News Legali

ANDERSEN TAX & LEGAL

Gruppo Iva: nuovi chiarimenti dall’Agenzia delle Entrate con la risposta all’interpello n. 222 del 2019

Con la risposta all’interpello n. 222 del 1 luglio 2019 l’Agenzia delle Entrate ha fornito alcuni chiarimenti sulla disciplina del Gruppo Iva, le cui disposizioni sono contenute nel Titolo V del DPR n. 633 del 1972 e nel DM 6 aprile 2018 del Ministero dell’economia e delle finanze (recante le disposizioni a carattere attuativo) nonché nella Circolare n. 19/E del 2018 della stessa Agenzia delle entrate.

In particolare la Circolare predetta aveva precisato che a seguito dell’esercizio dell’opzione Gruppo Iva, gli aderenti al medesimo Gruppo perdono la soggettività ai fini dell’imposta sul valore aggiunto, e si viene a costituire un autonomo soggetto d’imposta dotato di una propria partita IVA e di propria iscrizione al VIES.

Il Gruppo IVA assume, quindi, tutti gli obblighi dichiarativi, di liquidazione, di versamento e i diritti previsti per le operazioni in cui l’imposta diviene esigibile a partire dalla data in cui ha effetto l’opzione per la sua costituzione e in particolare: per le operazioni attive avendo riguardo al momento di esigibilità dell’IVA relativa alle operazioni poste in essere, e per le operazioni passive al momento in cui il diritto alla detrazione dell’imposta è esercitabile.

I singoli partecipanti, invece, assumono gli obblighi e i diritti derivanti dall’applicazione delle disposizioni in materia di imposta sul valore aggiunto per le operazioni per le quali l’imposta diventa esigibile o il diritto alla detrazione è esercitabile anteriormente alla data di ingresso nel Gruppo IVA ovvero dopo la sua cessazione.

Nel caso esaminato nella risposta ad interpello n. 222 del 2019 il Gruppo IVA si è costituito con effetti dal 1 gennaio 2019, pertanto da quel momento gli aderenti hanno perso l’autonomia soggettiva ai fini dell’Iva, che è stata infatti acquisita dal Gruppo, quale nuovo soggetto passivo tenuto all’osservanza delle disposizioni in materia di Iva per le operazioni poste in essere dal Gruppo.
L’Agenzia inoltre ricorda che in merito agli obblighi di fatturazione la capogruppo dovrà emettere fattura applicando l’Iva per le prestazioni rese nei confronti dei soggetti esterni al Gruppo Iva, mentre le prestazioni rese alle società del Gruppo sono considerate “fuori campo Iva” ai sensi dell’articolo 70-quinquies DPR n. 633 del 1972.

Cattura

STUDIO LEGALE MENICHETTI

Reintegra anche per il lavoratore con contratto c.d. “a tutele crescenti” se il fatto è privo di rilievo disciplinare

di Andrea Abati

Il D.Lgs. 23/2015, introducendo il contratto c.d. “a tutele crescenti”, ha riformato la disciplina dei licenziamenti, prevedendo, all’art. 3, la nozione d’insussistenza del “fatto materiale contestato”, sottraendo al giudice – chiamato a valutare la fondatezza del licenziamento – ogni sindacato di proporzionalità tra la violazione addebitata al lavoratore e il recesso datoriale.

Secondo parte della dottrina e della giurisprudenza, tuttavia, l’insussistenza del “fatto materiale contestato” andrebbe posta in continuità con l’insussistenza del “fatto contestato”, di cui all’art. 18, c. 4, della L. 300/1970, così come modificato dalla L. 92/2012, con l’effetto di far conseguire, anche per i licenziamenti intimati sotto la vigenza della nuova legge (“Jobs Act”), la reintegra nel posto di lavoro laddove il fatto contestato – pur realmente  accaduto – sia privo di rilievo disciplinare, tornando, così, al concetto di “fatto giuridico”, sviluppatosi in relazione al quarto comma dell’art. 18.

Sul punto, la Corte di Cassazione è recentemente intervenuta con la sentenza n. 12174 del 08.05.2019, affermando che, invero, non v’è soluzione di continuità tra i due concetti, avvalorando l’interpretazione del fatto contestato come giuridico.

Ciò, sia in ragione della sostanziale corrispondenza terminologica tra la norma introdotta dal legislatore del 2015 e la novella dell’art. 18, c. 4, del 2012 e sia perché la struttura dell’art. 3 in parola, nei suoi lineamenti generali, riprende quella dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, in considerazione del fatto che il legislatore ha inteso, comunque, attribuire “alla c.d. tutela indennitaria forte una valenza di carattere generale” (Cass. SS.UU. n. 30985/2017), alla luce della “garanzia costituzionale (del) diritto di non subire un licenziamento arbitrario” (Corte Cost. n. 541/2000).

Infatti, dopo una ricognizione dell’assetto legislativo e degli orientamenti giurisprudenziali formatisi sul tema, la Suprema Corte ha affermato che “le espressioni utilizzate (id est: fatto materiale contestato) non possano che riferirsi alla stessa nozione di “fatto contestato” come elaborata dalla giurisprudenza di legittimità in relazione alla L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 4, e che costituisce, all’attualità, diritto vivente”.

La Corte è giunta a tale conclusione forte di un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’espressione “fatto materiale contestato”, che impone, secondo il principio di colpevolezza, che il fatto contestato sia attribuibile soggettivamente ed oggettivamente al lavoratore.

In altre parole, occorre che il fatto materiale, per essere contestabile, sia un fatto “non solo materialmente integrato ma anche di rilievo disciplinare”, come “fatto giuridico”, non essendo altrimenti imputabile al lavoratore un inadempimento contrattuale che non sia apprezzabile anche dal punto di vista giuridico.

In conclusione, con la pronuncia in commento, la Corte di Cassazione ha conferito nuovo corso al filone giurisprudenziale maturato con riferimento alla previgente disciplina, estendendo di fatto la tutela reintegratoria al lavoratore assunto in regime di tutele crescenti che venga licenziato per un fatto disciplinarmente irrilevante.

BAKER MCKENZIE

Le conciliazioni stragiudiziali e il concetto di “sede sindacale”: le ultime novità giurisprudenziali

di Avv. Sergio Antonelli, Avv. Uberto Percivalle e Dot.ssa Angela Hadil Mawed 

In tema di conciliazione in ambito stragiudiziale sono state recentemente pubblicate due importanti pronunce parzialmente discordanti.

