.

La nuova formulazione dell’art. 2477 del codice civile è entrata in vigore il 16 marzo 2019. Entro il nono mese successivo alla predetta data (dunque, entro il 16 dicembre 2019), le società a responsabilità limitata, che rientrano nei parametri sopra ricordati, dovranno provvedere alla nomina dell’organo di controllo o del revisore legale e dovranno, qualora necessario, adeguare i propri statuti alle nuove norme contenute nel rinnovato articolo 2477 del codice civile.  

ONTIER PARDO VICENZI

Ripartono gli incentivi  alle rinnovabili: cosa c’è da sapere sul FER1 in attesa della pubblicazione in gazzetta

Il Ministro dello Sviluppo Economico e il Ministro dell’Ambiente hanno firmato il nuovo decreto c.d. FER1 (“Fonti Energie Rinnovabili”, anche solo “Decreto”) che si attendeva ormai da mesi.

Il provvedimento ha avuto un iter travagliato prima di ottenere il via libera dalla Commissione Europea, ora è stato inviato alla Corte dei Conti per la registrazione e seguirà la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

Il Decreto è in linea con gli obiettivi europei 2020 e 2030 e nasce dall’esigenza di promuovere la produzione di energia elettrica dagli impianti alimentati da fonti rinnovabili, mediante la definizione di incentivi e di procedure selettive ad hoc che siano in linea con quanto previsto nel Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC).

Molte le novità del Decreto che spazia dagli incentivi per produzione da impianti fotovoltaici, eolici, idroelettrici e gas di depurazione alla rimozione dell’Eternit, alla bonifica di discariche, e alla costruzione di impianti medio/grandi, per finire con il premio all’autoconsumo.

Come affermato dallo stesso Governo, l’intervento normativo punta a realizzare impianti per una potenza complessiva – allacciata alla rete elettrica nazionale – di circa 8.000 MW, con una produzione di energia rinnovabile pari a circa 12 miliardi di kWh all’anno; saranno attivati investimenti per 10 miliardi di euro.

Gli incentivi riguarderanno, in via prioritaria, gli impianti realizzati su discariche chiuse e sui Siti di Interesse Nazionale ai fini della bonifica e su edifici pubblici (scuole, ospedali ed altri edifici pubblici) per impianti fotovoltaici i cui moduli sono installati in sostituzione di coperture di edifici e fabbricati rurali in eternit o amianto. In quest’ultimo caso, gli impianti fotovoltaici avranno diritto, in aggiunta agli incentivi sull’energia elettrica, ad un premio pari a 12 €/MWh su tutta l’energia prodotta.

Il Decreto si occupa con favore dell’autoconsumo: per gli impianti di potenza fino a 100 kW su edifici, sulla quota di produzione netta consumata in sito, sarà assegnato un premio pari a 10 euro al MWh; detto incentivo sarà altresì cumulabile con quello per i moduli in sostituzione di coperture contenenti amianto. Il premio è riconosciuto a posteriori e solo allorché l’energia consumata risulti superiore al 40% della produzione netta.

  1. Secondo l’ultima versione del Decreto disponibile – quella ufficiale sarà nota solo con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale – saranno ammessi ai meccanismi d’incentivazione, previa partecipazione a procedure pubbliche per la selezione dei relativi progetti, gli impianti:
  • di nuova realizzazione, che risultino “integralmente ricostruiti e riattivati”, con potenza inferiore a 1MW;
  • oggetto di potenziamento “qualora la differenza tra la potenza dopo l’intervento e la potenza prima dell’intervento sia inferiore a 1 MW”;
  • oggetto di rifacimento, di potenza inferiore a 1MW;
  • aggregati, e cioè costituiti da più impianti appartenenti al medesimo gruppo, di potenza unitaria non inferiore a 20KW, purché la potenza complessiva  sia uguale o superiore a 1 MW.

Sono esclusi dagli incentivi alle rinnovabili di cui al FER1 gli impianti non fotovoltaici che hanno usufruito dei bonus previsti dal DM 23 giugno 2016 o che, pur risultando idonei, sono stati inseriti in posizione “non utile” all’interno dei registri.

Per gli impianti fotovoltaici, al fine di ottenere l’incentivo, è necessario che ricorrano entrambi i seguenti requisiti:

  1. essere di nuova costruzione;
  2. non essere ubicati in aree agricole.

