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NICOLINI COMMERCIALISTI ASSOCIATI

WEB TAX 2019 IN ITALIA

Tra le novità della Legge di Bilancio 2019 ( L.145/2018)  c’è l’imposta sui servizi digitali; essa va a sostituire la “vecchia” web tax introdotta dalla L. 205/2017, peraltro mai entrata in vigore. L’imposta sui servizi digitali (nuova Web Tax) è applicata quindi nella misura del 3% sull’ammontare dei ricavi tassabili delle grandi imprese del web.   L’imposta entrerà in vigore a partire dal 60° giorno successivo alla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del DM attuativo della disciplina (art. 1 co. 47 della L. 145/2018). 

Soggetti passivi

L’imposta sui servizi digitali si applica nei confronti delle imprese che, da sole o a livello di gruppo, realizzano nel corso di un anno solare, congiuntamente:

  • un ammontare complessivo di ricavi, ovunque realizzati, almeno pari a 750 milioni di euro;
  • un ammontare di ricavi derivanti da servizi digitali realizzati in Italia almeno pari a 5,5 milioni di euro. 

Tali requisiti sono stati  mutuati nella sostanza dalla proposta di Direttiva COM(2018)148final sulla Digital Service Tax comunitaria, la quale si applicherebbe alle imprese con ricavi a livello mondiale superiori a 750 milioni di euro e ricavi prodotti nell’Unione europea superiori a 50 milioni di euro. 

Soggetti non residenti senza stabile organizzazione

Disciplina particolare riguarda le società non residenti volta a combattere i fenomeni di elusione fiscale: infatti secondo l’art. 1 co. 43 della L. 145/2018 – Legge di Bilancio 2019-, i soggetti non residenti senza una stabile organizzazione in Italia e senza una partita IVA italiana che nel corso di un anno solare integrano i requisiti dimensionali di cui sopra, devono richiedere all’Agenzia delle Entrate un numero identificativo ai soli fini dell’imposta sui servizi digitali.

I soggetti residenti in Italia che fanno parte dello stesso gruppo di tali soggetti non residenti sono solidalmente responsabili con questi ultimi per gli obblighi legati all’imposta sui servizi digitali.

Territorialità dell’imposta

La territorialità dell’imposta sui servizi digitali è quindi legata alla “localizzazione” in Italia degli utenti finali dei servizi assoggettati all’imposta. Pertanto:

  • la web tax è dovuta se i fruitori dei servizi digitali (“privati”, imprese o di qualunque natura) si considerano localizzati in Italia;
  • l’imposta non è, invece, dovuta se gli utenti si considerano localizzati all’estero.

L’imposta è dovuta indipendentemente dalla residenza del fornitore dei servizi, che può essere italiana o estera. Da ciò ne deriva quindi che la territorialità dell’imposta è, quindi, stabilita in funzione della localizzazione dell’utente e non di quella del fornitore dei servizi web. Ove l’utente finale non si consideri localizzato in Italia secondo i parametri normativi, l’imposta non è dovuta. La norma inoltre esclude dall’imposta i ricavi derivanti da servizi digitali resi nei confronti delle società appartenenti ad uno stesso gruppo.

 Aliquota e base imponibile

L’imposta è dovuta nella misura del 3% dei ricavi tassabili realizzati dal soggetto passivo in ciascun trimestre solare (art. 1 co. 41 della L. 145/2018). 
I ricavi tassabili sono assunti al lordo dei costi e al netto dell’IVA e di altre imposte indirette (art. 1 co. 39 della L. 145/2018). 

Dichiarazione e versamenti

Il periodo d’imposta della tassazione sui servizi digitali è l’anno solare (art. 1 co. 40 della L. 145/2018). I soggetti passivi sono tenuti alla presentazione di un’apposita dichiarazione annuale dei servizi tassabili entro quattro mesi dalla chiusura del periodo d’imposta (ovvero, entro il 30 aprile di ciascun anno, con riferimento all’anno precedente). 
L’imposta è versata dai soggetti passivi entro il mese successivo a ciascun trimestre solare (art. 1 co. 42 della L. 145/2018). 

Le modalità applicative del nuovo tributo saranno comunque stabilite da un apposito DM attuativo, da emanare entro il 30.4.2019. 

Lo Studio rimane a disposizione per gli approfondimenti sull’argomento.

Studio Nicolini Commercialisti Associati

GIORGIA GALLO

Schema riassuntivo sulle differenze tra una società anonima (S.a) e una società limitata (S.L.)

di Giorgia Gallo

Da un punto di vista giuridico le differenze tra una S.A. ed una S.L. non sono particolarmente rilevanti. In effetti, fondamentalmente le due particolarità più importanti da tenere in conto sono la costituzione del capitale sociale minimo (S.A. 60.000,00 Euro), (S.L. 3.000,00 Euro) e il trasferimento di azioni, poichè in una S.L. è praticamente libera mentre per una S.A. è leggermente più limitata e protetta.

Pertanto la distinzione occorre farla non tanto a livello giuridico quanto più a livello pratico.

In effetti per decidere la convenienza o meno di costituire una S.A. o una S.L. occorre tenere conto dei seguenti punti:

  • Attività da svolgere.
  • Numero di soci.
  • Capitale sociale iniziale.
  • Maggiore o minore rigidità formale nel funzionamento della società (vale a dire, se si preferisce una maggiore flessibilità e meno controlli sui soci ed amministratori o meno).