Infatti, con la sentenza n. 9006/2019, la Corte di Cassazione affronta il tema della declaratoria di nullità o annullabilità del verbale di conciliazione sottoscritto in sede sindacale. In particolare, il giudice di legittimità afferma il principio della inoppugnabilità da parte del lavoratore di rinunce e transazioni aventi ad oggetto diritti previsti da disposizioni inderogabili di legge o di contratti collettivi, qualora “l’assistenza prestata dai rappresentanti sindacali – della quale non ha valore equipollente quella prestata da un legale – sia stata effettiva”. Ciò si concretizzerebbe, secondo la pronuncia in esame, nell’avere consentito al lavoratore di comprendere (i) a quale diritto stesse rinunciando e in quale misura e, inoltre, (ii) la questione controversa oggetto della lite e le reciproche concessioni, in caso di transazione.

Ulteriormente, a fronte della domanda del ricorrente di vedere accertata la sussistenza di un violenza morale subita dal lavoratore e che lo avrebbe portato a sottoscrivere il predetto verbale di conciliazione, la Cassazione precisa che tale violenza può ravvisarsi soltanto qualora “la minaccia sia stata specificamente diretta al fine di estorcere la dichiarazione negoziale della quale si deduce l’annullabilità e risulti di tale natura da incidere, con efficacia causale concreta, sulla libertà di autodeterminazione“.

Alla luce di quanto sopra, sembra che la Corte di Cassazione, ai fini di vagliare la validità di un verbale di conciliazione, non attribuisca importanza alla composizione della commissione di conciliazione avanti alla quale questo viene sottoscritto (monocratica vs. collegiale), ma soltanto all’accertamento di una effettiva tutela prestata al lavoratore da parte del rappresentante sindacale, affinché questi potesse compiere una scelta consapevole.

Diversamente invece, il Tribunale di Roma (sentenza n. 4354/2019) ha recentemente ritenuto che un verbale di conciliazione stragiudiziale sia inoppugnabile soltanto in presenza di due condizioni: da un punto di vista formale, è necessario il rispetto tassativo delle modalità di composizione della commissione di conciliazione e, da un punto di vista sostanziale, – in linea con quanto affermato dalla Corte di Cassazione – l’effettiva assistenza prestata al lavoratore nell’ambito della formazione della volontà di quest’ultimo circa la rinuncia a diritti inderogabili di legge e CCNL.

Per quanto concerne il requisito formale, il Giudice romano specifica che qualora la conciliazione avvenga in sede sindacale è necessario (in virtù del combinato disposto dell’art. 2213 c.c. e 412-ter c.p.c.) il rispetto tassativo delle modalità procedurali previste dai contratti collettivi e, in particolare, di quelli sottoscritti dalle associazioni sindacali maggiormente rappresentative.

Alla luce di quanto sopra, ci si chiede quindi se la pronuncia del Tribunale di Roma avrà seguito determinando lo sviluppo di un orientamento giurisprudenziale più restrittivo circa la qualifica di sedi “protette” ove sottoscrivere verbali di conciliazione e quali conseguenze questo potrà avere sulla prassi.

COCUZZA & ASSOCIATI

La rilevanza a fini 231 dei delitti in materia di privacy

di Maurizio Arena

I delitti in tema di privacy (artt. 167-172 Codice privacy) non possono essere ascritti in quanto tali ad una persona giuridica, non essendo previsti dal d.lg. 231 quali reati presupposto ex artt 24 e seguenti.

Tuttavia, essi possono acquisire rilevanza indiretta ai sensi del d.lg. 231, in due ipotesi.

Innanzitutto, essi possono costituire reati-scopo di un’associazione per delinquere (questa invece reato-presupposto ai sensi del d.lg. 231).

Per tale via potrebbe essere contestato all’ente il delitto associativo finalizzato, ad esempio, al trattamento illecito di dati personali (tre o più persone che stabilmente collaborano per la commissione di tale delitto).

Sto parlando di scenario possibile, tralasciando in questa sede il tema della fondatezza di tale addebito, come è noto parecchio osteggiata perché si risolverebbe nell’aggiramento del principio di tassatività dei reati-presupposto (Cass., VI, 24 gennaio 2014 n. 363).

In secondo luogo, i delitti in tema di privacy (in particolare il trattamento illecito di dati personali) potrebbero procurare un profitto o, almeno, un risparmio di spesa all’ente.

Ebbene: se tali proventi venissero occultati o successivamente impiegati in attività lecite, verrebbero integrati i delitti di riciclaggio (o autoriciclaggio o c.d. reimpiego).

Si tratterebbe, quindi, di reati previsti dal d.lg. 231, che avrebbero ad oggetto proventi di un reato invece non previsto in quella sede.

Sulla questione si consideri che, di recente, la Cassazione ha ritenuto configurabile a carico di un ente l’autoriciclaggio dei proventi di un’estorsione (altro reato non presupposto) commessa dal datore di lavoro in danno di alcuni dipendenti (Cass., II, 7 giugno 2018 n. 25979).

 

 La prevenzione dei reati informatici

Va inoltre aggiunto che il sistema di organizzazione, gestione e controllo in tema di privacy (con le importanti novità conseguenti all’entrata in vigore del GDPR) impatta in maniera sensibile sulla prevenzione dei reati informatici (presenti nel d.lg. 231 sin dal 2008).

Sotto questo profilo trattasi di sistema che va opportunamente richiamato nel (e coordinato con il) Modello organizzativo, con particolare riguardo alle eventuali certificazioni (ad esempio: ISO 27001) e alla figura dell’Amministratore di sistema.

Il trattamento di dati personali da parte dell’OdV

Nello svolgimento delle proprie funzioni l’OdV tratta dati personali, in ipotesi anche sensibili (si pensi a quelli giudiziari). In particolare, ma non solo, nella gestione del whistleblowing. Resta ancora aperta la questione circa la posizione giuridica, a questi fini, dell’OdV: è Titolare o Responsabile del trattamento (quest’ultima resta – per quanto consta – la soluzione più diffusa)?

I rapporti tra DPO e OdV

Il Data Protection Officer è, senza alcun dubbio, un interlocutore importante dell’OdV, nell’ambito del sistema dei flussi informativi previsti nel Modello organizzativo.

