News Fiscali

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Il patto di famiglia

di Sandro Sclafani

Nel seguente articolo intendiamo fornire una breve panoramica in merito al cosiddetto “Patto di Famiglia”, un importante strumento giuridico introdotto dal Legislatore nel nostro ordinamento attraverso la Legge 14 febbraio 2006 n. 55 (Artt. 768-bis e ss. del Codice Civile).
Tale istituto è stato introdotto per agevolare il “passaggio generazionale” nelle aziende italiane, che assai frequentemente hanno una struttura familiare.

Caratteristiche del Patto di Famiglia
Il Patto di Famiglia è un contratto previsto dal Codice Civile con il quale un soggetto titolare di un’impresa o di partecipazioni societarie, trasferisce (in tutto o in parte) l’azienda o le partecipazioni societarie a uno o più discendenti.
In pratica, il Patto di Famiglia “anticipa” la successione dell’imprenditore, consentendo il “passaggio generazionale” all’interno dell’impresa stessa garantendone così la continuità d’impresa. Viene pertanto assicurato il trasferimento del bene produttivo (l’azienda) salvaguardando al tempo stesso l’unità familiare.
Il Patto di Famiglia non è un testamento, ma è il contratto con cui un imprenditore “anticipa” la propria successione per quanto riguarda il trasferimento della proprietà dell’azienda ai discendenti, in quanto l’effetto traslativo si realizza immediatamente, in previsione della propria successione, nell’ottica della continuità di impresa.
Il Patto di Famiglia costituisce un importante strumento nel nostro panorama giuridico, poiché introduce un’espressa deroga legislativa al divieto dei patti successori ex art. 458 del Codice Civile (i.e. la norma secondo la quale non producono alcun effetto – sono nulli – gli accordi che hanno ad oggetto la disposizione dei diritti ereditari provenienti da una successione non ancora aperta: esempio A vende a B la quota di eredità del proprio padre C, ancora in vita).

Ambito di applicazione
Il Patto di Famiglia è un contratto da redigersi, a pena di nullità, per atto pubblico (da stipularsi pertanto innanzi al Notaio). All’atto notarile partecipano, oltre all’imprenditore e ai figli beneficiari (detti anche “assegnatari”), necessariamente anche: a. il coniuge dell’imprenditore stesso; b. tutti quei soggetti che avrebbero la qualifica di legittimari se, in quel momento, si aprisse la successione testamentaria dell’imprenditore (in sostanza, tutti coloro che sarebbero eredi di diritto se l’imprenditore morisse in quello stesso istante).
Pur non prevedendo, l’art. 768-ter, la presenza dei testimoni, ma essendo il Patto di Famiglia un atto pubblico, si ritiene indispensabile secondo un’interpretazione prudenziale, la presenza di testimoni. Il coniuge e i legittimari hanno diritto a percepire, dai figli assegnatari, una somma a titolo di liquidazione del valore delle quote di legittima (in alternativa, la liquidazione può avvenire in natura, ossia ricevendo alcuni beni al posto del denaro): quanto ricevuto viene imputato alla quota di legittima. Si tratta, insomma, di un “anticipo” dell’eredità. La liquidazione può avvenire anche con un contratto successivo, purché collegato al Patto di Famiglia e con la presenza degli stessi partecipanti.

Quando si può impugnare il Patto di Famiglia
Il contratto di Patto di Famiglia è impugnabile, anche se non facilmente. Prima di descrivere i casi in cui il Patto di Famiglia può essere sottoposto al vaglio del Giudice, è bene ricordare che il ricorso al Giudice deve essere necessariamente preceduto da un procedimento di mediazione (la c.d. mediaconciliazione). Tale tentativo deve svolgersi dinnanzi a un ente di conciliazione che abbia ottenuto il riconoscimento presso il Ministero della Giustizia, con la necessaria assistenza da parte di un avvocato. Ciò premesso, va osservato, in primo luogo, quanto ricevuto dal coniuge e dai legittimari non può essere oggetto di collazione o di un’azione di riduzione. In secondo luogo, se il Patto di Famiglia è stato stipulato approfittando di un “vizio del consenso” (ex artt. 1427 e ss., ossia se qualcuno era in errore, o è stato costretto a sottoscrivere il patto con violenza o con l’inganno), ai sensi dell’art. 768-quinquies l’azione di annullamento del patto è possibile ed è concessa a ciascun partecipante (quindi non solo esperibile da parte del coniuge o dei legittimari, ma anche da parte dell’imprenditore o dei figli assegnatari) e si prescrive nel termine di un anno. Ancora, se il coniuge o alcuni legittimari non partecipano al Patto di Famiglia e poi effettivamente l’imprenditore muore, essi possono chiedere ai figli assegnatari la corresponsione della somma dovuta a titolo di liquidazione più gli interessi legali: se i figli non versano tale somma, il Patto di Famiglia può essere impugnato, ma di nuovo entro il termine di un anno.

Come si può sciogliere o modificare il patto di famiglia
Il Patto di Famiglia può essere sciolto o modificato, in due modi: a. con un nuovo Patto di Famiglia; b. se il patto stesso lo prevede, con una dichiarazione di recesso da parte di un partecipante a cui segue una dichiarazione delle altre persone certificata dal Notaio.
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È necessario che allo scioglimento o alla modifica partecipino tutte le persone che avevano preso parte al primo Patto di Famiglia.

Possibili benefici fiscali
Sono previste interessanti agevolazioni fiscali in presenza di trasferimento di partecipazioni nell’ambito di un Patto di Famiglia.
In generale, il trasferimento delle partecipazioni dal disponente al discendente assegnatario sconta l’imposta sulle donazioni, con le seguenti modalità:
• 4% se a favore del coniuge e dei parenti in linea retta (con franchigia di € 1.000.000 per ciascun beneficiario);
• 6% se a favore di altri parenti fino al 4° grado e degli affini in linea retta o collaterale (entro il 3° grado).
In presenza di determinati presupposti, i trasferimenti delle partecipazioni sono riconducibili tra quelli non soggetti ad imposta. In particolare, è prevista l’esenzione nel caso vengano soddisfatti i seguenti requisiti:
• gli assegnatari devono proseguire l’esercizio dell’impresa o detenere il controllo per almeno 5 anni (mediante rilascio di apposita dichiarazione all’atto del trasferimento);
• il trasferimento delle quote o delle azioni in società di capitali deve consentire di acquisire o integrare il controllo ex art. 2359, comma 1, n. 1 , del Codice Civile.