Attività da svolgere

Una S.L. può svolgere qualunque attività; nonostante ciò esistono attività che sono riservate per Legge alle S.A., ad esempio, Società Bancarie, Farmaceutiche, Leasing, Assicurazioni ed altre, cosí come devono altresì obbligatoriamente rivestire la forma giuridica di una S.A., le Società quotate in borsa.

Numero soci

La S.A. è una società eminentemente capitalista, vale a dire, che è più importante il capitale sociale che versa ogni socio rispetto alle caratteristiche personali degli stessi e per tale motivo è una società adatta per svolgere una attività dove si preveda la partecipazione di un gran numero di soci, cosí come un maggiore movimento di fondi della società. Nella S.L., pur essendo una Società capitalista, si concede anche importanza alle caratteristiche personali del socio; pertanto è più adatta per attività dove si preveda un numero ridotto di soci; ciò significa che nella S.L. si tiene in particolare conto l`identità e la personalità dei soci, assente invece nella S.A.

Capitale Sociale

Come abbiamo già detto la normativa spagnola stabilisce un capitale sociale minimo sia per la S.A. che per la S.L.. Il capitale sociale della S.L. (3.000,00 Euro) deve essere interamente versato al momento della costituzione e non esistendo alcun limite massimo. Mentre il capitale minimo della S.A. (60.000,00 Euro), può essere versato inizialmente in un 25% ed il resto entro il termine stabilito dallo statuto sociale. Pertato una S.A. può essere costituita con un capitale iniziale di 15.000,00.- Euro.

Procedure societarie

  • Le cariche degli Amministratori di una S.A. devono essere obbligatoriamente rinnovate ogni sei anni, mentre in una S.L. gli amministratori hanno la possibilità di essere eletti per durata indeterminato.
  • Le convocazioni di Assemblea di una S.A., devono obbligatoriamente essere pubblicate su due giornali diversi, mentre in una S.L. la pubblicazione non è obbligatoria a meno che non venga esplicitamente stabilito nello statuto dai soci.
  • In generale le procedure societarie sono più semplici e meno formali per una S.L. che per una S.A. essendo pertanto soggette a meno controlli (per esempio per una S.L. non risulta obbligatorio l’intervento di terzi specialisti (revisori ufficiali, esperti tecnici, ecc.) nelle fusioni, scissioni, ed altri, eccetto casi eccezionali) con la relativa e non indifferente, riduzione dei costi.

Conclusioni

È più conveniente costituire una S.L. quando:

  • Si prevede un capitale sociale inferiore a 60.000,00 Euro.
  • Il numero dei soci è più ridotto e più personale.
  • Si vuole ridurre i costi e le formalità di funzionamento della società.

È più conveniente costituire una S.A. quando:

  • Si pretende ottenere i capitali da un gran numero di persone estranee tra di loro.
  • Si preveda un importante movimento di fondi economico-finanziari nell’attività sociale.
  • I soci pretendano ottenere un rigore e controllo più formalista nella realizzazione degli atti societari.

 

ABBATESCIANNI

Le criptovalute nell’aumento di capitale delle srl. Due pronunce che creano incertezza

di Francesco Lirangi

L’utilizzo delle criptovalute (valuta virtuale) quale mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi è, come noto, un fenomeno in continua espansione. Basti pensare che secondo una stima del Parlamento Europeo a oggi esistono almeno 1.500 tipologie diverse di criptovalute.

Nel nostro ordinamento tale fenomeno riceve una prima regolamentazione attraverso il D. Lgs. 25 maggio 2017, n. 90, il quale definisce la criptovaluta come: “la rappresentazione digitale di valore, non emessa da una banca centrale o da un’autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente”. Il medesimo decreto esclude poi che le valute virtuali siano assimilabili al denaro contante, la cui nozione ricomprende esclusivamente “le banconote e le monete metalliche, in euro o in valute estere, aventi corso legale”, mentre sono da includersi nella definizione di mezzi di pagamento nella cui nozione, in via residuale, rientra “ogni altro strumento a disposizione che permetta di trasferire, movimentare o acquisire, anche per via telematica, fondi, valori o disponibilità finanziarie”.

Sulla base della normativa richiamata, pertanto, sembrerebbe che le criptovalute rivestano natura giuridica di “beni”, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 810 c.c.

Orbene, individuate quelle che sono le principali caratteristiche delle valute virtuali, è ora necessario, ai fini del presente lavoro, capire se queste siano o meno compatibili con i principi sistematici dettati dal nostro ordinamento a tutela della effettività, integrità e intangibilità del capitale sociale nelle società a responsabilità limitata.

Le prime e finora uniche decisioni che si sono occupate del tema sono il decreto n. 7556/2018 del 18 luglio 2018 e il decreto n. 26/2018 del 30 ottobre 2018, rispettivamente del Tribunale e dalla Corte di Appello di Brescia.

Nel caso di Brescia, una moneta virtuale era stata utilizzata quale conferimento per l’aumento di capitale di una società a responsabilità limitata.

Alla richiesta di iscrizione nel registro delle imprese della delibera che decretava l’aumento, tuttavia, era seguito il diniego da parte del notaio, le cui censure investivano proprio la parte di delibera riguardante il conferimento della moneta virtuale, in riferimento alla quale evidenziava che le criptovalute, stante la loro volatilità, “non consentono una valutazione concreta del quantum destinato alla deliberazione dell’aumento di capitale sottoscritto” né di valutare “l’effettività del conferimento”.

