COMUNICATO STAMPA – PREMIO ALLA MIGLIORE IMPRESA SPAGNOLA 2019

La Camera di Commercio Ufficiale di Spagna in Italia  consegna il Premio alla  “Migliore Impresa spagnola in Italia 2019”

 Milano, 27 novembre 2019 – La Camera di Commercio Ufficiale di Spagna in Italia ha consegnato ieri sera a Milano il premio per la “Migliore Impresa spagnola in Italia 2019” a Banco Santander Corporate & Investment Banking (SCIB). Banco Santander è la maggior banca nell’Eurozona per capitalizzazione, banca di riferimento internazionale, e attraverso la sua divisione di SCIB, con esperienza locale e ampie capacità cross-border, supporta clienti corporativi e istituzionali, offrendo servizi su misura e prodotti globali.

La consegna del premio, giunta alla quattordicesima edizione, è avvenuta alla presenza di oltre 200 ospiti appartenenti al tessuto imprenditoriale italo-spagnolo e, anche quest’anno, in concomitanza con la Cena di Natale della Camera.

1La Camera ha deciso di premiare Banco Santander in occasione del suo 25° anniversario dall’apertura della sede in Italia. Nel corso degli anni, la Succursale ha avuto uno straordinario sviluppo, appoggiando grandi gruppi italiani nella loro crescita. L’impegno profuso da Banco Santander in Italia, attraverso anche l’ampia gamma di prodotti bancari offerti a supporto delle imprese, l’ha reso un gruppo bancario di riferimento, contribuendo a rafforzare in Italia la percezione positiva dell’imprenditorialità spagnola e pertanto è considerato meritevole del premio.
           

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A consegnare il riconoscimento insieme a Enrique Flores-Calderón, Presidente della Camera e CEO di Verti Italia, è stato Alfonso Dastis, Ambasciatore di Spagna in Italia: “L’Italia e la Spagna, dati alla mano, sono ottimi partner commerciali ma ciò è possibile anche grazie alla forte volontà delle istituzioni di entrambi i paesi. Sono lieto di poter consegnare questo premio a un’importante azienda spagnola come Banco Santander”.

 Ettore Gotti Tedeschi, Senior Country Manager di Santander, ha ricordato i successi conseguiti negli anni di presenza in Italia, mentre a parlare del futuro della banca è stato Fabrizio Zenoni, Country Head Santander Corporate & Investment Banking, che ha sottolineato l’impegno nel sostenere la propria clientela italiana e non solo, costruendo relazioni di reciproca fiducia e di lungo termine: “Supportiamo le aziende nostre clienti nello sviluppo di business locale, Europeo ed internazionale. Per noi continuare a investire è fondamentale per poter garantire sempre servizi di alta qualità, dall’attività transazionale alle attività più strategiche”.  

3Alla cerimonia erano presenti inoltre il Sindaco del Comune di Milano, Giuseppe Sala e le principali istituzioni italo-spagnole.

La Camera, che da oltre 60 anni è al centro delle relazioni commerciali tra Italia e Spagna, prosegue il proprio impegno nel dare supporto alle aziende presenti sia in Italia sia in Spagna e/o che sono interessate a stabilire rapporti commerciali tra i due paesi.

COCUZZA & ASSOCIATI

Il nuovo piano di Governo del territorio del Comune di Milano 

di Thomas Mambrini

 A sette anni dalla sua entrata in vigore, il Comune di Milano si appresta a modificare il proprio strumento urbanistico, costituito dal Piano di Governo del Territorio (P.G.T.), la cui variante è stata adottata il 5 marzo 2019 ed ora in fase di definitiva approvazione.La modifica dello strumento urbanistico è stata dettata dalla necessità di sostituire la componente del PGT costituita dal Documento di Piano, per il quale la legge fissa una validità limitata nel tempo, nonché per recepire i cambiamenti che in questi anni si sono verificati, sia nel panorama legislativo che, più in generale, nello scenario economico e sociale che il PGT deve regolamentare.