Gli impianti di potenza uguale o superiore a 1 MW, invece, accedono agli incentivi secondo le procedure d’asta al ribasso nei limiti di contingenti di potenza; è possibile richiedere le agevolazioni anche per gli aggregati costituiti da più impianti appartenenti al medesimo gruppo, di potenza unitaria superiore a 20 kW e non superiore a 500 kW, purché la potenza complessiva dell’aggregato sia uguale o superiore a 1 MW.

  1. I bandi per l’iscrizione ai registri sono organizzati in 4 gruppi e sono così strutturati:
  • Gruppo A: impianti eolici e fotovoltaici.
  • Gruppo A-2: impianti fotovoltaici i cui moduli sono installati in sostituzione di coperture su cui è operata la completa rimozione dell’eternit o dell’amianto.
  • Gruppo B: impianti idroelettrici e a gas residuati dei processi di depurazione.
  • Gruppo C: impianti eolici o del Gruppo B oggetto di rifacimento totale o parziale.

Sono previste sette procedure: il 30 settembre 2019 si terrà la prima procedura per l’incentivazione di impianti da fonti rinnovabili con potenza superiore a 1 MW; le aste successive sono previste per il 31 gennaio, il 31 maggio e il 30 settembre 2020. Altre tre ondate sono previste per il 31 gennaio 2021, 31 maggio 2021 e 30 settembre 2021.

Le richieste di partecipazione alle procedure di accesso agli incentivi sono inviate al Gestore dei Servizi Energetici (GSE), esclusivamente tramite il sito, secondo modelli approntati e resi noti dallo stesso GSE, comprendenti la documentazione da fornire, funzionale alla verifica dei requisiti per la partecipazione alle procedure e all’applicazione dei criteri di priorità individuati per l’accesso agli incentivi.

Le domande di partecipazione andranno presentate entro 30 giorni dalla data di pubblicazione del bando. La graduatoria verrà pubblicata sul sito del GSE entro 90 giorni dalla data di chiusura dei bandi.

Le imprese interessate a partecipare dovranno necessariamente adeguarsi per poter beneficiare di tali nuovi incentivi. Il Dipartimento di Diritto dell’Energia di Ontier Italia è fin da ora a Vostra disposizione per fornirVi assistenza in questa procedura.

Rödl & Partner

La concorrenza sleale perpetrata attraverso i social media.

di Avv. Isabella Corrias

I social media rappresentano oggi una delle più importanti ‘vetrine’ su cui le aziende pubblicizzano i propri prodotti, contribuendo in questo modo anche alla costruzione della loro immagine e reputazione.

Sempre più spesso, però, queste stesse aziende si dimostrano incapaci di affrontare le criticità di una rete in grado di veicolare una moltitudine di commenti e informazioni senza controllo.

A questo riguardo, negli ultimi anni, non sono mancate in Italia pronunce giurisprudenziali[1] che hanno riconosciuto la piena ‘tutelabilità’ della reputazione commerciale dei brand anche sui social media contro gli atti di concorrenza sleale.

In particolare, secondo la sentenza n. 2533 del 1° marzo 2017 del Tribunale di Milano[2] – chiamato a pronunciarsi con riferimento ad una controversia avente ad oggetto la pubblicazione, nelle pagine Facebook, di post diffamatori diretti verso un concorrente – costituisce denigrazione commerciale, ai sensi dell’art. 2598, primo comma, n. 2, del Codice civile italiano[3], ‘la diffusione di notizie e apprezzamenti sui prodotti e sull’attività di un concorrente, capaci di determinare il discredito di quest’ultimo’.

Tale condotta è quindi vietata non solo quando gli apprezzamenti negativi diffusi tra il pubblico riguardino i prodotti dell’impresa concorrente, ma anche e ogni volta che si tenti di screditare, in generale, l’attività, l’organizzazione e il modo di agire dell’avversario[4].

In linea con quanto affermato in precedenza dalla Corte di Cassazione[5], i giudici meneghini precisano che, per la configurazione dell’illecito concorrenziale, è sufficiente che le dichiarazioni screditanti siano idonee a causare, anche solo potenzialmente, un danno concorrenziale, il quale si può tradurre, ad esempio, ‘in maggiori difficoltà sul mercato (perdita di clientela o di fornitori, ricadute sull’organizzazione dell’impresa)’. Ne consegue che, a questi fini, non è necessaria la produzione di un pregiudizio attuale al patrimonio del soggetto concorrente.