Mi sembra problematico, invece, il suo inserimento nell’OdV collegiale (e, a maggior ragione, la sua designazione ad OdV monocratico) alla luce dei compiti che gli spettano: egli costituisce punto di contatto con il Garante ed è direttamente accessibile dagli interessati.

Ma, soprattutto, il DPO deve monitorare le modalità di trattamento da parte del Titolare e del Responsabile e, quindi, dovrebbe monitorare anche il trattamento effettuato dall’OdV.

ABBATESCIANNI E ASSOCIATI

Procedure d’allerta

Una delle principali novità del nuovo Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (D.L. n. 14 del 12 gennaio 2019) emanato in attuazione della Legge 19 ottobre 2017 n. 155 è rappresentato dall’introduzione nel nostro ordinamento degli strumenti di allerta e di prevenzione  della crisi.

Le misure di allerta devono essere adottate dalle imprese con aiuto degli organi di controllo, in maniera autonoma e prima di ricorrere a una qualsiasi delle procedure concorsuali previste, e soprattutto, senza coinvolgere i creditori.

Il Codice disciplina le situazioni di crisi o insolvenza del debitore, sia esso imprenditore individuale che collettivo. Sono invece escluse le grandi imprese.

Le procedure di allerta e di composizione assistita della crisi sono previste agli articoli da 12 a 15 del testo.

Costituiscono strumenti di allerta gli obblighi di segnalazione posti a carico di determinati soggetti unitamente agli obblighi organizzativi posti a carico dall’imprenditore.

Gli organi di controllo societari, ovvero il revisore contabile e la società di revisione devono segnalare all’organo amministrativo l’esistenza di fondati indizi di crisi

Si apre così la fase di allerta denominata da alcuni autori come “interna”.

Costituiscono indicatori di crisi gli squilibri di carattere reddituale, patrimoniale o finanziario rapportati alle specifiche caratteristiche dell’impresa.

Il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili elabora con cadenza almeno triennale in riferimento ad ogni tipo di attività economica secondo le classificazioni I.S.T.A.T. i menzionati indici che valutati unitariamente fanno ragionevolmente presumere la sussistenza di uno stato di crisi.

La segnalazione deve essere motivata, fatta per iscritto e deve contenere la fissazione di un congruo termine, non superiore a trenta giorni, entro il quale l’organo amministrativo deve riferire in ordine alle soluzioni individuate e alle iniziative intraprese.

In caso di omessa o inadeguata risposta, ovvero di mancata adozione nei successivi sessanta giorni delle misure ritenute necessarie per superare lo stato di crisi, gli organi di controllo devono informare l’Organismo di composizione della crisi (OCRI), costituito presso ciascuna Camera di Commercio.

Si apre così la denominata da alcuni autori come fase “esterna”

Hanno anche l’obbligo di segnalazione di allerta all’OCRI a fronte di una esposizione debitoria dell’imprenditore di importo rilevante l’Agenzia delle Entrate e l’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale.

Ricevuta la segnalazione il referente procede a dare segnalazione agli organi di controllo delle società e alla nomina di un collegio di tre esperti dell’albo istituito presso il Ministero della giustizia.

Entro 15 giorni lavorativi della ricezione della segnalazione OCRI convoca dinanzi al collegio il debitore per l’audizione in via riservata e confidenziale.

Il collegio, sentito il debitore, quando ritiene che non sussista la crisi o che si tratti di imprenditore al quale non si applicano gli strumenti di allerta dispone l’archiviazione. Il collegio dispone in ogni caso l’archiviazione quando l’organo di controllo societario se esistente o, in sua mancanza un professionista indipendente attesta la esistenza di crediti verso pubbliche amministrazioni per i quali sono decorsi 90 giorni dalla mesa in mora per un ammontare complessivo che, portato in compensazione con i debiti determina il mancato superamento delle soglie che hanno determinato la segnalazione.

Quando il collegio rileva l’esistenza della crisi, individua con il debitore le possibili misure per porvi rimedio e fissa il termine entro il quale il debitore deve riferire sulla loro attuazione, permanendo lo stato di crisi, il debitore potrà presentare istanza di composizione assistita della crisi.

AGNOLI & GIUGGIOLI

Il sistema di pagamento intrastati UE TARGET 2

In questa sede si affronterà la questione del valore giuridico di debiti/crediti effettivi attribuibile ai saldi del sistema TARGET 2 intercorrenti tra Banche Centrali dell’Eurozona; tale sistema venne adottato a mezzo dell’Indirizzo della Banca Centrale europea (BCE/2007/2) del 26 aprile 2007 relativo “ad un sistema di trasferimento espresso transeuropeo automatizzato di regolamento lordo in tempo reale (TARGET 2)”.

I saldi TARGET 2 consistono in un atipico sistema di contabilizzazione della distribuzione delle passività delle Banche Centrali dei vari Paesi dell’Eurozona (SEBC – Sistema europeo delle banche centrali), costituito dalla moneta emessa dalla BCE; per sua funzione e ratio normativa, tale sistema vale all’interno dei rapporti tra la BCE e le varie Banche Centrali nazionali. I crediti TARGET 2 – che sono di natura pubblica – vengono remunerati dalle Banche Centrali debitrici al tasso di rifinanziamento principale della BCE.

Come noto, la Banca d’Italia presenta, ad oggi, elevatissime passività per TARGET 2, le quali a gennaio 2019 erano di circa EUR 482 mld; in caso di uscita dell’Italia dalla valuta Euro – e di conseguenza anche dall’Eurosistema – ci si chiede quindi se l’Italia (o meglio, Banca d’Italia) dovrebbe o meno saldare il proprio debito relativo al sistema TARGET 2, il quale debito non appare nelle statistiche “ufficiali” del debito pubblico italiano.

Alcuni studiosi sostengono che il disequilibrio di TARGET 2 nasca dal fatto che le Banche Centrali dei Paesi cosiddetti core dell’Eurozona (e.g. la Germania) hanno letteralmente “prestato” nel corso degli anni, all’interno del sistema TARGET 2, riserve bancarie alle Banche Centrali dei Paesi cosiddetti periferici (e.g. l’Italia); pertanto, tale saldo rappresenterebbe un vero e proprio rapporto esigibile di debito/credito.