La variante si propone cinque obiettivi principali di sviluppo della città: una pianificazione urbanistica fortemente connessa allo sviluppo delle infrastrutture della mobilità, prevedendo incentivi volumetrici per gli interventi in zone ad elevata accessibilità. L’individuazione di specifiche zone (n. 6 aree) il cui sviluppo sarà connesso alla realizzazione di grandi progetti di insediamento di nuovi servizi (ospedali, impianti sportivi, parchi urbani – c.d. Grandi Funzioni Urbane – GFU). La valorizzazione dei quartieri della città, con il miglioramento dello spazio pubblico e dei servizi per i cittadini. In quest’ottica, per esempio, si pone la riqualificazione degli ex scali ferroviari e la rigenerazione di sette piazze caratterizzate da elevata accessibilità (es. piazzale Loreto, Maciachini). In linea con la più recente legislazione anche europea, il nuovo PGT si muove verso un’ulteriore riduzione del consumo di suolo (stimata nel 4% in meno rispetto al PGT ancora vigente), attraverso, per esempio, il vincolo ad uso agricolo di oltre tre milioni di mq di aree, la realizzazione di un grande parco metropolitano dato dalla connessione dei parchi agricoli oggi presenti a nord e a sud della città. Sempre nell’ottica di ridurre il consumo di suolo, il PGT pone l’accento sulla rigenerazione e la riqualificazione delle aree urbanizzate, in particolare dei c.d. Ambiti di Rigenerazione Urbana, costituiti da aree ai margini del territorio urbano che dovranno essere valorizzate con interventi di recupero del patrimonio edilizio considerato degradato. Inoltre, più in generale, il nuovo PGT prevede incentivi volumetrici per i progetti diretti alla riqualificazione degli edifici esistenti considerati degradati o dismessi e, parallelamente, misure che penalizzano la mancata riqualificazione degli stessi in tempi ragionevoli, quali la drastica riduzione della volumetria che sarà possibile mantenere.

In coerenza con gli obiettivi di cui sopra, la variante del PGT tocca anche la disciplina urbanistica dettata per le attività commerciali, il cui insediamento resta favorito (con l’eccezione delle grandi strutture di vendita) dal mantenimento della c.d. indifferenza funzionale, che consente il libero insediamento di tutte le funzioni praticamente in ogni ambito della città.

Per gli esercizi di vicinato (esercizi con superficie di vendita sino a 250 mq) è confermato il libero insediamento sia nel centro storico che nelle aree più esterne. Nell’ottica di incentivare il recupero degli edifici, oltre che al fine di valorizzare la funzione di servizio data dal commercio di prossimità, è stato previsto, per esempio, che negli ambiti oggetto di rigenerazione (tra i quali, i Nodi di interscambio, i Nuclei storici esterni, e gli ambiti GFU) gli esercizi di vicinato (fino a 250 mq di Superficie lorda di pavimento – Slp) posti al piano terra con affaccio sulla via pubblica siano esclusi dal calcolo della Slp complessivamente realizzabile con l’intervento. Ciò a condizione che la destinazione d’uso così impressa risulti da atto trascritto nei pubblici registri immobiliari e che il canone per l’affitto dei locali e la gestione dell’attività sia stato “convenzionato” con l’Amministrazione comunale. Tale misura potrà sicuramente, da un lato, incentivare l’insediamento del piccolo commercio, tuttavia, dall’altro, potrebbe determinare l’insorgere di un eccesso di offerta di spazi commerciali dedicati, che, se non fruiti, sarebbero difficilmente riconvertibili e utilizzabili per altre attività, per esempio, di servizio, dato il vincolo funzionale impresso all’atto della loro realizzazione.

Relativamente alle medie strutture di vendita (sup. vendita da 250 mq a 2.500 mq), la variante elimina la distinzione attualmente prevista in fasce dimensionali, sulla base delle quali è definita la modalità insediativa (intervento edilizio diretto, permesso di costruire convenzionato, etc.), contemplando un’unica tipologia di struttura di vendita normalmente insediabile con intervento edilizio diretto, salvo il ricorso al permesso di costruire convenzionato nel caso in cui sussista l’obbligo di reperire aree per attrezzature pubbliche, oppure, per altri aspetti oggetto di opportuno convenzionamento. La nuova disciplina introduce quindi una semplificazione in ordine al procedimento edilizio richiesto per le medie strutture, prevedendo il procedimento convenzionato (sicuramente più gravoso quanto alle tempistiche di conclusione) solo in specifiche ipotesi, una delle quali, tuttavia, risulta non sempre facilmente prevedibile, restando la decisione circa l’opportunità o meno del convenzionato soggetto anche ad una valutazione dell’Amministrazione che presenta ragionevoli margini di discrezionalità.