Conclusioni
Il Patto di Famiglia rappresenta, pertanto, un’interessante opportunità messa a disposizione dal Legislatore al fine di conciliare il diritto dei legittimari / eredi con l’esigenza dell’imprenditore di garantire stabilità all’attività imprenditoriale, nonché una successione non aleatoria ai propri discendenti, dando così spazio all’autonomia privata nel superare il divieto dei patti successori al fine di garantire e tutelare la dinamicità dell’impresa evitando potenziali contestazioni in sede di eredità, e potendo altresì beneficiare di importanti agevolazioni fiscali in presenza di determinati requisiti.

NICOLINI COMMERCIALISTI ASSOCIATI

Piattaforme di marketplace: invio dei dati entro il 31 ottobre 2019

di Goffredo Bonasi

Tra le novità del  “Decreto crescita “ ( D.L. 34/2019)  convertito con Legge 58/2019,   è prevista una comunicazione telematica a carico dei gestori di marketplace ( residenti in Italia e non ) ossia quei soggetti che gestiscono le piattaforme elettroniche (non quelli che la utilizzano) e che intervengono nell’operazione facilitando tutto il processo di compravendita con il consumatore finale.  Sono quindi esclusi dall’obbligo di comunicazione i soggetti che utilizzano la piattaforma elettronica per effettuare l’attività di e.commerce.

I soggetti non residenti nel territorio dello Stato, se non dispongono di una stabile organizzazione in Italia,  devono identificarsi direttamente ( operatori UE) oppure avvalersi di un rappresentante fiscale residente in Italia per adempiere all’obbligo della comunicazione.

La comunicazione,  che avrà cadenza trimestrale,  dovrà contenere tutta una serie di dati relativi ai fornitori dei beni venduti attraverso l’interfaccia elettronica di marketplace (anagrafica del singolo fornitore italiano od estero, numero unità vendute in Italia, ammontare prezzi di vendita o il prezzo medio di vendita).

L’ambito oggettivo delle operazioni oggetto di monitoraggio da parte delle autorità fiscali italiane sono le vendite a distanza di beni importati o già presenti all’interno dell’Unione Europea

La prima scadenza della comunicazione è il 31 ottobre 2019 e l’invio dei dati dovrà avvenire attraverso i canali telematici messi a disposizione dell’Agenzia delle Entrate.

L’omessa presentazione della comunicazione o l’invio incompleto dei dati comporta in capo al gestore la qualifica di debitore di imposta esponendosi alle conseguenze sanzionatorie previste dalla normativa dell’IVA italiana.

Lo Studio rimane a disposizione per gli approfondimenti sull’argomento.

BAKER MCKENZIE

Circolare n. 5 del 28 febbraio 2019, l’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL)

Indici dello sfruttamento lavorativo: ecco le indicazioni dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro

Con la pubblicazione della Circolare n. 5 del 28 febbraio 2019, l’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL) ha reso note le Linee guida per l’attività di vigilanza in materia di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”.

La finalità delle Linee guida è quella di dare un contributo alle attività di indagine svolte dal personale ispettivo, in relazione a due fattispecie criminose:

  1. intermediazione illecita, con cui si punisce chiunque “recluta” manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi in condizione di sfruttamento e approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori;
  2. sfruttamento lavorativo, con cui si punisce penalmente chiunque utilizza, assume o impiega manodopera, anche mediante la citata attività di intermediazione, sottoponendo i lavoratori a condizioni di sfruttamento ed approfittando del loro stato di bisogno.

L’INL individua quali elementi costitutivi di entrambe le fattispecie:

(i) lo sfruttamento lavorativo, e

(ii) l’approfittamento dello stato di bisogno del lavoratore, che si identifica con la strumentalizzazione a proprio favore della situazione di debolezza della persona che diviene così la vittima del reato.

Proprio in relazione all’ultima figura di incriminazione, l’INL ha provveduto a definire eventuali indici utili all’ispettore per individuare, durante un accertamento, ipotesi di sfruttamento lavorativo. A tal riguardo, si fa riferimento a:

  1. reiterata corresponsione di retribuzioni in modo palesemente difforme dai contratti collettivi o comunque sproporzionate rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato;
  2. reiterata violazione della normativa relativa all’orario di lavoro, ai periodi di riposo, al riposo settimanale, all’aspettativa obbligatoria, alle ferie;
  3. sussistenza di violazioni delle norme in materia di sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro;
  4. sottoposizione del lavoratore a condizioni di lavoro, a metodi di sorveglianza o a situazioni alloggiative degradanti.

Alla luce di quanto sopra, l’INL si premura di specificare che, benché nel sentire comune il reato in questione sia spesso associato unicamente alle attività agricole, non manca di prospettare il possibile ricorso ad esso anche in altri settori. Un esempio è quello dei servizi, da parte di alcune imprese che realizzano forme di intermediazione illecita con vantaggi in termini di abbattimento abnorme dei costi di lavoro a danno dei lavoratori coinvolti e degli stessi istituti assicurativi e previdenziali.

Infine, nel caso in cui gli indici di sussistenza dello sfruttamento lavorativo non diano evidenza dell’elemento della “reiterazione”, integrante la fattispecie più grave penalmente rilevante, l’INL ricorda che esiste un presidio sanzionatorio amministrativo e a tal riguardo potrà attivare la procedura sanzionatoria amministrativa.

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(Nuovi) adempimenti comunicativi per le holding industriali

di Sandro Sclafani

Con il D.Lgs. 142/2018 (decreto ATAD) sono state introdotte importanti novità normative, in vigore già dal 2018, di cui sono destinatari, tra gli altri, i soggetti che esercitano in via prevalente l’attività di assunzione di partecipazioni in soggetti diversi dagli intermediari finanziari (pertanto, anche le c.d. “holding industriali”).