Per quanto concerne la ‘diffusività’ richiesta ai fini del perfezionamento della denigrazione commerciale, il Tribunale di Milano ritiene che tale requisito sia in re ipsa, considerato che, proprio per le sue stesse modalità di funzionamento, Facebook permette la visibilità dei messaggi a prescindere dal fatto di essere ‘amici’ del titolare della pagina dove vengono pubblicati, potendo quest’ultimo ‘ben optare per un profilo c.d. “aperto”, ossia visionabile dall’intera comunità del social network’.

D’altronde, l’intrinseca capacità diffusoria di detto social media[6] è stata riconosciuta da plurima giurisprudenza di legittimità e di merito italiana, che, sia pure in ambito penale[7], ha affermato come la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca Facebook integri un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, terzo comma, del Codice penale italiano (sotto il profilo dell’offesa arrecata ‘con qualsiasi altro mezzo di pubblicità’ diverso dalla stampa), poiché la condotta in tal modo realizzata sarebbe potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato, o comunque quantitativamente apprezzabile, di persone e tuttavia non potrebbe dirsi posta in essere ‘col mezzo della stampa’, non essendo i social network destinati ad un’attività di informazione professionale diretta al pubblico[8].

La diffusione di informazioni vere, anche se di contenuto tale da ingenerare discredito per un concorrente è, invece, da ritenersi lecita, purché (c.d. ‘exceptio veritatis’) la trasmissione delle stesse sia compiuta in modo obiettivo e non tendenzioso, e cioè in maniera da non aumentare l’impatto negativo che la notizia in sé potrebbe causare: ciò non è però ravvisabile, secondo il Tribunale di Milano, laddove si utilizzino toni offensivi.

E’ infine opportuno segnalare che, se da un lato non vi sono dubbi circa la sussistenza di responsabilità a carico di chi utilizza i servizi di un social network, dall’altro non bisogna dimenticare che anche il gestore della piattaforma (così come il ‘blogger’[9]), seppur in assenza di un dovere assoluto e generale di sorveglianza in tal senso, potrebbe rispondere degli illeciti posti in essere dai propri utenti, qualora[10] non faccia alcunché per eliminare i contenuti illeciti una volta segnalati[11].

 

[1] Cfr. Cass., Sez. VI civ., ord., 4 novembre 2015, n. 22584. In ambito europeo, cfr. Corte Giust., 26 aprile 2007, causa C-348/04, Boehringer Ingelheim KG e altri contro Swingward Ltd. e Dowelhurst Ltd.; Corte Giust., 17 maggio 2018, causa C-642/16, Junek Europ-Vertrieb GmbH contro Lohmann & Rauscher International GmbH & Co. KG.

[2] Trib. Milano, Sezione Specializzata in Materia di Impresa ‘A’, sent., 1° marzo 2017, n. 2533, in giurisprudenzadelleimprese.it

[3] Art. 2598, primo comma, n. 2, c.c.: ‘ferme le disposizioni che concernono la tutela dei segni distintivi e dei diritti di brevetto, compie atti di concorrenza sleale chiunque: […] 2) diffonde notizie e apprezzamenti sui prodotti e sull’attività di un concorrente, idonei a determinarne il discredito, o si appropria di pregi dei prodotti o dell’impresa di un concorrente’.

[4] Cfr. anche Cass., Sez. I civ., sent., 31 ottobre 2016, n. 22042.

[5] Cfr. Cass., Sez. I civ., sent., 31 ottobre 2016, cit.

[6] Ritenuto finanche oggetto di concorrenza sleale confusoria (cfr. Trib. Torino, Sezione Specializzata in Materia di Proprietà Industriale e Intellettuale, ord., 7 luglio 2011, in dejure.it).

[7] Ove si è pacificamente affermato che il reato di diffamazione possa avere come parte lesa una impresa commerciale (cfr., da ultimo, Cass., Sez. I pen., sent., 7 novembre 2018, n. 50423).  