Modifiche sono state previste anche relativamente alla dotazione di aree a parcheggio di pertinenza degli esercizi commerciali; confermato che l’insediamento degli esercizi di vicinato non determina l’obbligo di reperimento di parcheggi, viene precisato (recependo un indirizzo già espresso dagli uffici comunali) che la dotazione di aree a parcheggio è richiesta solo nel caso di interventi di nuova costruzione o di ristrutturazione edilizia finalizzanti all’insediamento di medie (e grandi) strutture, e solo con riferimento alla nuova S.l.p. così generata o della quale viene mutato l’uso. Viene inoltre confermato che l’insediamento di esercizi di vendita nelle aree pedonali o nelle ZTL senza limitazioni temporali non determina l’obbligo di reperire la dotazione di parcheggi, ipotesi alle quali sono state aggiunte le zone ricomprese nell’Area C nonché quelle definite a pedonalità privilegiata e gli spazi a vocazione pedonale. Anche con riferimento alla dotazione territoriale per servizi pubblici legate all’insediamento degli esercizi di vendita, è previsto che la stessa non sia dovuta nel caso di nuova costruzione con l’utilizzo dell’Indice di edificabilità territoriale unico (0,35 mq/mq) o di recupero di S.l.p. esistente senza cambio d’uso, mentre resta per tutte le atre ipotesi di intervento.

Un aspetto di sicuro rilievo è la disciplina prevista per le grandi strutture di vendita (sup. vendita superiore a 2.500 mq), compresi i centri commerciali, che attualmente è possibile insediare su tutto il territorio urbano, compreso il centro storico (N.A.F.). Con la variante proposta il PGT ne limita l’insediamento che resta possibile solo in alcuni precisi ambiti, ovvero all’interno dei c.d. Nodi di Interscambio e negli ambiti per le Grandi Funzioni Urbane (GFU). La scelta di limitare gli ambiti di insediamento è stata dettata per un verso, dalla volontà di tutelare il commercio urbano, per altro verso, da necessità di prevedere l’insediamento di tali strutture in zone che sono (o che saranno) dotate di infrastrutture e da livelli di accessibilità ritenuti adeguati.

Tale scelta, tuttavia, finisce per non prendere in considerazione gli effetti postivi che l’insediamento delle strutture di vendita di maggiori dimensioni può determinare anche sulle aree più urbanizzate e centrali della città, potendo, per esempio, costituire un incentivo per interventi di recupero di edifici esistenti (che la variante al PGT vuole che si realizzino su tutto il territorio), oltre che un potenziale fattore di rivitalizzazione dell’area in cui ricadono, con benefici indotti anche sul commercio urbano, quali il maggior flusso di potenziale clientela, senza che ciò determini necessariamente l’insorgere di un aggravio sulla rete infrastrutturale e l’accessibilità, soprattutto nelle zone centrali della città, dove l’accessibilità garantita dai mezzi pubblici risulta comunque di buon livello.

In questo senso sono state presentate alcune osservazioni agli atti di PGT, ora al vaglio dell’Amministrazione comunale e sulle quali dovrà esprimersi in sede di definitiva approvazione della variante. In base ad alcune dichiarazioni rese alla stampa dai vertici politici dell’Amministrazione, sembrerebbe che quest’ultima si stia determinando nel prevedere la possibilità di insediare le grandi strutture anche in altre zone della città, compreso il centro storico (N.A.F.), purché nell’ambito di progetti di recupero e riqualificazione di interi edifici previamente individuati. Se tale indirizzo fosse confermato, oltre a meglio garantire gli obiettivi della variante al PGT, consentirebbe di sfruttare gli effetti positivi conseguenti all’apertura di nuove grandi strutture anche nel centro storico, come già riconosciuti, per esempio, dalla legislazione di altre Regioni (es. Regione Veneto), che addirittura hanno incentivato l’insediamento di tali esercizi nel centro città, con la previsione di agevolazioni sia procedurali che di natura urbanistica.

STUDIO LEGALE MENICHETTI

Gig working: la tutela del lavoro limitata ai cc.dd. riders

di Camilla Perusi

Con il D. L. 101/2019, convertito in L. 128/2019, il Legislatore è intervenuto a tutela dei fattorini addetti alla consegna a domicilio di cibo in bicicletta o motorino, meglio noti come riders.

La succitata legge, introducendo una disciplina ad hoc per tali lavoratori autonomi, ha inserito nel D. Lgs. 81/2015 un nuovo capo, il V bis (“Tutela del lavoro tramite piattaforme digitali”), stabilendo, in particolare, all’art. 47 bis, che “le disposizioni del presente capo stabiliscono livelli minimi di tutela per i lavoratori autonomi che svolgono attività di consegna di beni per conto altrui, in ambito urbano e con l’ausilio di velocipedi o veicoli a motore […] attraverso piattaforme anche digitali”.

I riders diventano, quindi, una categoria di lavoratori (autonomi) riconosciuta e tutelata dal nostro ordinamento giuridico.

Anzitutto, s’è stabilito che i contratti individuali di tale tipologia di lavoratori devono essere provati per iscritto e che quest’ultimi devono ricevere ogni informazione utile per la tutela dei loro interessi, diritti e sicurezza.