In particolare, con riferimento agli elementi di novità che riguardano le holding industriali, il succitato decreto ha:

  1. distinto le “holding industriali” (annoverabili tra le c.d. “società di partecipazione non finanziaria”), destinatarie delle disposizioni fiscali ordinarie così come qualsiasi altra impresa commerciale – con esclusione, ovviamente, per la determinazione della base imponibile IRAP – dalle “holding finanziarie”, destinatarie di disposizioni normative speciali alla stregua degli intermediari finanziari.
  2. uniformato, ai fini fiscali, le modalità con cui verificare l’esercizio in via prevalente dell’attività di assunzione di partecipazioni in soggetti diversi dagli intermediari finanziari.
  3. apportato alcune importanti modifiche di coordinamento alle disposizioni tributarie vigenti, tra cui l’art. 10, co. 10, del D.lgs. n. 141/2010 che (da sempre) estende alle holding industriali gli obblighi di comunicazione all’apposita sezione dell’Anagrafe Tributaria, denominata Archivio dei rapporti finanziari, di cui all’art. 7, co. 6, del DPR 605/1973.

Riportiamo di seguito l’approfondimento dei punti sopra indicati.

Holding “industriali”

Ai fini fiscali, rientrano nella prima categoria i soggetti che:

  • esercitano in via esclusiva o prevalente l’attività di assunzione di partecipazioni in soggetti diversi dagli intermediari finanziari. In altri termini, si tratta delle società che svolgono come attività principale la detenzione di partecipazioni in società industriali e commerciali di servizi (c.d. “holding industriali”);
  • soggetti che svolgono attività finanziarie non nei confronti del pubblico se inclusi in un gruppo di soggetti che svolgono prevalentemente attività di tipo industriale e commerciali

La verifica dell’obbligo

La prevalenza dell’assunzione di partecipazioni in soggetti diversi dagli intermediari finanziari si verifica quando, in base ai dati del bilancio approvato relativo all’ultimo esercizio chiuso, l’ammontare complessivo delle partecipazioni in detti soggetti e altri elementi patrimoniali intercorrenti con i medesimi, unitariamente considerati, sia superiore al 50% del totale dell’attivo patrimoniale.

La comunicazione all’archivio dei rapporti finanziari

Tale ultimo aspetto merita opportuni approfondimenti. Infatti, mentre la norma previgente condizionava l’obbligo di comunicazione all’Archivio dei rapporti qualora fossero stati raggiunti, oltre al requisito patrimoniale anche uno reddituale (per farla breve, ricavi e altri proventi derivanti dalle partecipazioni > 50% del totale) entrambi da verificare negli ultimi 2 esercizi chiusi, oggi tale condizione risulta meno stringente.  

A partire, infatti, dal periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2018, per ricadere nell’obbligo di comunicazione, sono sufficienti:

  1. valore partecipazioni > 50 % attivo patrimoniale;
  2. verifica dell’unico requisito sopra citato, solamente in relazione ai dati del bilancio approvato relativo all’ultimo esercizio chiuso.

Alla luce delle intervenute modifiche, quindi, si estende la platea dei soggetti obbligati all’adempimento comunicativo di cui all’art. 7, co. 6, del DPR 605/1973, già a partire da quest’anno (2019).

I CHIARIMENTI DI ASSOHOLDING

Al riguardo, tuttavia, torna utile quanto osservato da Assoholding con la Circolare n. 6/2010 a commento dell’art. 10, co. 10, del D.lgs. 141/2010 previgente, secondo cui “gli obblighi comunicativi non sorgeranno fino a che non emerge il momento generatore dell’obbligo, rappresentato dalla data della delibera di approvazione del bilancio del secondo esercizio consecutivo che presenta i dati richiesti”.
Seguendo la medesima ratio, nel rispetto della nuova lettera normativa, potrebbe considerarsi che, in relazione all’ultimo esercizio chiuso (2018 per i soggetti solari) il momento impositivo nasce non prima dell’approvazione del relativo bilancio. In effetti, il D.Lgs. 142/2018, pubblicato in G.U. il 28/12/18, è vigente al 12 gennaio 2019, in corrispondenza di tale data, per i soggetti solari, l’ultimo esercizio chiuso era indubbiamente il 2018 ma con bilancio non ancora approvato.
Si potrebbe, quindi, concludere che, ancorché l’art. 13, del D.lgs. 142/2018 preveda espressamente che le novità oggetto del presente contributo si applichino già a decorrere dal periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2018, la prima comunicazione all’Archivio rapporti possa essere effettuata alla fine del mese successivo a quello di approvazione del bilancio dell’esercizio in corso al 31 dicembre 2018, quindi, ad esempio, al 31 maggio 2019 per i bilanci approvati ad aprile 2019.

Con il provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate prot. n. 9647 del 19/01/07 sono state dettate le modalità e i termini di comunicazione dei dati all’Anagrafe Tributaria, ai sensi dell’art. 7, co. 6, DPR 605/1973 e con i successivi provvedimenti prot. n. 31934 del 29/02/08 e prot. n. 18269 del 10/02/15, sono state fornite alcune disposizioni integrative. Per un esaustivo approfondimento dei presupposti per l’adempimento all’obbligo si rimanda alla lettura dei sopracitati provvedimenti, mentre nel prosieguo si delineano alcune principali caratteristiche.

BC&Cattura

Con riferimento specifico alle holding di partecipazioni, l’Agenzia delle Entrate, con la Circolare n. 18/E del 04/04/07, ha precisato che i principali rapporti da comunicare sono quelli aventi ad oggetto:

  • le partecipazioni;
  • i finanziamenti ricevuti dai soci della holding e quelli effettuati dalla holding alle società partecipate;
  • i prestiti obbligazionari, sia quelli emessi dalla holding e sottoscritti da terzi, sia quelli emessi dalle partecipate o da terzi, e sottoscritti dalle holding medesime;
  • il cd. “cash pooling”;
  • il rilascio di garanzie a terzi a favore di società partecipate e il rilascio di garanzie da parte di terzi nell’interesse della holding a favore dell’intermediario presso cui viene acceso il rapporto di finanziamento (fatta eccezione per le garanzie già comprese nel contratto stesso di finanziamento).

Si consideri poi che, se dovessero valere (come è presumibile che sia), i chiarimenti forniti dall’Agenzia delle Entrate con il provvedimento direttoriale prot. n. 37561 del 25/3/13, come integrato con i Provvedimento prot. n. 18269 del 10/2/15, 73782 del 28/5/15, 13352 del 25/1/16 tali soggetti destinatari dell’art. 10, co. 10, D.lgs. 141/2010, sarebbero anche assoggettati all’adempimento della Comunicazione integrativa annuale all’archivio dei rapporti finanziari, di cui all’art. 11, co. 2, D.L. 201/2011, la cui scadenza è prevista entro il 15 febbraio di ogni anno. Come espressamente chiarito dall’Agenzia delle Entrate, la comunicazione integrativa annuale non sostituisce quella prevista dai provvedimenti prot. n. 9647/07 e n. 31394/08. Anche in questo caso si invitano gli interessati a prender visione del sopracitato provvedimento, mentre nel seguito si indicheranno alcuni dei principali tratti caratteristici.