Avverso tale diniego ricorreva in giudizio l’amministratore unico della società.

Il Tribunale, concordando sulla natura giuridica di bene delle criptovalute, prendeva in considerazione tre requisiti fondamentali che ciascun bene deve rispettare per poter essere oggetto di conferimento:

  • l’idoneità del bene a essere oggetto di valutazione in un dato momento storico;
  • l’esistenza di un mercato del bene in questione, presupposto di qualsivoglia attività valutativa, che impatta poi sul grado di liquidità del bene stesso e, quindi, sulla velocità di conversione in denaro contante;
  • l’idoneità del bene a essere bersaglio dell’aggressione da parte dei creditori sociali, ossia l’idoneità a essere oggetto di forme di esecuzione.

Non ritenendo tuttavia che la specifica moneta utilizzata possedesse i requisiti elencati, rigettava il ricorso.

Le argomentazioni utilizzate dal Collegio al fine di decidere la causa rivestono fondamentale importanza, perché il Tribunale seppur nel caso specifico afferma l’inidoneità della moneta in esame a costituire oggetto di conferimento nel capitale sociale, in generale sembra ammettere l’utilizzo a tal fine delle criptovalute, qualora la natura e le caratteristiche in concreto delle stesse siano in grado di integrare i presupposti di cui all’art. 2464, secondo comma, c.c.

 La Corte d’appello, investita della questione, mischia le carte in tavola e pur confermando il rigetto del ricorso, utilizza motivazioni contrapposte a quelle dei giudici di primo grado.

La Corte, facendo riferimento alla “funzione di pagamento” della moneta virtuale, attribuisce alle criptovalute natura giuridica di “moneta” e non di “bene”. Essa serve “per fare acquisti proprio come l’Euro, sia pure non universalmente ma in un mercato limitato, ed in tale ambito opera quale marcatore (cioè quale contropartita), in termini di valori di scambio, dei beni, servizi o altre utilità ivi oggetto di contrattazione”.

Trattandosi di moneta e non di bene, viene esclusa la possibilità di determinarne il valore attraverso il meccanismo previsto dal combinato disposto degli artt. 2464 e 2465 c.c.

Inoltre, non esistendo allo stato attuale un sistema di scambio idoneo a determinare l’effettivo valore delle criptovaluta ad una certa data, non è possibile attribuire alle stesse un controvalore in euro effettivo e certo.

Sulla base di tali motivazioni, la Corte conferma il rigetto del ricorso, escludendo a priori l’utilizzo delle criptovalute quale oggetto di conferimento nel capitale sociale.

Le due pronunce riportate rischiano di creare molta incertezza circa l’utilizzo ai fini societari di uno strumento il cui uso nel mercato odierno è ormai generalizzato. Si auspica pertanto che la successiva giurisprudenza possa dettare un indirizzo stabile a favore del mercato.

 

BAKER MCKENZIE

“Caso Foodora”: la sentenza della Corte di Appello di Torino

di avv. Sergio Antonelli, avv. Uberto Percivalle e dott.ssa Angela Hadil Mawed 

Con la sentenza n. 26/2019, la Corte di Appello di Torino si è finalmente pronunciata sul “caso Foodora”, che vede quali parti del procedimento cinque fattorini su ciclomotori (c.d. riders) e una delle più grandi aziende di food delivery.

I giudici di secondo grado hanno riformato parzialmente la sentenza di primo grado, che, ricordiamo, aveva respinto le pretese avanzate dai fattorini di riconoscimento dello status di lavoratori subordinati e di conseguente reintegra e riconoscimento del trattamento economico e normativo applicabile ai dipendenti del settore trasporto-logistica. 

La Corte ha infatti riconosciuto il diritto dei riders di ottenere la retribuzione prevista dal CCNL del settore della logistica, applicato ai dipendenti di Foodora.

La decisione si basa sull’art. 2 del decreto legislativo n. 81/2015 che equipara i rapporti di collaborazione che si concretizzano “in prestazioni esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi ed al luogo di lavoro” ai rapporti di lavoro subordinato.

Secondo la Corte, infatti, dall’applicazione di questa disposizione deriverebbe “il diritto degli appellanti a vedersi corrispondere quanto maturato in relazione alla attività lavorativa da loro effettivamente prestata in favore dell’appellata (Foodora) sulla base della retribuzione diretta, indiretta e differita stabilita per i dipendenti del V livello CCNL logistica trasporto merci, dedotto quanto percepito”.

La riforma della sentenza di primo grado è stata, però, solo parziale in quanto la Corte d’ Appello non ha riqualificato il rapporto di lavoro, confermando la pronuncia di primo grado circa la natura autonoma del lavoro prestato dai riders.

Si attendono ora le motivazioni della sentenza che chiariranno meglio l’iter decisionale della Corte.

Sarà nostra cura tenervi aggiornati, perché pronunce di questo genere potrebbero ripetersi in tante altre situazioni lavorative similari.

COCUZZA E ASSOCIATI

Saldi e Outlet Online 

di Stefania Sansò

L’e-commerce – specie nel settore della moda – è ormai esperienza quotidiana e diffusissima.