La BCE stessa, in persona del Presidente Mario Draghi, ha affermato (il 20 gennaio 2017) che in caso di uscita unilaterale di un Paese dall’Eurozona i saldi TARGET 2 vadano regolati interamente ed in valuta Euro. Ciò anche in ragione del fatto che tale debito è stato contratto in Euro sotto legislazione straniera; pertanto, qualora un Paese abbandonasse l’Eurozona, non sarebbe ridenominabile in una nuova valuta nazionale. Tale posizione è stata poi successivamente reiterata da parte della BCE a mezzo anche di dichiarazioni dell’ex Vice-Presidente BCE Vítor Constâncio.

È bene osservare che la posizione BCE è riferita all’eventualità di un’uscita da parte di un Paese debitore del sistema TARGET 2 (e.g. l’Italia).

Successivamente, un gruppo di influenti economisti tedeschi ha espressamente chiesto la conservazione dello status giuridico di debiti/crediti a tutti gli effetti dei saldi TARGET 2 nel caso in cui un Paese membro dovesse ritirarsi unilateralmente dall’Unione monetaria. È infatti evidente che per un Paese creditore dei saldi TARGET 2 (quale è e.g. la Germania) vi sia il forte desiderio che venga inserita una clausola di uscita dall’Eurozona la quale delinei con un grado adeguato di certezza lo status giuridico di tali crediti.

Al riguardo, l’Art. 36 dell’Allegato II “Condizioni Armonizzate per la partecipazione a TARGET 2” dell’Indirizzo BCE/2007/2 prevede che – “qualora la BCE disponga la cessazione senza preavviso o la sospensione della partecipazione di un partecipante a TARGET 2 – tutti gli obblighi del partecipante divengono automaticamente e immediatamente esigibili, senza preavviso e senza la necessità di un’approvazione preliminare da parte di un’autorità”. È però qui opportuno rilevare che tale previsione non prende in considerazione l’ipotesi di un’uscita volontaria di uno Stato dal sistema TARGET 2.

Secondo altri studiosi, invece, l’interpretazione di considerare quali veri e propri crediti i saldi TARGET 2 non sarebbe sorretta né da validi presupposti giuridici originanti dalla BCE, né da elementi fattuali:

In primis, non esisterebbe una norma di cosiddetta hard law che legittimi il prestito di riserve tra Banche Centrali.

Dunque, sul piano intersoggettivo interno al sistema BCE-SEBC, i saldi TARGET 2 non sarebbero veri e propri crediti-debiti: sarebbero soltanto registrazioni contabili/valori statistici di una ripartizione di competenze operative, endogene all’attribuzione complessiva di bilanciare/compensare la liquidità all’interno dell’Eurozona, tra più articolazioni di un organo complesso (BCE-SEBC). Tale debito sarebbe quindi puramente interno e connesso al sistema SEBC, e dunque prospettabile solamente rebus sic stantibus, in quanto necessitato dall’appartenenza di una Banca Centrale nazionale all’Eurozona ed al suo sistema di pagamenti interbancari passanti per una pluralità coordinata di Banche Centrali nazionali, le quali rimangono formalmente distinte tra loro.

La connotazione atipica e giuridicamente insostenibile del sistema TARGET 2 consisterebbe nel fatto che tale non-credito/non-debito, i.e. un non-rapporto obbligatorio,- essendo una ripartizione contabile di flussi interni tra “uffici-organi” dell’organo complesso -, diverrebbe improvvisamente un debito al momento dell’uscita di uno di tali uffici-organo dall’organo complesso.

Inoltre, il sistema SEBC funzionerebbe come una sorta di camera di compensazione; i.e. è come se il bilancio dell’Unione Europea fosse unico ma tenuto separato al suo interno; avrebbe quindi complessivamente un bilancio interno pari a zero in base al funzionamento delle camere di compensazione. Il sistema SEBC funzionerebbe in modo tale che esternamente il conto risulti zero, tenendo semplicemente nota dei debiti e crediti derivanti dalle uscite monetarie di un Paese verso l’altro.

In quanto tale, TARGET 2 non potrebbe costituire un vero titolo di credito effettivo nell’economia “reale”, e dunque nei confronti dei soggetti (prevalentemente privati) che danno luogo ai suoi passaggi “contabili”: ciò neppure se tale credito fosse “astratto” (si pensi e.g. a una cambiale) dall’operazione economica generatrice (un contratto per lo più tra privati) e fatto valere in via di rivalsa, sugli effettivi debitori, dalla Banca Centrale del Paese debitore che lo avesse dovuto saldare “a prima richiesta”.

Il saldo TARGET 2 opererebbe sempre e solo all’interno dei rapporti tra Banche Centrali; quindi il relativo saldo, anche laddove (come nel caso e.g. della Germania) fosse largamente attivo, non implicherebbe alcuna garanzia di convertibilità in Euro “circolanti”.

La configurazione legale del sistema di ripartizione compensativa della liquidità all’interno dell’Eurozona, il quale sarebbe appunto un rapporto di natura meramente contabile, intercorrerebbe esclusivamente tra Banche Centrali appartenenti al SEBC e non impegnerebbe quindi alcun altro soggetto che non siano le Banche Centrali stesse; inoltre, nessuna disciplina, neppure la cosiddetta soft law (la quale non sarebbe diritto  cogente) promanante dalla BCE, regolerebbe l’ipotesi di uscita di una Banca Centrale nazionale dal SEBC stesso.

I debiti TARGET 2 sarebbero, di conseguenza, debiti sovrani utilizzati a scopo meramente contabile ed a rischio zero, che non dovranno mai essere rimborsati.

Ad ogni modo, ai sensi di questa differente linea di pensiero, essendo la BCE detentrice della capacità di accredito ed addebito, qualora un Paese dovesse abbandonare l’Eurozona e pertanto anche il sistema di debiti/crediti TARGET 2, i debiti contratti dovrebbero, semmai, essere saldati dalla BCE stessa (e non dalla Banca Centrale dello Stato debitore, la quale comunque non sarebbe realisticamente in grado di pagare tale debito in valuta Euro) a mezzo di un accredito alla rispettiva Banca Centrale dello Stato creditore pari alla cifra richiesta. Il debito non pagato da una Banca Centrale nazionale uscente ricadrebbe quindi sulle Banche Centrali dei Paesi creditori in proporzione alla loro rispettiva quota di capitale nella BCE.

Riassunte sopra le due contrapposte visioni, qualora si giungesse però – di fatto – ad una controversia tra creditore e debitore in caso di presunto debito jure pleno (e dunque non un debito figurato/contabile), quale Legge troverebbe applicazione? e quale Foro avrebbe giurisdizione relativamente alle pretese dei creditori TARGET 2?