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STUDIO LEGALE MENICHETTI

Lo smodato accesso ad internet del dipendente in orario di lavoro come giusta causa di licenziamento e bilanciamento con la riservatezza dei dati personali del lavoratore trattati

di Andrea Abati

Con la sentenza n. 3133/2019, la Corte di Cassazione è nuovamente intervenuta sul tema dei profili disciplinari dell’utilizzo, da parte del lavoratore subordinato, di internet e dei social network durante l’orario di lavoro per ragioni personali, confermando la pronuncia del giudice di secondo grado, che, nel riconoscere la legittimità dell’impugnato recesso, aveva ritenuto che il numero, la durata e la tipologia degli accessi ad internet della lavoratrice licenziata fossero tali da incrinare la fiducia datoriale e giustificare, così, il suo licenziamento disciplinare.
Nel caso di specie, la lavoratrice, dipendente di uno studio professionale, nell’arco di 18 mesi aveva effettuato circa 6.000 accessi ad internet, di cui circa 4.500 su facebook, per un significativo lasso di tempo, considerato anche il monte ore del contratto di lavoro a tempo parziale tra le parti.
Con particolare riferimento ai fatti contestati alla lavoratrice e posti a fondamento del suo licenziamento, la Suprema Corte ha evidenziato, da un lato, che la stessa lavoratrice non avesse negato d’aver effettuato la gran parte degli accesi ad internet e, dall’altro, che fosse inconfutabile che gli accessi su facebook fossero ad essa riconducibili, posto che l’accesso a tale portale internet richiede delle credenziali individuali.
La Corte di legittimità ha respinto, poi, le doglianze della ricorrente con riguardo anche all’asserita violazione, da parte dell’ex datore di lavoro, della legge in tema di tutela della privacy.
Nonostante il rigetto del motivo d’impugnazione, si rileva come la difesa della lavoratrice, invero, abbia sollevato una questione non trascurabile in relazione ad un licenziamento disciplinare come quello in esame.
Secondo una recente pronuncia del Garante della privacy, infatti, il datore di lavoro non può appositamente installare programmi per monitorare gli accessi e l’attività svolta dai propri dipendenti su internet (cfr., decisione Garante della privacy, 13 luglio 2016, n. 5408460).
Lo stesso datore, inoltre, nell’avviare un procedimento disciplinare nei confronti di un proprio dipendente, deve adottare le misure idonee a garantire, quantomeno, la riservatezza del contenuto dell’accertamento, di talché non possano emergere dati sensibili del lavoratore con riferimento ad opinioni politiche, religiose, etc. (cfr., Linee guida Garante della privacy, 1 marzo 2007, n. 13).
Concludendo, vista la pronuncia in commento e i citati orientamenti del Garante della Privacy, se è vero che la condotta di un lavoratore che accede smodatamente ad internet durante l’orario di lavoro per motivi personali può pregiudicare il rapporto di fiducia col datore di lavoro, giustificando il suo licenziamento, non è men vero che occorre, nel valutare la legittimità del provvedimento espulsivo adottato dall’azienda, tener conto di come i dati, che hanno portato al licenziamento, sono stati raccolti e trattati da quest’ultima.

ANDERSEN TAX & LEGAL

Le conseguenze dell’Hard Brexit sugli scambi commerciali con l’UE

Com’è noto, lo scorso 29 marzo 2017 il Regno Unito comunicava la propria intenzione di recedere dall’Unione europea, così come espressamente previsto dall’articolo 50 del Trattato sull’UE.
Tale decisione, salvo diversa disposizione, avrà efficacia dal prossimo 30 marzo 2019.
L’Agenzia delle Dogane, con nota del 26 febbraio u.s., ha illustrato le implicazioni in ambito I.V.A. e doganale derivanti dal recesso del Regno Unito dall’Unione Europea, in assenza di uno specifico accordo che regoli in maniera transitoria le conseguenze derivanti da un siffatto scenario.

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Qui di seguito si riepiloga lo scenario dei prossimi giorni.

Fiscalità indiretta

Come prima conseguenza, le merci vendute e spedite verso il Regno Unito non costituiranno più cessioni intracomunitarie non imponibili ai sensi dell’art. 41 del D.L. n. 331/93, e analogamente le merci provenienti dal Regno Unito non costituiranno più acquisti intracomunitari ai sensi dell’art. 38 del D.L. n. 331/93 suddetto.
Dopo il recesso, infatti, le cessioni di merci ad un soggetto stabilito nel Regno Unito saranno operazioni non imponibili ai fini IVA ai sensi dell’art.8 del D.P.R. n.633/72 e, per la loro spedizione fuori dal territorio doganale dell’UE, sarà necessario espletare le formalità doganali previste per l’esportazione.
Allo stesso modo, per l’introduzione nel territorio UE di merci provenienti dal Regno Unito sarà necessario compiere le necessarie formalità doganali e sarà dovuto il pagamento in dogana dei dazi nonché, per la loro immissione in consumo in Italia, delle accise – qualora dovute – e della relativa IVA secondo le disposizioni e le procedure vigenti.

Conseguenza diretta di tale situazione è che gli operatori economici:

  • in relazione agli scambi commerciali intrattenuti con soggetti residenti nel Regno Unito, non dovranno presentare i modelli INTRA né ai fini fiscali né ai fini statistici.
  • non saranno più tenuti all’integrazione ed alla registrazione della fattura ricevuta dal Regno Unito.