Sempre più di frequente accade anche che l’offerta online “raddoppi” e che l’operatore commerciale decida di rendere virtuale anche l’outlet, in cui vendere a prezzi ribassati le collezioni delle stagioni precedenti, collezioni create ad hoc, prodotti leggermente difettati oppure articoli di campionario.

Ma quali norme o regolamenti si applicano all’outlet online? Esiste una disciplina sui saldi in questo particolare ambito? La parola saldi è sempre liberamente utilizzabile per identificare i prezzi ribassati praticati nell’outlet virtuale?

Il nostro ordinamento non si è ancora dotato di una normativa organica e specifica relativa al commercio online.

In attesa che ciò accada, si ritiene applicabile la generale normativa sul commercio (L. 114/1998 Legge Bersani) e ciò in virtù di alcuni riferimenti normativi tra i quali si citano

 

  • Il Codice del Consumo (decreto legislativo n. 70/2003) che all’articolo 8 stabilisce:

Art. 8 (Obblighi di informazione per la comunicazione commerciale)

  1. In aggiunta agli obblighi informativi previsti per specifici beni e servizi, le comunicazioni commerciali che costituiscono un servizio della società dell’informazione o ne sono parte integrante, devono contenere, sin dal primo invio, in modo chiaro ed inequivocabile, una specifica informativa, diretta ad evidenziare: […] c. che si tratta di un’offerta promozionale come sconti, premi, o omaggi e le relative condizioni di accesso;

La norma richiama dunque per le comunicazioni commerciali che costituiscono un servizio della società dell’informazione gli stessi obblighi previsti dalla Legge Bersani per il commercio “fisico”, in particolare, compie un esplicito riferimento alla disciplina prevista per le vendite promozionali e i saldi.

  • La Circolare Ministeriale n. 3487/C del 1° giugno 2000 (emanata dall’allora Ministero dell’Industria Commercio e Artigianato il 1° giugno 2000), secondo cui la Legge Bersani si applica alle vendite on line in base:

 

  • all’articolo 4 comma 1 lettera h) della Legge Bersani stessa, che fa riferimento – tra l’altro – alle attività di vendita al dettaglio svolte per mezzo di altre forme di comunicazione direttamente indirizzate ai consumatori.
  • all’articolo 18 della Legge Bersani, che recita: “La vendita al dettaglio per corrispondenza o tramite televisione o altri sistemi di comunicazione è soggetta a previa comunicazione al comune nel quale l’esercente ha la residenza, se persona fisica, o la sede legale. L’attività può essere iniziata decorsi trenta giorni dal ricevimento della comunicazione”.

 

Con particolare riferimento alle vendite straordinarie, una Risoluzione della Direzione Generale per il Mercato la Concorrenza ed i Consumatori del MISE – Risoluzione n. 3517 del 10 gennaio 2013ha chiarito che la disciplina della Legge Bersani sulle vendite straordinarie prevista per i negozi fisici si estende anche a quelli online.

 

Questa estensione comporta che anche per l’e-commerce:

  1. La regolamentazione delle vendite di fine stagione (saldi) online è demandata alle normative regionali applicabili;
  2. Le vendite promozionali – liberalizzate dalla legge n. 248/2006 di conversione del decreto legge 223/2006 – possono essere effettuate online senza limiti o restrizioni, fermo restando il solo divieto di effettuarle nei periodi antecedenti i saldi.
  • §§

Da quanto precede scaturiscono un postulato ed alcune domande:

  1. Esiste anche per il commercio elettronico il divieto di praticare sconti e vendite promozionali in modo libero e discrezionale durante tutto l’anno.

Anche se non sembrerebbero esservi sanzioni ad hoc, anche se dalle norme non emerge chiaramente neppure l’autorità locale o nazionale che abbia il potere ed il dovere di accertare violazioni ed elevare sanzioni amministrative, non possiamo non dedurre che i saldi online devono sottostare agli stessi obblighi, divieti e limiti applicabili ai saldi praticati nei negozi fisici;

  1. come si concilia il rinvio a norme locali regionali con il commercio elettronico, che per sua stessa natura supera i confini territoriali? Quale deve essere la normativa regionale a cui devono attenersi gli outlet virtuali? Potrebbe essere forse la normativa della regione in cui ha sede legale la società titolare della “licenza alla vendita”? Oppure potrebbe essere quella della regione in cui ha sede il provider che materialmente consente il commercio online?

 

La disciplina di settore non sembra fornire chiarimenti.

Ritroviamo un riferimento nell’articolo 68 del Decreto Legislativo n. 59 del 26 marzo 2010 (Attuazione della direttiva 2006/123/CE relativa ai servizi nel mercato interno)[1]: chi intraprende un’attività di commercio online deve interloquire con un ente territoriale, ovvero il comune nel quale l’esercente intenda avviare l’attività.  Presso il SUAP di tale comune, l’esercente dovrà depositare la SCIA per la dichiarazione di inizio dell’attività online.

Seppure non risulti agevole coniugare la locuzione “il comune nel quale l’esercente intenda avviare l’attività” con un’attività commerciale non più legata ad un luogo fisico, si può sostenere ragionevolmente che il sito di e-commerce dovrà rispettare la normativa sul commercio della regione in cui il comune individuato ai sensi del sopra citato articolo 68 si trova.

In assenza di norme specifiche – data la mancanza di un riferimento territoriale univoco – tutte le normative regionali sarebbero potenzialmente applicabili agli outlet online. Di conseguenza, si dovrebbe non praticare e non pubblicizzare nell’outlet online sconti e vendite promozionali sui prezzi già ribassati (prezzo outlet) nei periodi in cui anche solo una legge regionale non li consente.

