Noticias Fiscales

ANDERSEN TAX & LEGAL

Gruppo Iva: nuovi chiarimenti dall’Agenzia delle Entrate con la risposta all’interpello n. 222 del 2019

Con la risposta all’interpello n. 222 del 1 luglio 2019 l’Agenzia delle Entrate ha fornito alcuni chiarimenti sulla disciplina del Gruppo Iva, le cui disposizioni sono contenute nel Titolo V del DPR n. 633 del 1972 e nel DM 6 aprile 2018 del Ministero dell’economia e delle finanze (recante le disposizioni a carattere attuativo) nonché nella Circolare n. 19/E del 2018 della stessa Agenzia delle entrate.

In particolare la Circolare predetta aveva precisato che a seguito dell’esercizio dell’opzione Gruppo Iva, gli aderenti al medesimo Gruppo perdono la soggettività ai fini dell’imposta sul valore aggiunto, e si viene a costituire un autonomo soggetto d’imposta dotato di una propria partita IVA e di propria iscrizione al VIES.

Il Gruppo IVA assume, quindi, tutti gli obblighi dichiarativi, di liquidazione, di versamento e i diritti previsti per le operazioni in cui l’imposta diviene esigibile a partire dalla data in cui ha effetto l’opzione per la sua costituzione e in particolare: per le operazioni attive avendo riguardo al momento di esigibilità dell’IVA relativa alle operazioni poste in essere, e per le operazioni passive al momento in cui il diritto alla detrazione dell’imposta è esercitabile.

I singoli partecipanti, invece, assumono gli obblighi e i diritti derivanti dall’applicazione delle disposizioni in materia di imposta sul valore aggiunto per le operazioni per le quali l’imposta diventa esigibile o il diritto alla detrazione è esercitabile anteriormente alla data di ingresso nel Gruppo IVA ovvero dopo la sua cessazione.

Nel caso esaminato nella risposta ad interpello n. 222 del 2019 il Gruppo IVA si è costituito con effetti dal 1 gennaio 2019, pertanto da quel momento gli aderenti hanno perso l’autonomia soggettiva ai fini dell’Iva, che è stata infatti acquisita dal Gruppo, quale nuovo soggetto passivo tenuto all’osservanza delle disposizioni in materia di Iva per le operazioni poste in essere dal Gruppo.
L’Agenzia inoltre ricorda che in merito agli obblighi di fatturazione la capogruppo dovrà emettere fattura applicando l’Iva per le prestazioni rese nei confronti dei soggetti esterni al Gruppo Iva, mentre le prestazioni rese alle società del Gruppo sono considerate “fuori campo Iva” ai sensi dell’articolo 70-quinquies DPR n. 633 del 1972.

Cattura

COCUZZA & ASSOCIATI

Contratti di cobranding e capsule collection

di Stefania Sansò

Il cosiddetto cobranding nasce come strumento di marketing, oggi sempre più spesso utilizzato nel mondo della moda – e dei marchi celebri più in generale – per sfruttare l’effetto moltiplicatore sulla notorietà che deriva dall’unire due marchi nella ideazione e/o realizzazione e/o vendita di prodotti in edizione limitata.
Un termine che troviamo legato al cobranding è quello di capsule collection che consiste nel risultato della collaborazione tra due brand appartenenti a segmenti commerciali diversi – oppure tra un brand ed un personaggio famoso o un influencer – finalizzata alla creazione di prodotti in edizione limitata.
È dunque il concetto di edizione limitata che accomuna le due figure e che ne decreta il successo. I connubi temporanei tra marchi – intendendo qui come marchio, in senso lato, anche il marchio/icona di un personaggio famoso – suggeriscono un’idea di creatività, originalità, qualità ed esclusività tale per cui non ci si può lasciar sfuggire il prodotto che è il risultato di questo connubio.
Al di là delle considerazioni sociologiche, da profana, degli effetti del marketing sulle nostre decisioni di consumatori, quel che interessa sottolineare sono gli aspetti giuridici del cobranding.
I contratti che disciplinano le operazioni di cobranding – e quindi le capsule collection – in virtù della ricercata restrizione dell’offerta al pubblico, richiedono uno sforzo di sintesi e coordinazione di molteplici aspetti ed istituti giuridici: come fondere tanti contratti in uno.
Il risultato è che i contratti di cobranding sono taylor made: non ce ne sono due uguali.
Di seguito proviamo ad individuare per macro aree quali contratti possono coesistere e necessitano di coordinamento in un contratto di cobranding.