Applicazione delle disposizioni doganali

Queste le principali conseguenze analizzate dalle Dogane.

a) Importazioni

Gli operatori economici che intendono importare merci dal Regno Unito devono presentare le merci con una dichiarazione doganale di importazione da trasmettere per via telematica all’Ufficio delle Dogane competente sul luogo dove le stesse sono presentate.

b) Esportazioni

Gli operatori economici che intendono spedire merci verso il Regno Unito devono presentare una dichiarazione doganale di esportazione da trasmettere per via telematica all’Ufficio delle Dogane competente in relazione al luogo in cui l’esportatore è stabilito o a quello in cui le merci sono caricate o imballate per l’esportazione.

c) Operatore economico autorizzato (AEO)

Tutte le autorizzazioni AEO rilasciate dall’Autorità doganale britannica, a decorrere dal 30 marzo p.v., saranno revocate automaticamente, e le eventuali istanze accettate dall’Autorità doganale britannica saranno automaticamente rifiutate.

d) Autorizzazioni alle procedure speciali

Le autorizzazioni doganali rilasciate dalle Autorità doganali del Regno Unito non saranno più valide nel territorio doganale dell’Unione così come le autorizzazioni rilasciate dall’Agenzia delle Dogane a soggetti del Regno Unito.

e) Transito comune (regime sospensivo che consente la circolazione di merci senza pagamento di dazi doganali, iva, accise ed altri oneri)

A decorrere dal 30 marzo p.v., Il Regno Unito diverrà parte contraente alla Convenzione Transito Comune (CTC) e ne applicherà il relativo regime.

f) Deposito doganale (regime sospensivo che consente la sospensione del pagamento dei diritti gravanti sulle merci ivi depositate)

I titolari di autorizzazioni al deposito doganale potranno introdurre, dal 30 marzo p.v., nei propri depositi anche le merci provenienti dal Regno Unito quali merci terze.

g) Esportatori autorizzati e registrati

Le autorizzazioni e le registrazioni effettuate dalle autorità doganali del Regno Unito agli esportatori non sono più valide nell’UE. Ugualmente non sono più valide nell’UE le autorizzazioni e le registrazioni da parte delle autorità doganali degli Stati membri dell’UE agli esportatori e stabiliti nel Regno Unito o agli stessi soggetti stabiliti nell’UE ma con numero EORI – UK.

h) Garanzie

A seguito dell’uscita del Regno Unito dall’UE senza un accordo non saranno più valide le autorizzazioni doganali relative alle Garanzie Globali rilasciate dalle Autorità del Regno Unito e dall’Agenzia delle Dogane a soggetti del Regno Unito, non essendo più quest’ultimi operatori stabiliti nel territorio doganale della UE.

Per l’elenco completo delle fattispecie analizzate dall’Agenzia delle Dogane, si rimanda alla nota da quest’ultima emessa.

PAVIA E ANSALDO

Brevi cenni sulla responsabilità penale degli enti 

di Meritxell Roca Ortega, Socia di Pavia e Ansaldo

Il decreto legislativo 231 del 2001 (di seguito, anche, il Decreto) ha introdotto, in adeguamento ad alcuni trattati internazionali, una rilevante novità nell’ordinamento italiano, prevedendo una forma di responsabilità, definita amministrativa, ma equiparabile a quella penale, a carico delle persone giuridiche, società o associazioni, anche prive di personalità giuridica (di seguito, anche, Ente e/o Enti), per alcuni reati commessi da soggetti legati all’Ente stesso da un rapporto funzionale. La responsabilità è equiparabile a quella penale, sia sotto il profilo della afflittività delle sanzioni, sia sotto il profilo delle garanzie relative al procedimento per l’applicazione delle stesse. La responsabilità dell’Ente, in relazione ai reati commessi nell’ambito dell’organizzazione societaria, è aggiuntiva e non sostituiva, rispetto alla responsabilità della persona fisica che ha realizzato materialmente il reato. Vi è un coinvolgimento, nella punizione dei reati, degli Enti nel cui interesse o vantaggio i reati sono stati compiuti. Si tratta, quindi, di una scelta normativa volta alla responsabilizzazione delle imprese e delle società per i reati compiuti nel loro interesse o a loro vantaggio nell’ambito della loro organizzazione. Affinché possa configurarsi l’illecito a carico dell’Ente devono concorrere tre elementi:

a) la commissione del reato da parte di un soggetto legato all’Ente da un rapporto funzionale. Per quanto attiene al collegamento tra l’Ente e l’autore del reato, il Decreto richiede che il medesimo sia commesso nell’interesse o a vantaggio dell’Ente medesimo da:
1) soggetti che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell’Ente o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale nonché’ da persone che esercitano, anche di fatto, la gestione e il controllo dello stesso. In questo caso si instaura una presunzione di responsabilità, in considerazione del fatto che tale soggetto esprime, rappresenta e realizza la politica di gestione dell’Ente;
2) soggetti sottoposti alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti di cui al numero 1). Non vi è, in questo caso, nessuna presunzione di responsabilità a carico degli Enti. Infatti, il fatto illecito compiuto da tale soggetto comporta la responsabilità dell’Ente solo se la commissione dell’illecito stesso sia stata resa possibile a causa dell’inosservanza dei doveri di direzione e vigilanza.

b) la commissione del reato nell’interesse o vantaggio dell’Ente. Il Decreto stabilisce che l’Ente sia ritenuto responsabile qualora il fatto illecito venga commesso “nel suo interesse o a suo vantaggio” da determinati soggetti, mentre non risponderà del fatto illecito se i soggetti indicati hanno agito nell’interesse esclusivo proprio o di terzi. Un soggetto può, pertanto, commettere un reato nell’interesse dell’Ente senza tuttavia procurare allo stesso alcun vantaggio. Ugualmente lo stesso soggetto può commettere il reato non nell’interesse dell’Ente, ma nel suo interesse esclusivo, portando l’Ente stesso a beneficiare di un vantaggio, indiretto o riflesso.

c) la commissione di uno dei reati specificamente previsti dal Decreto. Infatti, la responsabilità derivante dal Decreto sorge soltanto per determinate fattispecie di reato, espressamente previste dal Decreto medesimo ed in continua evoluzione.