[8] Cfr. Cass., Sez. V pen., sent., 1° febbraio 2017, n. 4873; Cfr. Cass., Sez. I pen., sent., 12 settembre 2014, n. 37596; Trib. Livorno, uff. indagini preliminari, sent., 31 dicembre 2012, in Quot. giur., 2013, con nota di E. Falletti.

[9] Cfr. Cass., Sez. V pen., sent., 20 marzo 2019, n. 12546.

[10] In applicazione dei principi generali in tema di responsabilità dei fornitori dei servizi di hosting espressi dal D.lgs. n. 70/2003 – i.e., il decreto che ha recepito in Italia la c.d. ‘Direttiva e-commerce’ n. 2000/31/CE.

[11] In tal senso anche la giurisprudenza comunitaria. In particolare, cfr. Corte Giust., 16 febbraio 2012, causa C-360/10, Belgische Vereniging van Auteurs, Componisten en Uitgevers CVBA (SABAM) contro Netlog NV; Corte Giust., 23 marzo 2010, nelle cause riunite da C-236/08 a 238/08, Google France SARL e Google Inc. contro Louis Vuitton Malletier SA (C-236/08), Google France SARL contro Viaticum SA e Luteciel SARL (C-237/08) e Google France SARL contro Centre national de recherche en relations humaines (CNRRH) SARL e altri (C-238/08).; Corte Giust., 12 luglio 2011, causa C-324/09, L’Oréal contro eBay; Corte Giust., 22 settembre 2011, causa C-323/09, Interflora Inc. e Interflora British Unit contro Marks & Spencer plc e Flowers Direct Online Ltd.

ANDERSEN TAX & LEGAL

Gruppo Iva: nuovi chiarimenti dall’Agenzia delle Entrate con la risposta all’interpello n. 222 del 2019

Con la risposta all’interpello n. 222 del 1 luglio 2019 l’Agenzia delle Entrate ha fornito alcuni chiarimenti sulla disciplina del Gruppo Iva, le cui disposizioni sono contenute nel Titolo V del DPR n. 633 del 1972 e nel DM 6 aprile 2018 del Ministero dell’economia e delle finanze (recante le disposizioni a carattere attuativo) nonché nella Circolare n. 19/E del 2018 della stessa Agenzia delle entrate.

In particolare la Circolare predetta aveva precisato che a seguito dell’esercizio dell’opzione Gruppo Iva, gli aderenti al medesimo Gruppo perdono la soggettività ai fini dell’imposta sul valore aggiunto, e si viene a costituire un autonomo soggetto d’imposta dotato di una propria partita IVA e di propria iscrizione al VIES.

Il Gruppo IVA assume, quindi, tutti gli obblighi dichiarativi, di liquidazione, di versamento e i diritti previsti per le operazioni in cui l’imposta diviene esigibile a partire dalla data in cui ha effetto l’opzione per la sua costituzione e in particolare: per le operazioni attive avendo riguardo al momento di esigibilità dell’IVA relativa alle operazioni poste in essere, e per le operazioni passive al momento in cui il diritto alla detrazione dell’imposta è esercitabile.

I singoli partecipanti, invece, assumono gli obblighi e i diritti derivanti dall’applicazione delle disposizioni in materia di imposta sul valore aggiunto per le operazioni per le quali l’imposta diventa esigibile o il diritto alla detrazione è esercitabile anteriormente alla data di ingresso nel Gruppo IVA ovvero dopo la sua cessazione.

Nel caso esaminato nella risposta ad interpello n. 222 del 2019 il Gruppo IVA si è costituito con effetti dal 1 gennaio 2019, pertanto da quel momento gli aderenti hanno perso l’autonomia soggettiva ai fini dell’Iva, che è stata infatti acquisita dal Gruppo, quale nuovo soggetto passivo tenuto all’osservanza delle disposizioni in materia di Iva per le operazioni poste in essere dal Gruppo.
L’Agenzia inoltre ricorda che in merito agli obblighi di fatturazione la capogruppo dovrà emettere fattura applicando l’Iva per le prestazioni rese nei confronti dei soggetti esterni al Gruppo Iva, mentre le prestazioni rese alle società del Gruppo sono considerate “fuori campo Iva” ai sensi dell’articolo 70-quinquies DPR n. 633 del 1972.

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