Per fortuna il MiSE ha scongiurato il rischio di dover ricorrere a questa interpretazione di estrema cautela, ma oltremodo penalizzante per gli operatori commerciali.

In un recente parere, la Direzione per la Concorrenza ed il Mercato si è espressa nel senso di ritenere che, in base al principio di ragionevolezza, l’impresa che intende effettuare le vendite di fine stagione online debba rispettare quanto stabilito dalla disciplina normativa regionale nel cui ambito territoriale ha stabilito la propria sede. Lo stesso principio territoriale, continua il MiSE, vale anche per le vendite promozionali.

 

In conclusione.

Abbiamo verificato che le restrizioni temporali imposte dalle norme sul commercio a vendite di fine stagione e vendite promozionali si applicano anche al commercio online. In particolare l’operatore è tenuto a rispettare le norme di riferimento vigenti nella regione in cui egli ha stabilito la propria sede legale.

Aggiungiamo che – nel rispetto del principio della corretta completa e veritiera informazione al consumatore, sempre dovuta in base al Codice del Consumo – sarà inoltre opportuno evitare che sul sito dell’outlet online appaiano parole come saldi o fine stagione o altre tipiche espressioni promozionali, nei periodi in cui i saldi e promozioni non sono consentiti ai sensi di quanto precede.

[1]La vendita al dettaglio per corrispondenza, o tramite televisione o altri sistemi di comunicazione, di cui all’articolo 18 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114, è soggetta a segnalazione certificata di inizio di attività da presentare allo sportello unico per le attività produttive del comune nel quale l’esercente, persona fisica o giuridica, intende avviare l’attività, ai sensi dell’articolo 19 della legge 7 agosto 1990, n. 241”.

BAKER MCKENZIE

QUOTA 100: ecco la nuova misura pensionistica introdotta dalla Legge di Bilancio 2019

Fra le numerose novità previste dalla legge per il bilancio 2019, entrata in vigore il 1° Gennaio 2019, il Governo introduce, in ambito previdenziale, la c.d. “Quota 100”.

“Quota 100” è una revisione parziale della Legge Fornero, introdotta nel 2011.

A seguito della pubblicazione da parte del Ministero del Lavoro della bozza del decreto-legge attuativo, sono noti i dettagli (che a seguito dell’adozione del testo definitivo potrebbero essere modificati) di tale misura pensionistica. Coloro, infatti, che sono iscritti all’assicurazione generale obbligatoria e alle forme esclusive e sostitutive della medesima, gestite dall’INPS, nonché alla gestione separata potranno accedere al pensionamento anticipato con un’anzianità lavorativa che, sommata all’età anagrafica, ammonti a 100.

A tal riguardo, i criteri di accesso alla pensione prevedono una soglia minima di età di 62 anni (successivamente adeguata agli incrementi alla speranza di vita), a fronte di 38 anni di contribuzione. Coloro che incontreranno tali requisiti potranno andare in pensione fino a cinque anni prima rispetto ai requisiti di anticipo (42 anni e 10 mesi anche nel 2019) o di vecchiaia (67 anni).

“Quota 100” è una misura sperimentale ed è prevista solo per il triennio 2019-2021, al termine del quale si ipotizza, inoltre, l’introduzione della c.d. “Quota 41”, che prevede il pensionamento anticipato con 41 anni di contributi indipendentemente dall’età anagrafica.

Questa misura si applica ai privati, che hanno maturato i requisiti entro il 1° Gennaio 2019, a decorrere dal 1° Aprile 2019, con finestre di uscita trimestrale, e ai dipendenti pubblici, che hanno maturato i requisiti entro il 31 Marzo 2019, a decorrere dal 1° Luglio 2019, con finestre di uscita semestrale. Infatti, una volta che i dipendenti del settore privato e gli autonomi hanno presentato la domanda all’Inps e hanno ottenuto la certificazione dei requisiti, sarà necessario aspettare tre mesi per la prima finestra mobile di uscita. Per dipendenti pubblici, invece, è previsto un preavviso di pensionamento di tre mesi all’amministrazione di appartenenza e, una volta ottenuto il via libera dall’Inps, i richiedenti dovranno aspettare ulteriori tre mesi per incassare il primo assegno.

Secondo i dati Inps, i fondi previsti dal Governo per “Quota 100” sono pari circa a 4 (in precedenza, 6,7) miliardi per il 2019 e il numero di lavoratori che decideranno di godere di questa misura ammonterebbe a circa 250 mila.

Bisogna però tenere conto del disincentivo all’anticipo pensionistico che tale misura prevede: il divieto di cumulo dei trattamenti previdenziali con forme di reddito da lavoro dipendente o autonomo, ad eccezione di quelli derivanti da lavoro autonomo  occasionale, nel limite di complessivi 5.000 euro lordi annui.

In relazione a “Quota 100”, alcune critiche sono già state sollevate. Sopra tutto, è stato sottolineato da molti come possa essere un disincentivo al prepensionamento il fatto fisiologico che a pensione anticipata corrisponda necessariamente una pensione con importo ridotto. In effetti, lo stesso Ufficio parlamentare di bilancio durante l’audizione davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato ha affermato che chi andrà in pensione con la “Quota 100” vedrà la propria pensione lorda decurtata tra il 5 e il 30 per cento, a seconda degli anni di anticipo rispetto a quanto previsto dalla Legge Fornero.