Le sanzioni previste per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato si distinguono in sanzioni pecuniarie, sanzioni interdittive (interdizione dall’esercizio di attività, sospensione o revoca di autorizzazioni, licenze e concessioni divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, divieto di pubblicizzare beni e servizi), confisca e pubblicazione della sentenza.
La sanzione pecuniaria e la confisca sono obbligatorie, ovvero devono essere necessariamente disposte in caso di condanna dell’Ente. Le sanzioni interdittive e la pubblicazione della sentenza, vengono applicate nel caso in cui ricorrano determinate condizioni.
In ogni caso, il Decreto prevede specifiche forme di esonero dalla responsabilità amministrativa dell’Ente, per reati commessi nell’interesse e a vantaggio del medesimo, sia da soggetti apicali che dipendenti. Se il reato è stato commesso da soggetti apicali, l’Ente non risponde se prova che:
a) l’organo dirigente ha adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del fatto, modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi;
b) il compito di vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli, di curare il loro aggiornamento è stato affidato a un organismo dell’Ente dotato di autonomi poteri di iniziativa e di controllo (l’Organismo di Vigilanza);
c) le persone hanno commesso il reato eludendo fraudolentemente i modelli di organizzazione e di gestione;
d) non vi è stata omessa o insufficiente vigilanza da parte dell’organismo di cui alla lettera b) sopra indicata.

Per quanto concerne i reati commessi dai dipendenti, l’Ente è esonerato dalla responsabilità se prova di aver efficacemente adottato e attuato, prima della commissione del reato, un Modello di organizzazione gestione e controllo idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi. Il Modello organizzativo, pertanto, è uno strumento utile a diffondere, a tutti i settori e a tutti i livelli, la conoscenza e la coscienza del rischio legata alla commissione di un reato e, allo stesso tempo, un metodo per migliorare la vita delle società con interventi precisi e mirati a prevenire la commissione dei reati medesimi da parte delle persone fisiche. Pertanto, al fine di eliminare la responsabilità o di limitarla l’Ente deve necessariamente dotarsi di un Modello di organizzazione, gestione e controllo tale da garantire la prevenzione di taluni reati e nominare un Organismo di Vigilanza in grado di sovraintendere all’applicazione del Modello medesimo.

BOVE MONTERO

Effetti del BREXIT nel ambito doganale e della fiscalità indiretta

di Gonzalo Gazulla

L’accordo raggiunto tra l’Unione Europea ed il Regno Unito prevede una uscita ordinata, fissando un periodo transitorio fino al 31 di dicembre 2020, tra il che si seguirà applicando la legislazione comunitaria in Regno Unito in relazione al mercato interiore, l’unione doganale e le politiche comunitarie.

Questo accordo si deve ratificare tanto per il consiglio e parlamento europei, come  per Parlamento Britannico prima del prossimo 29 di marzo 2019, data nella che è prevista la uscita effetiva del Regno Unito della Unione Europea.

Non ostante, se in data della uscita (29/03/2019), non fosse in vigore l’accordo con previsione del periodo transitorio, il Regno Unito passerebbe ad avere la considerazione di paese terzo, senza nessuna preferenza specifica, a partire del giorno seguente, 30 di marzo 2019.

In questo scenario è situata l’amministrazione tributaria nelle notificazioni inviate agli contribuenti durante questi ultimi giorni, per quanto riguarda questa situazione potrebbe avere un effetto significativo nella organizzazione degli operatori economici, per lo che risulta necessario valutare il detto impatto e avanzare, nella misura dei possibili, le procedure necessarie.

In sintesi, l’Agenzia tributaria sottolinea gli seguenti effetti:

Ambito doganale:

Avendo il Regno Unito la considerazione di paese terzo, i flussi di merce tra la Spagna/Italia ed il Regno Unito non dovrebbero avere la considerazione di operazioni intracomunitarie per passare ad essere considerate Esportazioni o Importazioni  di beni, dovendo complire tutte le formalità doganali che questa situazione implica – presentazione della corrispondente dichiarazione doganale; l’adempimento  di controlli doganali; pagamento di dazi doganali, etc.

È importante sottolineare che, tutti gli operatori economici  si devono identificare ad effetti doganali con un numero di registro ed identificazione (numero EORI).

Fiscalità Indiretta:

  • Imposta sul’ Valore Aggiunto (IVA):

Gli invii di merce da Spagna/Italia al Regno Unito passeranno a considerarsi esportazioni e quindi, saranno esenti del IVA, essendo la dichiarazione doganale (DUA) uno dei medi provatori ammessi ad effetti di giustificare la detta esenzione.

D’altro canto, le importazioni fatte nel Regno Unito saranno soggette al IVA alla importazione, come qualche altra importazione fatta da un paese terzo.  

  • Accisa:

A partire della uscita effettiva del Regno Unito, le spedizioni/ricevimento di prodotti che hanno accisa saranno soggetti alla normativa doganale della Unione.

In questo senso, come specifica la Agenzia tributaria, l’applicazione informatica EMCS – utilizzata per l’invio dei prodotti di accise in regime sospensivo tra diversi stati Membri della Unione  Europea – escluderà la il ricevimento e l’invio di messaggi al Regno Unito. 

Restiamo alla sua disposizione per qualche quesito che potrebbe sorgere.

BLU STUDIO

REGIME DEL GRUPPO IVA: ATTUAZIONE IN ITALIA E IN SPAGNA

Di Federico Broglia

Con provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate pubblicato lo scorso 20 settembre, è stato approvato il Modello con relative istruzioni ministeriali per la dichiarazione di costituzione del Gruppo IVA.

Ricordiamo che la Legge di Bilancio 2017 ha previsto come, a partire dall’anno 2018, i soggetti passivi stabiliti nel territorio dello Stato esercenti attività d’impresa, arte o professione, per i quali ricorrano congiuntamente i vincoli finanziario, economico e organizzativo, possano presentare l’opzione per applicare il Regime del Gruppo IVA. In Italia il nuovo regime avrà decorrenza effettiva a partire dal prossimo 1° gennaio 2019.

In data 6 aprile 2018, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha emanato il decreto attuativo relativo alla disciplina del Gruppo IVA, con il quale oltre a stabilire che per questo primo anno la dichiarazione di opzione dovrà essere presentata entro il maggior termine del 15 novembre 2018, ha provveduto a disciplinare i principali aspetti operativi del nuovo regime.

Ricordiamo che l’articolo 11 della direttiva 2006/112/EC del Consiglio (di seguito anche “Direttiva IVA”), del 28 novembre 2006, relativa al sistema comune dell’Imposta sul Valore Aggiunto, offre agli Stati membri la possibilità di introdurre regimi unitari di applicazione dell’imposta riservati alle entità appartenenti ad un gruppo societario. La formulazione della norma dal punto di vista letterale è oltremodo semplice ed immediata: “Previa consultazione del comitato  consultivo  dell’imposta  sul  valore aggiunto (in seguito denominato  «comitato  IVA»),  ogni  Stato  membro  può considerare  come  un  unico  soggetto  passivo  le  persone  stabilite  nel territorio dello stesso Stato membro che siano giuridicamente  indipendenti, ma strettamente vincolate fra loro  da  rapporti  finanziari,  economici  ed organizzativi”.