Per quanto concerne la Legge applicabile, l’Art. 12 dell’Indirizzo BCE/2007/2 disciplina che “in caso di controversia tra le Banche Centrali dell’Eurosistema, le parti interessate tentino di comporre la controversia in conformità di quanto previsto nel protocollo di intesa relativo alla procedura per la composizione delle controversie interne al SEBC. Qualora una controversia non possa essere composta attraverso un accordo tra le parti interessate, il Consiglio direttivo risolve la controversia. Nelle controversie relative ai pagamenti tra i sistemi componenti TARGET 2 troverebbe applicazione, in via sussidiaria, la Legge dello Stato membro in cui si trova la sede della Banca Centrale del beneficiario, a condizione che essa non contrasti con l’Indirizzo BCE/2007/2.”

Relativamente al Foro competente, si potrebbe ipotizzare che abbia competenza la Corte di Giustizia UE (CGUE), così come disposto anche dall’Art. 44 dell’Allegato II “Condizioni Armonizzate per la partecipazione a TARGET 2” dell’Indirizzo BCE/2007/2.

In pratica:

– La BCE potrebbe emettere un atto di “messa in mora”, contenente un implicito accertamento dell’entità del debito TARGET 2, quantificando il saldo dovuto e qualificando il Paese uscente come Stato-persona giuridica di diritto internazionale, e quindi parte dei Trattati dell’Eurozona.

– Potrebbe però venire formalmente eccepito – da parte del Governo dello Stato debitore – che il soggetto debitore non è il Governo-apparato, bensì la Banca Centrale nazionale, in quanto (ex) membro del SEBC. Si avrebbe quindi un’ipotesi di laudatio auctoris utilizzata per chiamare in causa la responsabilità di un soggetto terzo; ciò anche sulla base del combinato disposto degli artt. 130 e 140, primo capoverso, del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, laddove si afferma la piena indipendenza sia della BCE che delle varie Banche Centrali nazionali.

– E’ poi ipotizzabile che uno dei contendenti,- in conseguenza dello scambio di missive tra Banche Centrali creditrici / debitrici, o delle richieste della BCE indirizzate ad uno Stato-Governo -, si rivolga alla CGUE o contro l’atto formale della BCE (ricorrente sarebbe la Banca Centrale del Paese debitore, oppure il Governo dello Stato debitore), oppure contro la laudatio auctoris del Governo di uno Stato debitore che declini la propria posizione debitoria (ad agire sarebbe in questo caso la BCE, contro il Governo dello Stato debitore, o contro la rispettiva Banca Centrale nazionale, oppure contro entrambi).

– Infine, andrebbe – in ogni caso – affrontata la questione della definizione stessa di esigibilità, la quale sarebbe oggetto del negoziato tra debitori/creditori: quando, come e a quali condizioni diventerebbe possibile accedere a questi nuovi crediti nell’attivo delle Banche Centrali creditrici?

Come si evince dalla breve esposizione delle opposte posizioni circa l’effettivo status giuridico dei debiti/crediti del sistema TARGET 2, nonché dalla complessità delle inevitabili problematiche connesse ad eventuali liti tra Stati, Banche Centrali nazionali e BCE sul tema, qualora un Paese dovesse effettivamente abbandonare – volontariamente o obbligatoriamente – l’Eurozona, oppure la stessa dovesse implodere, in assenza di un previo chiaro accordo – che sia condiviso per iscritto da tutte le parti in causa – circa la regolamentazione dei debiti / crediti del sistema TARGET 2, appare concreto il rischio di interminabili dispute legali, le quali causerebbero ingenti danni alla costruzione europea nel suo complesso. Le conseguenze ultime potrebbero poi addirittura trascendere l’ambito finanziario/economico/legale, dando luogo a pesanti ripercussioni politiche e sociali, con crescenti e pericolose tensioni tra Stati.

Si ritiene quindi di fondamentale importanza sottoporre – il prima possibile – anche la spinosa tematica dei saldi del sistema TARGET 2 ad un dibattito serio e di alto livello da effettuarsi in sede comunitaria, sia a Bruxelles che a Francoforte.

 

ANDERSEN TAX & LEGAL

Le Sezioni Unite precisano il regime dell’onere della prova nei giudizi relativi alla garanzia per vizi

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite, con la sentenza 3 maggio 2019 n. 11748, è intervenuta in tema di onere della prova nei giudizi relativi alla garanzia per vizi della cosa venduta, affermando che la prova della sussistenza dei vizi grava in capo all’acquirente.

Nel caso esaminato dalla Corte una società, acquirente di una partita di beni, si opponeva al decreto ingiuntivo ottenuto dalla società venditrice per il pagamento degli stessi, sostenendo che i beni presentavano vizi tali da renderli inidonei all’uso a cui erano destinati. L’opposizione veniva rigettata, in quanto (inter alia) l’opponente non aveva provato la sussistenza degli asseriti vizi.

Sino al 2013, la giurisprudenza era costante nell’affermare che, nelle azioni di garanzia per vizi della cosa venduta, l’onere della prova dei difetti (e delle eventuali conseguenze dannose) fosse in capo al compratore.

La sentenza Cass. civ., n. 20110/2013 ribaltava tale impostazione, sostenendo che tra le obbligazioni del venditore rientra quella di consegnare un bene immune da vizi e che, pertanto, in presenza degli stessi, si configura un caso di inadempimento contrattuale. Si applicava, dunque, il regime probatorio delle azioni di inadempimento: il creditore (l’acquirente) sarà tenuto unicamente a provare la fonte del proprio diritto e ad allegare l’inadempimento (o inesatto adempimento), mentre il venditore (anche per il principio di prossimità della prova) dovrà provare di aver consegnato un bene privo di vizi.

Punto dirimente, pertanto, è accertare se tra le obbligazioni del venditore rientra effettivamente anche quella di consegnare una cosa immune da vizi. In esito ad una puntuale analisi delle norme sulla vendita, nel caso in esame le Sezioni Unite hanno precisato, da un lato, che il venditore ha l’obbligo di consegnare il bene venduto “nello stato in cui si trovava al momento della vendita” (art. 1477 c.c.), dall’altro, che la garanzia legale si sostanzia non nell’obbligazione del venditore di consegnare una cosa immune da vizi, bensì nella soggezione dello stesso all’eventuale azione dell’acquirente.