Circa il compenso spettante ai riders, il Legislatore ha previsto che contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative a livello nazionale possono definirne i criteri di determinazione, tenendo conto delle modalità di svolgimento della prestazione e dell’organizzazione del committente; e che, in mancanza d’una disciplina collettiva, il lavoratore non dev’esser retribuito in base alle consegne eseguite, ma con un compenso minimo orario parametrato ai minimi tabellari stabiliti da contratti collettivi nazionali di settori affini o equivalenti siglati dalle predette organizzazioni.

È prevista, poi, a favore dei lavoratori in questione un’indennità integrativa per il lavoro svolto nelle ore notturne, durante le festività o in condizioni metereologiche sfavorevoli; indennità stabilita dalla contrattazione collettiva in una misura non inferiore al 10% (del pattuito compenso orario) o, in difetto di previsione collettiva, mediante decreto del Ministero del lavoro e delle politiche sociali.

Il Legislatore, infine, ha equiparato i riders ai lavoratori subordinati per quanto attiene alla tutela antidiscriminatoria e della libertà e dignità del lavoratore, comunque assoggettandoli alla copertura assicurativa obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali prevista dalla legge.

EVENTO DENTONS: ASPETTI ANTITRUST NELLE OPERAZIONI DI M&A E NEI CONTRATTI COMMERCIALI

Abbiamo il piacere di condividere con voi il seminario “Aspetti antitrust nelle operazioni di M&A e nei contratti commerciali”, organizzato dallo Studio Legale Dentons e che si terrà venerdì 29 novembre a partire dalle ore 12.00 in Piazza degli Affari 1, a Milano.

Immagine MailChimp

L’evento, dal taglio pratico e operativo, si pone l’obiettivo di discutere i principali aspetti sostanziali e procedurali in materia di controllo di concentrazioni e di Golden Power.
Il seminario è accreditato presso l’Ordine degli Avvocati di Milano e saranno riconosciuti 2 crediti formativi.
Per consultare il programma completo potete cliccare qui. Per iscrizioni: italy@dentons.com

EXTENDA

Extenda a IMEX 2019

Anche quest’anno l’ufficio di Extenda Italia sarà presente all’IMEX, la più importante fiera in Spagna di International Business e commercio estero, dove incontrerà gli imprenditori locali dell’Andalusia per presentare tutti i servizi di consulenza attivi per il mercato italiano.

L’evento si celebrerà a Malaga il 13 e14 di novembre e vi parteciperanno le principali amministrazioni, enti e consulenti internazionali, provenienti da 120 paesi. 

I giorni precedenti all’incontro il personale di Extenda, assieme al Segretario generale della Camera, suo socio locale, sarà impegnato a Siviglia nelle riunioni annuali di pianificazione aziendale, durante le quali verranno definite le strategie settoriali e le azioni commerciali previste per il prossimo 2020.

Lo staff di Extenda tornerà operativo a Milano da lunedì 18 novembre.

Per qualunque comunicazione, è possibile reperirlo via mail a italia@extenda.es

EDITORIALE CAMERA – NOVEMBRE 2019

Novembre 2019

Cari Soci,

Manca ormai pochissimo all’evento di punta della nostra Istituzione: il 26 novembre prossimo celebreremo la Cena di Natale e consegneremo il Premio alla Migliore Impresa spagnola in Italia a Banco Santander. Al termine della cena, a grande richiesta, torna Gin Puerto de Indias che insieme e acqua tonica Original fornirà i propri prodotti per accompagnare il momento di networking.

Sono inoltre orgogliosa di annunciarvi che la Camera si è aggiudicata il Programa PICE per i prossimi tre anni. Questo progetto ci consentirà di continuare a offrirvi la possibilità di accogliere giovani professionisti spagnoli nelle vostre aziende affinché realizzino tirocini formativi.

L’assegnazione del programma riafferma la posizione delle Camera come partner strategico per diverse istituzioni spagnole nel mercato italiano e garantisce una continuità nella nostra crescita e un’importante diversificazione dei nostri ricavi.

Dall’11 al 14 novembre sarò in Andalusia insieme al team di Extenda per definire con gli uffici centrali il piano strategico e le linee d’azione 2020. In seguito parteciperemo all’IMEX (fiera del commercio internazionale e degli investimenti) per incontrare aziende e imprenditori locali e presentare loro le opportunità del mercato italiano. Vi informeremo sulle novità al rientro.

Nel mese di ottobre i membri del Consiglio Direttivo hanno incontrato l’Ambasciatore di Spagna in Italia e l’ICEX, per coordinare le diverse attività nelle relazioni bilaterali Italia-Spagna.