Certamente però si dovrà attendere l’applicazione concreta per poter comprendere se effettivamente questa manovra avrà o meno successo.

 

STUDIO LEGALE MENICHETTI

Nullità del licenziamento a causa di matrimonio solo per le lavoratrici

di dott.ssa Camilla Perusi

 

 

Con sentenza n. 28926 dello scorso 12 novembre, la Corte di Cassazione, dirimendo un contrasto giurisprudenziale sorto tra i giudici di merito, ha stabilito che la nullità del licenziamento a causa di matrimonio, prevista dall’art. 35 del D. Lgs. 198/2006 (c.d. codice delle pari opportunità tra uomo e donna), è limitata alla sola lavoratrice, e quindi non estendibile anche al lavoratore uomo, posto che tale norma non costituisce un’ingiustificata disparità di trattamento, dal momento che essa risponde “ad una diversità di trattamento giustificata da ragioni, non già di genere del soggetto che presti un’attività lavorativa, ma di tutela della maternità, costituzionalmente garantita alla donna, pure titolare come lavoratrice degli stessi diritti dell’uomo, in funzione dell’adempimento della ‘sua essenziale funzione familiare’ anche nell’assicurazione ‘alla madre e al bambino’ di ‘una speciale adeguata protezione’ (art. 37 Cost, comma 1)”.

Il caso sottoposto al vaglio della Suprema Corte riguardava l’impugnazione, da parte d’un lavoratore, del licenziamento intimatogli a meno d’un anno dalla richiesta delle pubblicazioni di matrimonio, da lui ritenuto nullo per discriminazione in ragione del sesso, con applicazione estensiva dell’art. 35 cit., che prevede, inter alia, che:

1. Le clausole di qualsiasi genere, contenute nei contratti individuali e collettivi, o in regolamenti, che prevedano comunque la risoluzione del rapporto di lavoro delle lavoratrici in conseguenza del matrimonio sono nulle e si hanno per non apposte.
2. Del pari nulli sono i licenziamenti attuati a causa di matrimonio
3. Salvo quanto previsto dal comma 5, si presume che il licenziamento della dipendente nel periodo intercorrente dal giorno della richiesta delle pubblicazioni di matrimonio, in quanto segua la celebrazione, a un anno dopo la celebrazione stessa, sia stato disposto per causa di matrimonio.

Negli ultimi anni, l’assunto del ricorrente in Cassazione aveva trovato l’adesione di una parte della giurisprudenza di merito (tra cui, Trib. Milano 3/6/2014 e Trib. Roma 16/1/2017), che, in forza di un’interpretazione della norma nazionale conforme alla normativa comunitaria sulla parità di trattamento tra uomo e donna, e superando il dato letterale dell’art. 35, aveva ritenuto nullo il licenziamento per causa di matrimonio intimato al lavoratore.

La recente sentenza della Suprema Corte, nel rigettare il ricorso del lavoratore, ha sottolineato non solo che “la norma, non a caso inserita proprio nel codice delle pari opportunità, deve essere letta, per una sua corretta comprensione, quale approdo della tutela costituzionale, assicurata ai diritti della donna lavoratrice”, ma anche che “la legge è stata emanata in seguito alla prassi diffusa dei licenziamenti delle lavoratrici in occasione del loro matrimonio”.

COCUZZA & ASSOCIATI

 Il D.Lgs 231/2001 e le nuove misure interdittive amministrative

di Roberto Tirone

Il DLGS 231/2001 prevede la possibilità per il giudice penale di irrogare alle società sanzioni pecuniarie e/o interdittive (sino al commissariamento e chiusura della società) qualora uno o più dipendenti della società abbiano commesso reati tra quelli compresi nel DLGS 231/2001 nell’interesse o vantaggio della società stessa.

Al fine di proteggersi da tale responsabilità, le società possono adottare un Modello Organizzativo e di Gestione (“MOG”), nominando nel contempo un Organismo di Vigilanza (“ODV”) che verifichi l’efficacia ed efficienza del MOG e ne suggerisca gli aggiornamenti necessari.

Non tutte le società hanno adottato un MOG e nominato un ODV, ritenendo di essere sostanzialmente in compliance con la normativa vigente e valutando basso il rischio di commissione di reati rilevanti ai sensi del DGLS 231/2001.

Nell’aprile 2016 è entrata in vigore una nuova normativa: il DLGS 50/2016.

Tale nuova normativa, relativa agli appalti pubblici, dispone sostanzialmente una inibitoria a contrarre con la pubblica amministrazione a carico delle società che abbiano subito una condanna ai sensi del DLGS 231/2001, negando loro la possibilità di partecipare ad appalti pubblici

Infatti, ai sensi dell’art. 80 del DLGS 50/2016, costituisce motivo di esclusione di una società dalla partecipazione a una procedura d’appalto pubblico o concessione, la condanna con sentenza definitiva o decreto penale di condanna divenuto irrevocabile o sentenza di applicazione della pena su richiesta ai sensi dell’articolo 444 del codice di procedura penale, anche riferita a un suo subappaltatore, per (tra gli altri) uno dei reati elencati nel DLGS 231/2001 (ivi inclusa la violazione delle misure di sicurezza sui luoghi di lavoro).