La Corte ha chiarito, pertanto, che la consegna di beni viziati non costituisce inadempimento (o più correttamente, inesatto adempimento) di una obbligazione del venditore: il principio giuridico affermato dalla sentenza del 2013 non potrà, quindi, trovare applicazione. Al contrario, in ossequio ai principi generali sulla ripartizione dell’onere della prova, sarà l’acquirente a dover provare l’esistenza dei fatti posti a fondamento della propria pretesa.

Peraltro, ha precisato la Corte, questo approccio è anche più rispettoso del principio di prossimità della prova: invero, nel caso contrario il venditore sarebbe gravato dalla (difficile, se non impossibile) prova negativa di aver consegnato un bene (peraltro ormai non più nella propria disponibilità) privo di vizi.

shutterstock_416873344-small

BAKER MCKENZIE

CGUE: obbligo di instituire un sistema di registrazione giornaliero delle ore di lavoro

Di Avv. Sergio Antonelli, Avv. Uberto Percivalle e Dot.ssa Angela Hadil Mawed 

Il 14 maggio 2019, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE), pronunciandosi sul rinvio pregiudiziale del tribunale spagnolo, ha affermato il principio secondo il quale, “al fine di assicurare l’effetto utile dei diritti previsti dalla direttiva sull’orario di lavoro (Direttiva) e dalla Carta (n.d.r. Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea), gli Stati membri devono imporre ai datori di lavoro l’obbligo di istituire un sistema oggettivo, affidabile e accessibile che consenta la misurazione della durata dell’orario di lavoro giornaliero svolto da ciascun lavoratore“.

La vicenda ha avuto il seguente svolgimento.

Dinanzi all’Audiencia Nacional (Corte centrale) il sindacato iberico (CCOO) ha presentato un ricorso collettivo contro la Deutsche Bank chiedendo che si dichiarasse l’obbligo per la banca di istituire un sistema di registrazione dell’orario di lavoro, per consentire la verifica del rispetto degli orari di lavoro stabiliti e dell’obbligo, previsto dalla legge, di trasmettere ai rappresentanti sindacali le informazioni sulle ore di straordinario lavorate ogni mese. Per contro, la banca riteneva che la giurisprudenza del Tribunal Supremo (Corte Suprema) avesse affermato che non fosse sussistente nell’ordinamento spagnolo un siffatto obbligo di applicazione generale, ma, al contrario, avesse imposto soltanto di tenere un registro delle ore di lavoro straordinarie svolte.

La Audiencia Nacional, dubitando della conformità al diritto dell’Unione di una simile interpretazione della legge spagnola, ha deciso di sospendere il procedimento e sottoporre alla CGUE la questione pregiudiziale, fornendo anche alcune informazioni aggiuntive, tra le quali il fatto che il 53,7% delle ore di straordinario effettuate in Spagna non vengono registrate.

La CGUE, accogliendo le perplessità del tribunale spagnolo, ha affermato che, affinché sia assicurato ai lavoratori il diritto fondamentale a che sia a loro garantito il rispetto dei periodi minimi di riposo previsti dalla Direttiva e sia impedito il superamento della durata massima della settimana di lavoro, è necessario che il datore di lavoro adotti dei sistemi oggettivi ed efficaci di misurazione giornaliera dell’orario di lavoro.

Questo anche alla luce del fatto che un siffatto strumento permetterebbe al lavoratore, parte contrattuale debole, di poter accedere a dati affidabili e obiettivi e, conseguentemente, che farebbero prova certa in sede giudiziale in caso di violazioni da parte del datore di lavoro.

Insomma, in mancanza di un sistema che consenta la misurazione dell’orario di lavoro giornaliero svolto da ciascun lavoratore, nulla garantirebbe che il rispetto effettivo del diritto conferito dalla Direttiva sia pienamente assicurato ai lavoratori.

Una pronuncia questa che avrà con molta probabilità un importante impatto sul nostro sistema. Infatti, benché la legge italiana preveda in capo al datore di lavoro l’obbligo di produrre mensilmente e conservare il c.d. LUL (Libro Unico del Lavoro) nel quale è riportato il “calendario delle presenze” dei dipendenti, nulla si dice sull’obbligo di istituire un sistema efficace di registrazione giornaliera dell’orario di lavoro. A tal riguardo, infatti, la decisione di utilizzare strumenti, quali ad esempio la timbratura elettronica del cartellino, è lasciata alla discrezionalità del datore di lavoro e la loro adozione è principalmente regolata dagli accordi aziendali interni.

Per questo motivo, il legislatore italiano avrà il compito di adottare una normativa che accolga l’interpretazione della Direttiva compiuta dalla CGUE. Tutto ciò avverrà evidentemente secondo le modalità concrete di attuazione che più si adattano al nostro ordinamento, con particolare riguardo alla forma che il sistema debba assumere, tenendo conto anche “delle specificità proprie di ogni settore di attività interessato, e altresì delle particolarità, in special modo, delle dimensioni di talune imprese“.

Ancora irrisolti rimangono, poi, i quesiti relativi agli effetti medio tempore di questa pronuncia alla luce dell’obbligo in capo alle corti italiane di conformarsi ai dettati della CGUE. In che modalità in nostri giudici recepiranno il principio europeo?

A conclusione, ricordiamo che quanto sopra non riguarda i dirigenti e i dipendenti aventi potere di decisione autonomo ai quali si applica la regola della flessibilità oraria, rientrando nel campo di esclusione della Direttiva.

RÖDL & PARTNER

Nuovo obbligo per i datori di lavoro di misurare la durata dell’orario di lavoro giornaliero dei dipendenti. Implicazioni in materia di data protection e prospettive tra Spagna e Italia

di Isabel García e Michele Donvito

In data 12 maggio 2019 è entrato in vigore in Spagna il Decreto Legge n. 8/2019 che ha introdotto l’obbligo per tutte le aziende di prevedere un registro giornaliero dell’orario di lavoro dei dipendenti. A seguito di tale previsione normativa, le aziende dovranno implementare un sistema che consenta la registrazione dell’entrata e dell’uscita dei loro lavoratori. Nel caso in cui un sistema permetta di registrare gli orari di entrata e di uscita dei singoli dipendenti, i relativi dati raccolti identificano chiaramente una persona specifica, con la conseguenza che tale registrazione implica un nuovo trattamento dei dati personali dei lavoratori.