Ci vediamo alla Cena di Natale!

Buon proseguimento a tutti,

Yolanda Gimeno

COPYR

Nuovo azionista per Zelnova Zeltia – Copyr: il Gruppo si rafforza per traguardi sempre più importanti

Un nuovo, importante azionista entra in Copyr, portando un ulteriore contributo al processo di continua crescita dell’azienda. Allentia Invest, infatti, subentra a PharmaMar, acquisendo il 100% delle azioni del Gruppo Zelnova Zeltia S.A. – Copyr S.p.A. Il processo di vendita, appena conclusosi, è stato intenso e altamente competitivo e ha visto la partecipazione di numerosi candidati, tra cui investitori industriali e fondi di investimento, spinti all’acquisizione dall’importante tasso di crescita finanziario e commerciale registrato anno dopo anno.
Acquisizione che ha tra gli obiettivi principali quello economico, con una previsione di crescita del fatturato di cento milioni di euro in cinque anni, e quello strategico, attraverso l’apertura a nuovi mercati internazionali ed il lancio di nuove linee di prodotti. Pedro Gonzàlez, Direttore Generale di Zelnova e Amministratore Delegato di Copyr, afferma che una delle linee strategiche comuni nella quale stanno investendo entrambe le compagnie è lo sviluppo di prodotti ancora più sostenibili e rispettosi dell’ambiente.
In un contesto di mercato esigente e sfidante, regolamentato da normative sempre più stringenti, come quello degli insetticidi e della cura della casa, il Gruppo Zelnova Zeltia – Copyr risulta rafforzato e capace di generare grandi risultati grazie anche a progettualità, investimenti e sinergie condivise. Juan Carlos Ameneiro, Presidente di Copyr, Spa. e Amministratore Delegato di Zelnova Zeltia, S.A. , ha dichiarato che la compagnia ha già in atto un piano strategico per la crescita e che si proseguirà per darle ancora maggior impulso attraverso l’espansione del business internazionale e l’ingresso in nuovi mercati.
L’acquisizione da parte della Allentia Invest è anche la conferma delle scelte vincenti intraprese da Copyr in termini di competitività e posizionamento alto nel mercato di riferimento. Acquisizione che fa da ulteriore stimolo per l’azienda di Milano, pronta a raccogliere le nuove sfide del mercato e confermare le linee guida in essere e future.

COCUZZA & ASSOCIATI

La tutela “ultra-merceologica” dei marchi che godono di rinomanza

di Giacomo Gori

Il codice della proprietà intellettuale, all’art. 20, prevede che il titolare del marchio d’impresa ha il diritto di vietare ai terzi, salvo proprio consenso, l’uso di un segno:

  1. a) identico al marchio per prodotti o servizi identici a quelli per cui esso è stato registrato;
  2. b) identico o simile al marchio registrato, per prodotti o servizi identici o affini, se a causa dell’identità o somiglianza fra i segni e dell’identità o affinità fra i prodotti o servizi, possa determinarsi un rischio di confusione per il pubblico, che può consistere anche in un rischio di associazione fra i due segni;
  3. c) identico o simile al marchio registrato per prodotti o servizi anche non affini, se il marchio registrato goda nello stato di rinomanza e se l’uso del segno senza giusto motivo consente di trarre indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del marchio o reca pregiudizio agli stessi.

Analoghe disposizioni si rinvengono nell’art. 9, n. 2 nel Regolamento (UE) 2017/1001 sul Marchio dell’Unione Europea anche se in questo caso si parla di marchi che godono di notorietà.

Le prime due ipotesi riguardano la maggior parte dei marchi e sono tese dirimere il conflitto tra due segni che siano identici per prodotti o servizi identici (sub a), cosiddetta doppia identità, oppure tra due marchi che siano identici o simili per prodotti o servizi identici o affini, se a causa dell’identità o somiglianza fra i segni e dell’identità o affinità fra i prodotti o servizi, possa determinarsi un rischio di confusione per il pubblico (sub b).

Per “affinità” si intende una similarità merceologica tra i prodotti o i servizi (ad esempio tra calze e filati) oppure un collegamento tra i bisogni che i prodotti o i servizi intendono soddisfare (come spesso accade nel settore della moda, in cui è abituale ad esempio che lo stesso produttore di calzature offra in vendita anche cinture). Non a caso, benché la rilevanza sia amministrativa e non volta delineare l’affinità, al momento del deposito della domanda di registrazione di un marchio, il richiedente deve indicare i prodotti e/o dei servizi per i quali vuole ottenere la protezione tra i beni ed i servizi presenti nella Classificazione internazionale di Nizza di cui al relativo accordo del 1957 (giunto oggi all’undicesima edizione del 01.01.2019). Anzi, a seguito del leading case “IP Translator” (Sentenza della Corte di Giustizia UE del 19 giugno 2012, C-307/10), il richiedente è tenuto ad individuare, all’interno di ciascuna classe, i singoli beni o servizi per i quali invoca la protezione, in modo da delimitare correttamente la tutela del marchio.