Licenza d’uso di marchio 

 Uno dei due brand – in genere quello che non seguirà la produzione della capsule – concede all’altro brand i diritti di uso del suo marchio. In altri casi la concessione in licenza d’uso del marchio è reciproca. In ogni caso i limiti di tale utilizzo devono essere capillarmente definiti, così come la sua remunerazione ed i meccanismi di salvaguardia e tutela dei marchi da svilimento o contraffazione.

Diritti di proprietà intellettuale e diritti di sfruttamento del design

La capsule collection è il risultato di un atto creativo originale nato dall’interazione di due soggetti ed ovviamente la declinazione dei contributi delle parti a questo atto creativo può essere la più varia.
Di conseguenza è essenziale riconoscere e regolamentare i diritti di proprietà intellettuale della fase creativa, come pure i diritti di sfruttamento del design della capsule una volta conclusasi l’operazione di cobranding.

Produzione e fornitura

 La produzione della capsule collection è ovviamente un aspetto fondamentale che i brand devono disciplinare non solo in termini di qualità, quantità e tempi di consegna, ma anche dei soggetti materialmente coinvolti nella produzione, anche qualora si trattasse di soggetti terzi rispetto alle parti contrattuali. Per preservare la propria reputazione è ormai diffusissima tra i brand l’imposizione di codici etici e di condotta o di vere proprie guidelines che i produttori devono rispettare.

Distribuzione

In quali negozi sarà disponibile la capsule collection? La rete di distribuzione sarà di entrambe i brand? Di uno solo? Limitata a luoghi o eventi selezionati? Sarà possibile acquistarla online o attraverso altri canali virtuali?
Anche la disciplina della commercializzazione deve essere estremamente curata, così come è di fondamentale importanza stabilire il prezzo dei prodotti, eventuali tempi e modalità di sconto, lo smaltimento delle scorte.Le decisioni sui prezzi e la regolamentazione dei rapporti economici tra le parti rappresentano la parte più sensibile degli accordi di cobranding, specie quando l’operazione coinvolge marchi posizionati su fasce di mercato anche molto distanti tra loro, ragion per cui sbagliare il prezzo della capsule vorrebbe dire danneggiare entrambi i brand.Una particolare attenzione va data poi alle informazioni commerciali e ai dati che le parti si scambiano: la confidenzialità, ovviamente, è sacra.

Marketing e Promozione

Dall’ideazione e realizzazione della campagna marketing dipende il successo della capsule. Anche su questo aspetto, come per il design dei prodotti, le possibili articolazioni delle obbligazioni che le parti si attribuiscono sono le più varie. È importante anche stabilire se vi sono ipotesi di veto, anche incrociato, tra i brand in merito alle decisioni di marketing e la distribuzione dei costi della campagna.
Un ultimo, ma non meno importante aspetto riguarda i testimonial della capsule: che sia lo stesso personaggio famoso o influencer che è parte del contratto di cobranding o che sia un soggetto terzo, è importante prevedere un codice di condotta da imporgli, nel rispetto del codice del consumo e dei più recenti orientamenti dell’AGCM in tema di trasparenza della pubblicità.