Indipendentemente dal fatto che la registrazione sia effettuata inserendo il nome e il cognome del lavoratore o identificando ogni lavoratore con un numero (ad esempio, un codice dipendente), essendo tale numero unico per ogni dipendente – in caso contrario non sarebbe possibile collegare le ore di entrata e di uscita al singolo dipendente – costituisce un dato personale ai sensi dell’articolo 4 comma 1 del GDPR, secondo cui: “si considera identificabile la persona fisica che può essere identificata, direttamente o indirettamente, con particolare riferimento a un identificativo come il […] numero di identificazione”.

La registrazione, inoltre, potrebbe essere realizzata sia manualmente sia tramite un sistema tecnologico biometrico. In quest’ultimo caso, ci troveremmo di fronte al trattamento di un ulteriore dato, ad esempio l’impronta digitale, che appartiene alle categorie di dati particolari di cui all’articolo 9 del GDPR, il cui trattamento è vietato, a meno che non si applichi una delle eccezioni previste dal regolamento stesso.

Tutto ciò ha giustamente causato molti di dubbi e domande da parte dei datori di lavoro e delle imprese spagnole in merito all’allineamento con questo nuovo obbligo ed alla normativa vigente in materia di protezione dei dati, così come alle condizioni secondo le quali la registrazione ed il controllo dell’orario di lavoro dei dipendenti devono essere effettuate.

L’Autorità di vigilanza spagnola (“Agencia Española de Protección de Datos”; di seguito, l'”AEPD”) ha già rilasciato una dichiarazione al riguardo, fornendo ulteriori chiarimenti nella sezione FAQ del suo sito web (vid. www.aepd.es) con l’obiettivo di aiutare le imprese nella concreta implementazione di tale registrazione in conformità con il nuovo obbligo giuridico. Si riportano di seguito le informazioni principali:

Che tipo di sistema possono usare i datori di lavoro per controllare le ore di lavoro?

Inizialmente le aziende possono utilizzare qualsiasi sistema per controllare l’orario di lavoro dei dipendenti. Tuttavia, l’AEPD sottolinea che il sistema deve essere “il meno intrusivo possibile” per la privacy dei dipendenti, il che suggerisce che i sistemi manuali siano preferiti a quelli che utilizzano tecnologie biometriche.

Occorre chiedere il consenso dei lavoratori per l’implementazione di questi sistemi ed informarli sulle nuove misure di controllo?

La registrazione dell’orario di lavoro dei dipendenti non richiede il loro consenso. Si tratta di un trattamento dei dati personali dei dipendenti lecito ai sensi dell’articolo 6, paragrafo 1, lettera c) del GDPR, essendo lo stesso necessario per adempiere ad un obbligo legale cui è soggetto il datore di lavoro.

L’esistenza di una base giuridica per tale trattamento, tuttavia, non esonera dall’obbligo di informare gli interessati di tale trattamento e delle condizioni alle quali esso è effettuato in conformità degli articoli 12 e seguenti del GDPR. Di conseguenza, tutti i datori di lavoro dovranno avvisare i propri dipendenti in merito a tale nuova misura di controllo mettendo a loro disposizione un’informativa contenente tutti gli elementi di cui all’articolo 13 del GDPR.

Cosa fare se il sistema è gestito da un provider esterno che avrà accesso ai dati?

Se il fornitore del sistema di registrazione ha accesso ai dati o fornisce servizi di hosting dei dati, egli agirà in qualità di Responsabile del trattamento per conto della società, che invece riveste la qualità di Titolare del trattamento. Pertanto, in conformità all’articolo 28 del GDPR, l’azienda dovrà sottoscrivere con il fornitore uno specifico “accordo sul trattamento dei dati” il cui contenuto deve corrispondere a quanto previsto dal suddetto articolo.

L’obbligo per gli stati membri di imporre ai datori di lavoro la registrazione delle prestazioni giornaliere svolte da ciascun lavoratore, originato da una recente sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (C-55/18 – 14 Maggio 2019), non è invece ancora stato pienamente recepito tramite intervento legislativo in Italia.

Allo stato attuale, la normativa italiana prevede che le ore giornaliere di lavoro siano inserite in apposito documento (denominato LUL – ‘Libro Unico del Lavoro’), compilato mensilmente (pertanto anche in un momento successivo alla prestazione) a cura del datore di lavoro.  Se la sentenza della Corte venisse interpretata in maniera rigida, tuttavia, potrebbe rendersi necessario introdurre nell’ordinamento italiano una registrazione dell’orario contestuale all’effettivo esercizio della prestazione.

Una simile tipologia di controllo, pur se in linea con i diritti fondamentali dei lavoratori previsti dalla Direttiva EU 2003/88, potrebbe creare importanti complicazioni pratiche, oltre a determinare significative implicazioni anche in ambito privacy, soprattutto qualora la prestazione lavorativa sia svolta secondo forme di lavoro flessibile o particolari che non prevedono la presenza fissa del dipendente sul posto di lavoro.

In questo caso potrebbe rendersi necessario per il datore di lavoro avvalersi di particolari strumenti (quali ad esempio app. installate su smartphone o altri dispositivi mobili affidati ai dipendenti), l’utilizzo dei quali deve essere attentamente regolato al fine di evitare trattamenti dei dati personali eccessivi rispetto alle finalità perseguite dal titolare del trattamento.

In questo senso, infatti, il Garante della Privacy italiano ha recentemente chiarito che la registrazione dell’orario di lavoro tramite smartphone corrisponde ad un legittimo trattamento dei dati personali solo quando sia accompagnata da una serie di accorgimenti, a carico del titolare del trattamento, che garantiscano ai dipendenti, tra gli altri, la possibilità preventiva di optare per trattamenti ‘meno invasivi’, di disconnettersi dal device una volta terminata la prestazione lavorativa e di essere protetti tramite l’adozione di adeguate misure di sicurezza dirette a scongiurare ogni possibile ingerenza su dati relativi alla vita privata del lavoratore o comunque non pertinenti al rapporto contrattuale tra le parti.

Nonostante tale intervento in ottica data protection, spetterà comunque al legislatore intervenire ulteriormente definendo ancor più nel dettaglio i contorni e le concrete modalità con cui i datori di lavoro potranno effettivamente adempiere all’obbligo della Corte, procedendo alla regolare e sistematica misurazione dell’orario lavorativo dei dipendenti.