Nella Comunicazione al Consiglio e al Parlamento europeo n. 325 del 2 luglio 2009, contenente alcune linee guida relativamente all’applicazione dell’articolo 11 della Direttiva IVA, al fine di armonizzare il regime in commento fra i diversi Stati membri, la Commissione Europea ricordava che erano 15 i Paesi membri ad aver adottato, con diverse opzioni, il regime dell’IVA di Gruppo: Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Cipro, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Ungheria, Irlanda, Paesi Bassi, Romania, Spagna, Svezia e Regno Unito.

L’Italia, al contrario, sin dal lontano 1979 (art. 73 comma 3 DPR 633/1972 e DM attuativo 13 dicembre 1979) aveva istituito la procedura della “Liquidazione IVA di Gruppo”, che tuttavia non fu considerata quale implementazione dell’opzione concessa dalla Direttiva IVA, in quanto consentiva (e consente) unicamente la compensazione delle posizioni di debito-credito IVA maturate in capo alle singole società aderenti, le quali mantengono agli effetti applicativi del tributo perfetta autonomia.

La Legge di Bilancio 2017 ha pertanto profondamente innovato il sistema tributario italiano, disegnando il nuovo istituto nella versione più ampia e piena concessa dalla Direttiva europea, e ponendosi quindi tra i Paesi europei più avanzati in questo ambito. Di seguito evidenziamo le caratteristiche di funzionamento del nuovo regime, come delineate dal provvedimento attuativo in commento:

  • OPZIONE “ALL-IN”: ai sensi dell’art. 70-quater del D.P.R. 633/1972, il gruppo IVA si costituisce a seguito di un’opzione esercitata da tutti i soggetti passivi stabiliti nel territorio dello Stato per i quali ricorrano congiun­tamente – al momento dell’esercizio dell’opzione e comunque già dal 1° luglio dell’anno precedente a quello in cui ha effetto l’opzione (art. 1, co. 1, del D.M. 6 aprile 2018) – i vincoli finanziario, economico e organizzativo di cui al precedente art. 70-ter del D.P.R. 633/1972.
  • NUOVO SOGGETTO TRIBUTARIO: al Gruppo viene attribuito un numero di partita IVA unico, a cui verranno associati tutti i codici fiscali dei partecipanti, e l’Agenzia comunicherà i dati dei partecipanti al Gruppo a chi ne faccia richiesta.
  • EFFETTO DI SOSTITUZIONE: l’esercizio dell’opzione determina in capo al Gruppo l’assunzione di tutti i diritti e gli obblighi derivanti dall’applicazione delle disposizioni in materia di Imposta sul Valore Aggiunto; pertanto, le operazioni attive e passive effettuate verso terzi dai singoli partecipanti al Gruppo si considerano realizzate da e verso il Gruppo stesso, il quale attraverso il proprio Rappresentante dovrà adempiere a tutti gli obblighi tributari prescritti dalla Legge IVA.
  • IRRILEVANZA DEGLI SCAMBI INFRAGRUPPO: quale elemento di maggior rilievo, la nascita del Gruppo IVA ha come conseguenza che le cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate tra due membri del Gruppo, siano escluse da IVA, ovvero non rilevanti ex art. 2 e 3 del DPR n. 633/1972.

In sintesi i principali vantaggi del Gruppo IVA italiano si possono così riassumere:

  • non rilevanza ai fini IVA delle operazioni di cessione di beni e di prestazione di servizi effettuate all’interno del Gruppo, con evidenti benefici in caso di entità aderenti che abbiano differenti pro-rata di detrazione, o con posizioni a cronico credito di IVA (si pensi al caso degli esportatori abituali);
  • possibilità per i gruppi societari che effettuano in prevalenza operazioni esenti, prive del diritto alla detrazione dell’imposta, di incorporare nel Gruppo IVA società controllate che forniscano servizi accessori (ad es. servizi informatici, di fornitura di tecnologia ecc…) evitando così il costo occulto derivante dalla mancata detrazione dell’IVA;
  • determinazione di un pro-rata di detrazione unitario per il Gruppo IVA, influenzato unicamente dalle attività che le entità del Gruppo effettuano verso i terzi non appartenenti al Gruppo medesimo;
  • semplificazione amministrativa, in quanto gli obblighi e gli adempimenti relativi al tributo gravano soltanto sul Gruppo IVA come unico soggetto passivo (il che comporta ad esempio che sia il Gruppo e non più i singoli membri a presentare la dichiarazione annuale IVA);
  • consolidazione diretta ed immediata delle posizioni debitorie e creditorie delle diverse entità appartenenti al Gruppo.

In Italia, queste ultime settimane dell’anno sono dedicate alle valutazioni: i principali gruppi bancari, finanziari, assicurativi, del settore sanitario e di tutti gli altri settori incisi dalla perdita di IVA conseguente al pro-rata di detrazione, stanno ultimando i propri calcoli di convenienza per decidere se e quando aderire.

E in Spagna (cenni)?

El artículo 11 de la Directiva 2006/112/EC del Consejo (en adelante también “Directiva IVA”) del 28 de noviembre de 2006, relativa al sistema común del Impuesto sobre el Valor Añadido, ha sido incorporada en el régimen tributario español mediante la Ley 36/2006, bajo la denominación de Régimen Especial del Grupo de Entidades (en adelante también REGE).

La normativa española reguladora del REGE está recogida en la Ley del IVA, artículos 120, y 163 quinquies y siguientes de la Ley 37/1992, así como en los artículos 30 y 61 bis y siguientes del Reglamento del IVA. El REGE no permite la creación de un sujeto tributario autonomo.

La finalidad perseguida por el régimen es doble:

  • Evitar costes financieros derivados de la existencia de saldos de IVA a favor y saldos en contra resultantes de las autoliquidaciones presentadas por las distintas entidades integrantes del grupo, mediante la creación de un sistema de compensaciones de dichos saldos.
  • Eliminar, mediante el establecimiento de una nueva regla de determinación de la base imponible, los costes derivados del gravamen del valor añadido generado en el seno del grupo de entidades cuando se realizan operaciones intragrupo cuyo destinatario son entidades sujetas a la regla de prorrata.