BAKER MCKENZIE

Circolare n. 5 del 28 febbraio 2019, l’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL)

Indici dello sfruttamento lavorativo: ecco le indicazioni dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro

Con la pubblicazione della Circolare n. 5 del 28 febbraio 2019, l’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL) ha reso note le Linee guida per l’attività di vigilanza in materia di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”.

La finalità delle Linee guida è quella di dare un contributo alle attività di indagine svolte dal personale ispettivo, in relazione a due fattispecie criminose:

  1. intermediazione illecita, con cui si punisce chiunque “recluta” manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi in condizione di sfruttamento e approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori;
  2. sfruttamento lavorativo, con cui si punisce penalmente chiunque utilizza, assume o impiega manodopera, anche mediante la citata attività di intermediazione, sottoponendo i lavoratori a condizioni di sfruttamento ed approfittando del loro stato di bisogno.

L’INL individua quali elementi costitutivi di entrambe le fattispecie:

(i) lo sfruttamento lavorativo, e

(ii) l’approfittamento dello stato di bisogno del lavoratore, che si identifica con la strumentalizzazione a proprio favore della situazione di debolezza della persona che diviene così la vittima del reato.

Proprio in relazione all’ultima figura di incriminazione, l’INL ha provveduto a definire eventuali indici utili all’ispettore per individuare, durante un accertamento, ipotesi di sfruttamento lavorativo. A tal riguardo, si fa riferimento a:

  1. reiterata corresponsione di retribuzioni in modo palesemente difforme dai contratti collettivi o comunque sproporzionate rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato;
  2. reiterata violazione della normativa relativa all’orario di lavoro, ai periodi di riposo, al riposo settimanale, all’aspettativa obbligatoria, alle ferie;
  3. sussistenza di violazioni delle norme in materia di sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro;
  4. sottoposizione del lavoratore a condizioni di lavoro, a metodi di sorveglianza o a situazioni alloggiative degradanti.

Alla luce di quanto sopra, l’INL si premura di specificare che, benché nel sentire comune il reato in questione sia spesso associato unicamente alle attività agricole, non manca di prospettare il possibile ricorso ad esso anche in altri settori. Un esempio è quello dei servizi, da parte di alcune imprese che realizzano forme di intermediazione illecita con vantaggi in termini di abbattimento abnorme dei costi di lavoro a danno dei lavoratori coinvolti e degli stessi istituti assicurativi e previdenziali.

Infine, nel caso in cui gli indici di sussistenza dello sfruttamento lavorativo non diano evidenza dell’elemento della “reiterazione”, integrante la fattispecie più grave penalmente rilevante, l’INL ricorda che esiste un presidio sanzionatorio amministrativo e a tal riguardo potrà attivare la procedura sanzionatoria amministrativa.

BC&

(Nuovi) adempimenti comunicativi per le holding industriali

di Sandro Sclafani

Con il D.Lgs. 142/2018 (decreto ATAD) sono state introdotte importanti novità normative, in vigore già dal 2018, di cui sono destinatari, tra gli altri, i soggetti che esercitano in via prevalente l’attività di assunzione di partecipazioni in soggetti diversi dagli intermediari finanziari (pertanto, anche le c.d. “holding industriali”).

In particolare, con riferimento agli elementi di novità che riguardano le holding industriali, il succitato decreto ha:

  1. distinto le “holding industriali” (annoverabili tra le c.d. “società di partecipazione non finanziaria”), destinatarie delle disposizioni fiscali ordinarie così come qualsiasi altra impresa commerciale – con esclusione, ovviamente, per la determinazione della base imponibile IRAP – dalle “holding finanziarie”, destinatarie di disposizioni normative speciali alla stregua degli intermediari finanziari.
  2. uniformato, ai fini fiscali, le modalità con cui verificare l’esercizio in via prevalente dell’attività di assunzione di partecipazioni in soggetti diversi dagli intermediari finanziari.
  3. apportato alcune importanti modifiche di coordinamento alle disposizioni tributarie vigenti, tra cui l’art. 10, co. 10, del D.lgs. n. 141/2010 che (da sempre) estende alle holding industriali gli obblighi di comunicazione all’apposita sezione dell’Anagrafe Tributaria, denominata Archivio dei rapporti finanziari, di cui all’art. 7, co. 6, del DPR 605/1973.