La medesima inibitoria di applica anche nel caso di condanna di uno o più membri del consiglio di amministrazione, institori e procuratori generali, membri degli organi con poteri di direzione o di vigilanza o dei soggetti muniti di poteri di rappresentanza, di direzione o di controllo e del direttore tecnico.

Alla luce della nuova normativa appare, quindi, ancor più opportuno – soprattutto per le società che operano con la pubblica amministrazione e partecipano a pubblici appalti – adottare un MOG e costituire un ODV, in modo da prevenire, o comunque limitare, il rischio di commissione di reati rilevanti ai sensi del DLGS 231/2001 e, quindi, condanne per i reati rilevanti ai sensi di tale normativa.

COCUZZA & ASSOCIATI

Reso dei prodotti nell’ambito delle reti in franchising

profili contrattuali

a cura di Giulia Comparini e Alessandro Cappai

È sempre opportuno che il franchisor disciplini contrattualmente in maniera precisa e dettagliata i termini e le condizioni relativi al reso dei prodotti nell’ambito della propria rete di franchising.

È infatti ormai sempre più frequente l’esigenza per i franchisor di permettere ai propri clienti di restituire la merce da loro acquistata, sia in caso di difetto che in caso di “ripensamento”, in qualsiasi negozio collegato al proprio brand, e quindi anche negli store in franchising.

Preliminarmente, è necessario distinguere tra i due tipi di reso citati.

Reso di prodotti difettosi o non conformi: in questa ipotesi è lo stesso Codice del Consumo a stabilire i termini per far valere la garanzia legale di conformità da parte del cliente il quale avrà soltanto l’obbligo di presentare lo scontrino o altro documento equipollente attestante l’avvenuto acquisto della merce, chiedendo la riparazione o la sostituzione bene ovvero la riduzione del prezzo e, nei casi più gravi, la risoluzione del contratto. Ove poi il venditore abbia concesso una garanzia ulteriore, la cd. garanzia convenzionale, al proprio cliente i termini previsti dalla garanzia convenzionale (più favorevole per il cliente) prevarranno su quella legale.

Reso di prodotti quale conseguenza dell’esercizio da parte del consumatore del cosiddetto diritto di recesso per “ripensamento”: in questo caso sempre il Codice del Consumo concede al cliente che acquisti fuori dai locali commerciali (ad esempio on-line) e non in un negozio fisico la possibilità di cambiare idea esercitando appunto il diritto di recesso, senza fornire particolari giustificazioni, entro quattordici giorni dalla data in cui la merce gli è stata consegnata. Se la merce è stata consegnata al domicilio del cliente il ritiro della medesima avviene solitamente ad opera e a spese del medesimo; negli altri casi, il cliente può restituire la merce anche ad un terzo indicato dal venditore nei 14 giorni successivi dalla data di esercizio del diritto di recesso. Entro il medesimo termine, condizionatamente alla restituzione della merce, il cliente ha diritto di essere rimborsato di tutti i pagamenti effettuati al venditore, eventualmente comprensivi delle spese di consegna.

Reso di prodotti per effetto della clausola “soddisfatti o rimborsati”: questa tipologia di reso prescinde dalla difettosità del bene ed è frutto di una libera politica commerciale del venditore, il quale resta libero di stabilirne termini e condizioni che devono essere pubblicizzate chiaramente al consumatore.

Esposte brevemente le tipologie del reso merce in generale, andiamo ora ad affrontare una problematica che sta prendendo piede nell’ambito delle reti in franchising e che riguarda la possibilità per il cliente di restituire la merce, acquistata on-line o tramite un canale di vendita diretto, presso un negozio in franchising.

La peculiarità di questa soluzione deriva dalla circostanza che  il franchisee  è un soggetto terzo, ed autonomo rispetto al rapporto contrattuale di compravendita intercorso tra il franchisor ed il proprio cliente (sia che tale rapporto si sia perfezionato on-line che per il tramite di un canale di vendita diretto) ed è proprio per questo che è importante per il franchisor inserire nel contratto con il franchisee clausole contrattuali adeguate a disciplinare i termini e le condizioni del reso merce presso il negozio di quest’ultimo.

Cerchiamo quindi di esporre qui di seguito i profili essenziali di tali clausole.

In primo luogo, è opportuno prevedere nel contratto l’obbligo e l’impegno del franchisee di accettare resi di prodotti acquistati dal cliente in altri negozi della rete, siano essi diretti o in franchising o provenienti da acquisti on-line, nonché di custodirli e disporne con diligenza secondo quanto contrattualmente previsto.

In secondo luogo, è indispensabile che lo stesso franchisee si assuma l’onere di verificare di volta in volta, diligentemente, che esistano in concreto le condizioni affinché il cliente possa procedere al reso delle merci acquistate e ciò, sia attraverso l’esame dello scontrino fiscale o di altro documento equipollente relativo all’acquisto, sia esaminando le condizioni concrete del bene restituito: buono stato, presenza dei difetti denunciati, etc..

Una volta chiarito ciò, risulta imprescindibile disciplinare le conseguenze del reso merce, ossia capire che cosa accada esattamente ai prodotti restituiti.

Le soluzioni ipotizzabili, nonché l’ampiezza degli obblighi a carico del franchisee, possono essere diversi a seconda della tipologia di reso. Ed infatti nell’ipotesi di reso di prodotti difettosi le soluzioni ipotizzabili sono, alternativamente: la riparazione del prodotto difettoso, la sostituzione, la riduzione del prezzo del prodotto o, nei casi più gravi, la restituzione al cliente dell’intero prezzo pagato e la conseguente risoluzione del contratto.