El REGE es de aplicación voluntaria y se ha introducido con dos contenidos, ambos de carácter opcional, que pueden denominarse:

  • General: En el que simplemente se compensan entre sí los resultados de las declaraciones-liquidaciones de cada período entre las distintas entidades incluidas en el grupo.
  • Ampliado o avanzado: Comprende además de la compensación de los saldos de las autoliquidaciones, reglas específicas para las operaciones intragrupo, incluyendo la valoración de las mismas y un régimen de deducciones como sector diferenciado ex lege.

La possibilità offerta dalla Direttiva comunitaria è stata attuata nel sistema fiscale spagnolo dalla Legge n. 36/2006, sotto il nome di Regime Speciale del Gruppo di Entità (di seguito anche REGE).

La normativa spagnola relativa al REGE è contenuta nella Legge sull’IVA, agli articoli 120, 163-quinquies e seguenti della Legge n. 37/1992, e negli articoli 30, 61-bis e seguenti del Regolamento IVA. Il REGE non prevede la costituzione di un soggetto passivo autonomo.

L’obiettivo perseguito dal regime in commento è duplice:

  • evitare i costi finanziari derivanti dall’esistenza di saldi IVA a debito e a credito risultanti dalle autoliquidazioni presentate dai vari membri delle entità del gruppo, mediante la creazione di un sistema di compensazione di detti saldi;
  • eliminare, attraverso la definizione di una nuova regola per la determinazione della base imponibile, i costi fiscali derivanti dalla presenza del valore aggiunto generato all’interno del gruppo di società, quando vengono effettuate operazioni infragruppo a favore di entità soggette alla regola del pro-rata.

Il sistema REGE è volontario ed è stato implementato in due modalità, entrambe opzionali, che possono essere così definite:

  • Generale, in cui semplicemente si compensano tra loro i risultati delle dichiarazioni-liquidazioni di ciascun periodo tra le varie entità appartenenti al Gruppo;
  • Avanzato, il quale oltre alla compensazione dei saldi delle autoliquidazioni, prevede norme specifiche per le operazioni infragruppo, tra cui la diversa quantificazione delle medesime e un sistema di deduzioni ex lege.

GIORGIA GALLO

Aprire un’attività in Spagna mediante la costituzione di una società di capitale

Le caratteristiche delle Società di capitale spagnole sono abbastanza simili a quelle delle Società Italiane, sia per quanto riguarda  le S.p.A. come le S.r.l..

Le differenze più importanti in Spagna tra le Società per Azioni (S.A.) e le Società a Responsabilità Limitata (S.L.) sono le seguenti:

a.- Il capitale minimo richiesto per Legge:

.- per le S..A. 60.000,00 euro.

.- per le S.l. 3.000,00 euro

b.- Il regime legale previsto per le operazioni societarie (riduzione di capitale, aumento di capitale, fusioni, liquidazione, etc.) è più semplice per le Società di Responsabilità Limitata che per le Società per Azioni.

Per tanto, salvo nel caso si trattasse di una grande impresa con un importante volume d’operazioni e soci, è più conveniente costituire una Società a Responsabilità Limitata.

          Soci

Si consiglia di costituire la società con due o più soci, dato che, nel caso fosse un socio unico sarebbe una società unipersonale e ciò comporterebbe una serie d’obblighi di tipo amministrativo e procedurale che si possono invece evitare avendo due piú soci.

  • Procedura di Costituzione

I documenti richiesti per la costituzione di una Società in Spagna sono i seguenti:

  1. Richiesta del Número di Identificazione fiscale dei Soci e Amministratori Stranieri (NIE).

 

  1. Statuti sociali
  2. Richiesta presso il Registro Generale di Madrid del certificato della denominazione sociale della costituenda società da parte di uno dei fondatori.
  3. Certificato valutario della Banca relativo al versamento del capitale sociale.

 

  • Atti posteriori alla costituzione
  • Richiesta del codice di identificazione fiscale (“CIF”) della società
  • Dichiarazione di inizio di attività
  • Rchiesta di apertura di attività con gli eventuali permessi amministrativi richiesti dalla normativa locale.
  • Iscrizione della Società all’ufficio competente della Previdenza Sociale.
  • Iscrizione del responsabile commerciale presso l’ufficio competente della Previdenza Sociale.
  • Redazione, se del caso, del contratto “privato” di lavoro con i relativi impiegati.
  • Registrazione dei contratti di lavoro del personale assunto all’ufficio di collocamento competente.

 

  • Amministratori

L’amministrazione della società può essere affidata a un Amministratore Unico, (anche straniero) o a vari Amministratori (che possono agire disgiuntamente o congiuntamente), oppure da un Consiglio di Amministrazione (composto da un minimo di tre membri a un massimo di dodici).

Riguardo all’Organo di Amministrazione è importante indicare che per legge gli è attribuita l’amministrazione ordinaria e straordinaria della Società, indipendentemente dall’eventuale diversa attribuzione dell’Assemblea dei soci.

È necessario anche avvertire che la legge spagnola regola diverse situazioni, legate ad una gestione non diligente della società, nelle quali i soci e i creditori sociali potranno rivolgersi direttamente contro il patrimonio personale degli amministratori.

Per svolgere la funzione di amministratore non sono richiesti requisiti particolari, salvo le situazioni di incompatibilità per l’esercizio di cariche pubbliche.

 

  • Atto notarile

Per il conferimento dell’atto notarile di costituzione di una Società sarà necessaria la presenza al rogito dei soci fondatori, e in loro assenza  potranno conferire procura notarile a favore di un’altra persona che li rappresenti.

Nel caso in cui i Soci fondatori rappresentino una persona giuridica dovranno venire muniti di procura notarile attestante la legittima rappresentazione del socio con il timbro della Postilla dell’ Aya.

  • Tempi di costituzione

La richiesta della denominazione sociale al Registro Generale di Madrid si ottiene in una settimana circa ed avendo l’accettazione della denominazione ed i restanti documenti di cui sopra lo stesso giorno si può costituire la Società e questa sarà operativa. La posteriore omologa al registro delle Imprese si ottiene invece in 30 o 45 giorni circa.