Al di là dei suddetti marchi ordinari, vi sono appunto alcuni segni che, col tempo, hanno acquisito una certa notorietà per i quali, come previsto dall’ipotesi sub c), la protezione si estende anche ai prodotti e/o ai servizi che non sono affini (e tanto meno identici) a quelli per il quale il marchio è registrato.

La ratio sottesa a questa alla suddetta norma è quella di contrastare il fenomeno contraffattivo dovuto all’indebita appropriazione di pregi. Nel settore della moda, ad esempio, si assiste di sovente a condotte contraffattive volte a sfruttare in modo parassitario l’avviamento commerciale dei brands più blasonati al fine di indurre il consumatore all’acquisto del prodotto alla luce delle maggiori qualità – in senso lato – del prodotto.

La protezione accordata dalla norma in parola mira quindi a tutelare anche il cosiddetto selling power del marchio, inteso come elevata capacità di vendita dovuta alla funzione evocativa e suggestiva del marchio, anche in ragione degli ingenti investimenti pubblicitari effettuati dal titolare del marchio stesso, ed in grado di travalicare i limiti dell’affinità del settore merceologico a cui appartiene il marchio.

Si parla infatti di tutela “ultra-merceologica” – che prescinde dal rischio di confusione di cui all’ipotesi sub lettera b) – invocabile allorché sussistano alcuni presupposti.

In primo luogo, il titolare ha l’onere di provare che il proprio segno gode di rinomanza, sia a livello territoriale che con riferimento al pubblico interessato.

Ma cosa si intende per rinomanza e quali sono i requisiti? Nel silenzio delle norme, la giurisprudenza comunitaria, con la nota sentenza General Motors (Corte di Giustizia CE, 14 settembre 1999, C-375/97) l’ha definita come “l’attitudine del segno a comunicare un messaggio al quale sia possibile agganciarsi anche in difetto di una confusione sull’origine” sancendo che la tutela possa essere accordata se il marchio è “conosciuto da una parte significativa del pubblico interessato ai prodotti o servizi da esso contraddistinti”.

Secondo la Corte, tra i parametri che il giudice nazionale deve tenere in considerazione per determinare il grado di notorietà di un marchio, rientrano la quota di mercato, l’intensità, l’ambito geografico e la durata del suo uso, nonché gli investimenti realizzati dall’impresa per promuoverlo.

Naturalmente, maggiore è la notorietà del marchio, maggiore sarà l’estensione della tutela sino a ricomprendere ambiti merceologici sempre meno affini.

Il pubblico di riferimento, continua la Corte “è quello interessato a tale marchio d’impresa, vale a dire, secondo il prodotto o il servizio posto in commercio, il grande pubblico ovvero un pubblico più specializzato, ad esempio un determinato ambiente professionale”.

La rinomanza, inoltre, deve possedere anche una certa estensione territoriale e, in tal senso, la suddetta pronuncia ha precisato che il requisito è soddisfatto nel caso in cui la notorietà sia in una parte sostanziale dello Stato membro, tenendo conto sia delle dimensioni della zona geografica interessata che della quantità di persone ivi presenti.

Per quanto concerne il marchio EU, la Corte di Giustizia, con la sentenza Pago International (Corte di Giustizia CE, 6 ottobre 2009,C‑301/07) ha statuito che il marchio deve essere conosciuto “da una parte significativa del pubblico interessato ai prodotti o servizi contraddistinti dal marchio, in una parte sostanziale del territorio della Comunità” e che, tenuto conto delle circostanze del caso concreto, “l’intero territorio di uno Stato membro” (nella fattispecie si trattava dell’Austria) “può essere considerato parte sostanziale del territorio della Comunità”. Tale interpretazione, a ben vedere, è conseguenza del fatto che la protezione di un marchio UE si estende a tutto il territorio dell’Unione Europea.

Affinché il marchio rinomato possa essere tutelato non è necessaria una somiglianza tra i segni tale da ingenerare un rischio di confusione. Tuttavia, ci deve essere un nesso (concetto ripreso più volte dalla giurisprudenza europea e da quella nazionale) tra i due marchi nel senso che il marchio posteriore deve evocare quello anteriore nella mente del consumatore medio.