In ambito di diritto del lavoro, infatti, il mancato rispetto dell’obbligo di registrazione dell’orario potrebbe determinare alti rischi per il datore di lavoro in caso di controversie relative all’orario effettivamente osservato dai dipendenti, i quali potrebbero fare valere tale mancanza a titolo di prova presuntiva atta a dimostrare in giudizio, ad esempio, l’effettivo svolgimento di prestazioni di lavoro straordinarie, imponendo così la retribuzione delle stesse a carico dell’azienda.

LABLAW

EASY RIDERS… ¡NO TAN EASY!

Francesco Rotondi y Giulia Leardi

El debate jurídico que actualmente se está produciendo en torno a la figura laboral de los “riders” es de todo menos simple y de pronta solución.

Un rider va “donde le diga el pedido” y su “empleador” no es el propietario de un restaurante, de un fast food o de una pizzería, sino una plataforma online de food delivery.

Deliveroo, Glovo, Uber Eats, por poner algunos ejemplos, gracias a sus no ya tan pequeños ejércitos sobre ruedas, consiguen garantizar entregas de todo tipo de comidas las 24 horas del día, asegurándose con ello una facturación de millones de euros.

Para los riders la línea divisoria entre subordinación y autonomía se desvanece perdiendo así su más neta, rígida y anacrónica caracterización y abriendo paso a una nueva e híbrida “zona gris” sobre la que se ha pronunciado y se sigue pronunciando la Jurisprudencia que afanosamente, y a veces de modo contradictorio, intenta calificar el trabajo desempeñado por uno de los símbolos más representativos de la “gig economy”.

La Jurisdicción social española (Valencia, Madrid y Barcelona) considera a los riders como trabajadores autónomos. En Italia, el asunto ha sido resuelto de manera diversa. En un primer momento, la sentencia del Juzgado de lo Social de Turín 778/2018, definió como autónomos a los cinco trabajadores que demandaron a Foodora, estableciendo que éstos no eran empleados de la sociedad y negando la existencia de una relación de dependencia, ya que la plataforma digital no les obligaba a realizar las entregas.

Posteriormente, la Corte de Apelaciòn de Turín 26/2019 consideró que esta labor podría ser incluida en la híbrida figura de la llamada “hetero-organización” que contempla el art. 2 D.Lgs. 81/2015, especificando que si bien es la empresa contratante la que claramente organiza la modalidad en que viene desempeñada la prestación en base a un sistema de turnos por ella establecido determinando los horarios, zonas de prestaciòn del servicio, direcciones en las que deben realizarse las entregas comunicadas a través de un sistema app y tiempos de entregas, la relación de colaboración seguía siendo técnica y jurídicamente “autónoma”. Aun así consideraba que, no obstante dicha autonomía, en todo lo concerniente a la seguridad, retribución, categoría profesional, horario, vacaciones y jubilación, la relación de estos cinco riders con Foodora debía beneficiarse de las normas que regulan el trabajo dependiente o por cuenta ajena (art.  2.1, D.Lgs. 81/2015) reconociéndoles de este modo la retribución directa, indirecta y diferida establecidas para los dependientes del V nivel del CCNL (Convenio Colectivo nacional del Lavoro) Logística Transporte Mercancía, donde quedan encuadrados los repartidores de las empresas de mensajería.

Dicha sentencia, en realidad, no supone ningún paso adelante, aunque tampoco podría haberlo dado, ya que su contenido se fundamente en una ley ya existente no pensada para estos casos y, por lo tanto, obsoleta en relación a este tipo de actividad.

En cualquier caso el intento clasificatorio efectuado por la Jurisprudencia italiana sirve de poco ya que la única solución debería ser la redacción de una nueva normativa acorde a estas nuevas profesiones y adaptada a nuestros tiempos.

Tampoco ha servido para nada el intento por parte de los Sindicatos de introducir la figura del raider en el CCNL de Logística Transporte y Mercancía  identificándola y tratándola como un dependiente o por cuenta ajena.

El Parlamento italiano aún no se ha pronunciado sobre este tema, sin embargo, la Regione Lazio, una de las veinte Regiones en las que se divide Italia y en la que se haya la capital Roma, ha puesto en marcha una tentativa con la Legge Regionale del 12 abriel de 2019, n. 4 en la que ha trazado la primera norma en Italia, en general, del llamado “trabajo digital” (si bien dicha norma ha desencadenado una serie de polémicas y dudas sobre su constitucionalidad respecto a los límites y reparto de competencias contemplados en el art. 117 de la Constitución italiana, entre ellos, la potestad legislativa del Estado y de las Regiones).

La Ley Regional evita, deliberadamente, hacer referencia a cualquier tipo de calificación jurídica (en términos de autonomía o subordinación) de la modalidad contractual que representa el trabajo en plataformas digitales, limitándose a enunciar un esquema de tutelas para los trabajadores a los que les sería aplicado (accidente de trabajo o enfermedad laboral; formación en materia de seguridad; seguro por accidente, daños a terceros y gastos de manutención de los medios de locomoción imprescindibles para el desempeño del trabajo a cargo de la plataforma; normas sobre maternidad y jubilación; rechazo del salario a destajo; y por último, indemnización al usuario en el caso en el que el servicio no pueda llevarse a su fin por causas non imputables al trabajador).

Una nueva demostración de la atención transversal prestada al fenómeno del “trabajo en plataforma digital”, lo representa el hecho de que la norma regional fue dictada pocos días antes de una significativa toma de posición por parte del Parlamento Europeo que, el pasado 16 de abril, dictó una Resolución con vistas a la adopción de una Directiva relativa a las “condiciones de trabajo transparentes y  abiertas en el marco de la Unión Europea”.

Dicha resolución establece los llamados “derechos mínimos” para todos los trabajadores de la Unión que dispongan de “un contrato de trabajo o una relación laboral” de los definidos por el Derecho de cada uno de los Estados miembros y caracterizado por un tiempo de trabajo efectivo de duración superior “a una media de tres horas a la semana y por un período de referencia de cuatro semanas consecutivas”.

Podemos concluir diciendo que urge hallar cuanto antes un nuevo contrato de trabajo para la economía digital, que tome en consideración el nuevo escenario económico y productivo del nuevo mundo laboral y que se adapte a los profundos cambios producidos en los últimos años.