Pertanto, qualora il prodotto reso sia difettoso, sarà necessario prevedere contrattualmente a chi spetterà l’eventuale riparazione del medesimo (ove possibile) e, nell’ipotesi di sostituzione, la restituzione al franchisee di quanto corrisposto al cliente (spetterà poi alle parti decidere nel contratto le relative modalità) e a chi spetterà l’onere di smaltimento del prodotto, se al franchisor o al franchisee.

Ciò non esclude che si possa prevedere in ogni caso l’obbligo del franchisee di inviare i prodotti ricevuti al franchisor, che rimborserà al primo le spese sostenute e si occuperà direttamente delle merci restituite.

Diverso è il caso dei prodotti restituiti dai clienti in perfetto stato. In questa ipotesi, è opportuno coordinare i meccanismi del reso merce sulla base della disciplina del contratto di franchising.

Difatti, con il contratto di franchising si può prevedere che il franchisee acquisti anticipatamente la merce che vende. Tuttavia, è anche assai frequente che al contratto di franchising venga associato un contratto di commissione alla vendita o un contratto estimatorio, per cui l’affiliato riceve la merce in conto deposito e ne paga il prezzo una volta venduta ai clienti finali, assumendosi nel mentre l’obbligo di custodirla e mantenerla in perfetto stato.

Nella prima ipotesi, è possibile prevedere nel contratto che il franchisee trattenga la merce e la acquisti, mettendola in vendita nel proprio negozio.

Nel secondo caso, all’affiliato potrà essere data la possibilità di restituire la merce o trattenerla in conto deposito pagandone il prezzo successivamente alla futura rivendita.

Inoltre, il franchisee che sopporta l’onere dei resi, dovrà ricevere un corrispettivo aggiuntivo in relazione ai resi accettati. Questo corrispettivo, potrà essere rappresentato, ad esempio, da una deduzione del relativo importo dalle royalties dovute al franchisor o da uno sconto sui futuri acquisti di prodotti. Oltre a ciò, andranno rimborsate al franchisee le somme eventualmente corrisposte al cliente per effetto del reso merce nonché le spese di conservazione e, se del caso, di smaltimento del bene oggetto del reso.

Risulta evidente che le situazioni problematiche che possono sorgere con il reso merce sono molte e andrebbero tutte attentamente analizzate e regolamentate nel contratto di franchising al fine di limitare eventuali problematiche di tipo fiscale nonché contenziosi con i propri franchisee.

In conclusione, dunque, è consigliabile che ogni operatore valuti le necessità del caso concreto e rediga, con il supporto del proprio legale, un contratto di franchising idoneo a tutelare adeguatamente i propri interessi.

BAKER MCKENZIE

Incostituzionalità delle ” tutele crescenti” del jobs act

a cura di Uberto Percivalle e Sergio Antonelli

Con la sentenza n. 194 del 26 ottobre 2018 la Corte Costituzionale ha dichiarato l’incostituzionalità del criterio, previsto dall’art. 3, comma 1, del d.lgs. n. 23 del 2015 (c.d. “Jobs Act”), sia nel testo originario sia in quello modificato dal D.L. 87/2018 (c.d. “Decreto Dignità”), di determinazione dell’indennità spettante in caso di licenziamento illegittimo ai lavoratori assunti a decorrere dal 7 marzo 2015.

La disposizione in questione prevede che l’indennità che spetta al lavoratore in caso di licenziamento illegittimo debba essere pari a due mensilità dell’ultima retribuzione per ogni anno di servizio. Pertanto, con il Jobs Act, il legislatore italiano aveva introdotto un meccanismo automatico e predeterminato di calcolo della suddetta indennità, ancorata esclusivamente all’anzianità di servizio del lavoratore.

E proprio tale meccanismo è stato oggetto della censura da parte della Corte Costituzionale.  

Secondo la Corte, infatti, la previsione di una tutela risarcitoria commisurata sulla base dell’unico parametro dell’anzianità di servizio non permette di valutare ragionevolmente le differenze fattuali e valoriali tra i diversi casi di specie.

Tale criterio, quindi, a causa della sua rigidità viene definito irragionevole, contrario al principio di uguaglianza (art. 3 Cost.) ed in contrasto col diritto e la tutela del lavoro (artt. 4 e 35 Cost.).

Per queste ragioni, al fine di rispettare i dettami costituzionali, la Corte afferma la necessità che vi sia invece un margine discrezionale affidato ai giudici del lavoro che nel definire l’ammontare dell’indennizzo, tra un minimo (6 mensilità) ed un massimo (36 mensilità) definiti per legge, possano prendere in considerazione una serie di fattori (numero dei dipendenti occupati, dimensioni dell’impresa, anzianità di servizio del prestatore di lavoro, comportamento e condizioni delle parti) che meglio possano rappresentare il caso specifico di ogni lavoratore.

È evidente, quindi, che la reintroduzione della discrezionalità dei giudici abbia modificato profondamente l’impianto della normativa introdotta dal Jobs Act, finalizzata ad un alleggerimento e una certezza per i datori di lavoro sui possibili costi relativi ai licenziamenti.

Sui risultati che effettivamente la sentenza sortirà bisogna attendere la parola dei giudici.