Per poter beneficiare della tutela ultra-merceologica, le suddette norme richiedono che il titolare del marchio debba essere in grado di fornire adeguata prova del fatto che l’appropriazione del segno, da parte di terzi, costituisca indebito vantaggio per questi o, in alternativa, che arrechi un pregiudizio al titolare stesso. Naturalmente il presunto contraffattore potrà provare il giusto motivo che, come tale, può costituire un’esimente idonea a vincere la protezione accordata.

Peraltro, il titolare del marchio non è costretto a provare una lesione effettiva, essendo sufficiente, per giurisprudenza consolidata, “un rischio futuro non ipotetico di indebito vantaggio o di pregiudizio”, benché serio e concreto.

Il pregiudizio potrebbe riguardare il carattere distintivo del marchio anteriore e si verifica, “quando risulta indebolita l’idoneità di tale marchio ad identificare come provenienti dal suo titolare i prodotti o i servizi per i quali è stato registrato e viene utilizzato, per il fatto che l’uso del marchio posteriore fa disperdere l’identità del marchio anteriore e dell’impresa corrispondente nella mente del pubblico.”

Parimenti, il pregiudizio potrebbe anche concernere la rinomanza e si verifica quando l’uso per i prodotti o i servizi offerti dal terzo possono essere percepiti dal pubblico in modo tale che il potere del marchio che gode di rinomanza ne risulti compromesso. Ciò avviene sia nel caso in cui si abbia un uso osceno o degradante del marchio anteriore, che nel caso in cui il contesto nel quale viene inserito il marchio posteriore risulti incompatibile con l’immagine che il marchio rinomato ha costruito nel tempo, magari attraverso costose campagne marketing.

L’indebito vantaggio ricorre, infine, quando il terzo, aggancia parassitariamente il proprio marchio alla notorietà o alla distintività del marchio rinomato, traendone benefici di varia natura.

Uno degli esempi più recenti di tutela ultra-merceologica ha visto coinvolte Barilla e un’azienda tessile per aver quest’ultima commercializzato cuscini che riproducevano le forme di alcuni dei biscotti più famosi, contrassegnandoli con i medesimi marchi dapprima e poi, a seguito di diffida, con i nomi degli stessi biscotti con l’aggiunta del suffisso “-oso” (“Abbraccioso”, “Pandistelloso”, ecc.). Stante la rinomanza acquisita dai marchi della nota azienda alimentare, i relativi marchi sono stati riconosciuti meritevoli della suddetta tutela estesa a servizi e prodotti non affini. Il Tribunale di Milano, infatti, con sentenza del 25 gennaio 2018, ha statuito, tra l’altro, che la condotta perpetrata dall’azienda tessile, attribuendo ai propri prodotti i pregi di quelli della Barilla, abbia configurato un’ipotesi di concorrenza sleale parassitaria per appropriazione di pregi, ai sensi dell’art. 2598 c.c. La notorietà̀ dei marchi denominativi e figurativi registrati dalla Barilla, in sostanza, ha consentito di tutelare anche prodotti non affini, stante l’indebito vantaggio derivante dalla rinomanza del segno altrui.

ROEDL & PARTNER

Caso Spagna vs. Lopez Ribalda e altri. Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: telecamere “nascoste” sul luogo di lavoro

di avv.it Rafael San Bruno, Irene Pudda e Vincenzo Merra

Con la sentenza del 17 ottobre 2019 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), confermando le decisioni assunte da parte dei Tribunali spagnoli, ha ritenuto non contraria alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo l’installazione da parte del datore di lavoro di telecamere nascoste, allo scopo di identificare gli autori di molteplici furti verificatisi in azienda.

Nel caso di specie il datore di lavoro, dopo aver notato una discrepanza tra stock e vendite all’interno di un supermercato, aveva installato telecamere nascoste, attraverso le quali è stato possibile accertare che diversi dipendenti, effettivamente, rubavano merce.

I Giudici spagnoli avevano ritenuto legittimi i (quattordici) licenziamenti intimati dal datore di lavoro e avevano rigettato i ricorsi dei dipendenti responsabili dell’illecito, i quali lamentavano la mancata informazione in merito all’installazione delle telecamere.

Pertanto, secondo i giudici della Corte europea, i colleghi spagnoli chiamati a decidere la legittimità dei licenziamenti hanno «attentamente bilanciato» i diritti dei dipendenti sospettati di furto e quelli del datore di lavoro, effettuando un esame approfondito delle ragioni della videosorveglianza e delle sue caratteristiche (la sua breve durata, 10 giorni; il numero limitato delle persone messe a conoscenza dei video; la scarsa estensione dell’area sorvegliata, limitata alla zona casse).

La mancata notifica preventiva della sorveglianza, benché prevista dalle norme interne iberiche, è stata ritenuta giustificata dal «ragionevole sospetto» di una grave colpa dei lavoratori e dall’entità della perdita economica subita dal supermercato a causa dei furti.

Per la CEDU, il livello di tutela privacy che un dipendente può legittimamente attendersi dipende anche dalla posizione: molto elevato in luoghi privati (servizi igienici o guardaroba), dove vi è un divieto assoluto di videosorveglianza; elevato in spazi di lavoro ristretti (uffici), dove può essere giustificato; inferiore, negli spazi di lavoro visibili o accessibili ai colleghi o al pubblico in generale.

La sentenza in esame offre interessanti spunti in relazione alla normativa italiana, in particolare, in materia di diritto del lavoro e dei connessi aspetti privacy.

Fino al 2015, l’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori (L.300/70) vietava l’uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dei lavoratori: gli impianti e le apparecchiature di controllo che erano richiesti da esigenze organizzative e produttive ovvero dalla sicurezza del lavoro, ma dai quali poteva derivare anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, potevano essere installati solo previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali, oppure, in mancanza di queste o in difetto di accordo, previa autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro. Per superare tale rigidità normativa, la giurisprudenza aveva introdotto il concetto dei cd. “controlli difensivi” tramite i quali –  ponendosi al di fuori della disciplina prevista dall’art. 4 citato – il datore di lavoro poteva mirare ad accertare comportamenti illeciti in azienda.

I “controlli difensivi” erano stati oggetto di fondate critiche, posto che attraverso il ricorso a tale categoria era nei fatti possibile aggirare le chiare disposizioni del citato art. 4.

Nel 2015 l’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori è stato rivisitato dal Jobs Act (D. Lgs. 151/2015). La riforma ha mantenuto sostanzialmente inalterato l’apparato autorizzativo già collaudato. Inoltre, il Jobs Act ha introdotto il 3 comma all’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori e così, in materia di privacy, in conformità al Regolamento 2016/679 (GDPR) e al D.lgs 196/2003 come modificato dal D.lgs 101/2018, ha stabilito l’obbligo per il datore di lavoro di informare i dipendenti circa  gli eventuali controlli posti in essere e le potenziali conseguenze sul piano disciplinare.

E’ stato confermato inoltre il superamento e l’erroneità logica del concetto di controllo difensivo, posto che il controllo – anche se motivato e reso necessario da esigenze di tutela del patrimonio o dei locali aziendali – deve in ogni caso essere sempre previamente autorizzato.

Conseguentemente, è evidente che dagli obblighi previsti dalla normativa italiana in materia di diritto del lavoro e della privacy discende l’impossibilità di effettuare controlli “difensivi”, ossia di installare telecamere nascoste.

Ferme le prescrizioni in ambito lavoristico, l’orientamento della CEDU è stato nei suoi presupposti condiviso dal Garante italiano della Privacy, che in un comunicato stampa del 17 ottobre 2019 sottolinea come la sentenza «da una parte, giustifica, nel caso di specie, le telecamere nascoste, dall’altra, conferma però il principio di proporzionalità (la CEDU ha infatti accertato una serie di presupposti, come i «fondati e ragionevoli sospetti» sui furti commessi dai lavoratori, il danno ingente subito dal datore di lavoro) come requisito essenziale di legittimazione dei controlli in ambito lavorativo».

La videosorveglianza «occulta», commenta peraltro il Garante, «è dunque, ammessa solo in quanto extrema ratio», «con modalità spazio-temporali tali da limitare al massimo l’incidenza del controllo sul lavoratore», e non può in nessun caso «diventare una prassi ordinaria».

Il «requisito essenziale» perché i controlli sul lavoro siano legittimi, conclude il Garante, «resta dunque, per la Corte, la loro rigorosa proporzionalità e non eccedenza», che si confermano ancora una volta i capisaldi della protezione dei dati personali.

Alla luce dei chiarimenti forniti, che attengono coerentemente al profilo privacy, e alla luce del fatto che la normativa spagnola non contiene una norma di divieto tale da poter essere assimilata all’art. 4 dello Statuto, si ritiene che la pronunzia della CEDU non sia in grado di intaccare minimamente il percorso interpretativo di una norma italiana che è chiarissima oltre che cogente.

Il consiglio è pertanto, chiaramente, quello di provvedere sempre all’accordo sindacale o alla richiesta di autorizzazione amministrativa.