Riportiamo di seguito l’approfondimento dei punti sopra indicati.

Holding “industriali”

Ai fini fiscali, rientrano nella prima categoria i soggetti che:

  • esercitano in via esclusiva o prevalente l’attività di assunzione di partecipazioni in soggetti diversi dagli intermediari finanziari. In altri termini, si tratta delle società che svolgono come attività principale la detenzione di partecipazioni in società industriali e commerciali di servizi (c.d. “holding industriali”);
  • soggetti che svolgono attività finanziarie non nei confronti del pubblico se inclusi in un gruppo di soggetti che svolgono prevalentemente attività di tipo industriale e commerciali

La verifica dell’obbligo

La prevalenza dell’assunzione di partecipazioni in soggetti diversi dagli intermediari finanziari si verifica quando, in base ai dati del bilancio approvato relativo all’ultimo esercizio chiuso, l’ammontare complessivo delle partecipazioni in detti soggetti e altri elementi patrimoniali intercorrenti con i medesimi, unitariamente considerati, sia superiore al 50% del totale dell’attivo patrimoniale.

La comunicazione all’archivio dei rapporti finanziari

Tale ultimo aspetto merita opportuni approfondimenti. Infatti, mentre la norma previgente condizionava l’obbligo di comunicazione all’Archivio dei rapporti qualora fossero stati raggiunti, oltre al requisito patrimoniale anche uno reddituale (per farla breve, ricavi e altri proventi derivanti dalle partecipazioni > 50% del totale) entrambi da verificare negli ultimi 2 esercizi chiusi, oggi tale condizione risulta meno stringente.  

A partire, infatti, dal periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2018, per ricadere nell’obbligo di comunicazione, sono sufficienti:

  1. valore partecipazioni > 50 % attivo patrimoniale;
  2. verifica dell’unico requisito sopra citato, solamente in relazione ai dati del bilancio approvato relativo all’ultimo esercizio chiuso.

Alla luce delle intervenute modifiche, quindi, si estende la platea dei soggetti obbligati all’adempimento comunicativo di cui all’art. 7, co. 6, del DPR 605/1973, già a partire da quest’anno (2019).

I CHIARIMENTI DI ASSOHOLDING

Al riguardo, tuttavia, torna utile quanto osservato da Assoholding con la Circolare n. 6/2010 a commento dell’art. 10, co. 10, del D.lgs. 141/2010 previgente, secondo cui “gli obblighi comunicativi non sorgeranno fino a che non emerge il momento generatore dell’obbligo, rappresentato dalla data della delibera di approvazione del bilancio del secondo esercizio consecutivo che presenta i dati richiesti”.
Seguendo la medesima ratio, nel rispetto della nuova lettera normativa, potrebbe considerarsi che, in relazione all’ultimo esercizio chiuso (2018 per i soggetti solari) il momento impositivo nasce non prima dell’approvazione del relativo bilancio. In effetti, il D.Lgs. 142/2018, pubblicato in G.U. il 28/12/18, è vigente al 12 gennaio 2019, in corrispondenza di tale data, per i soggetti solari, l’ultimo esercizio chiuso era indubbiamente il 2018 ma con bilancio non ancora approvato.
Si potrebbe, quindi, concludere che, ancorché l’art. 13, del D.lgs. 142/2018 preveda espressamente che le novità oggetto del presente contributo si applichino già a decorrere dal periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2018, la prima comunicazione all’Archivio rapporti possa essere effettuata alla fine del mese successivo a quello di approvazione del bilancio dell’esercizio in corso al 31 dicembre 2018, quindi, ad esempio, al 31 maggio 2019 per i bilanci approvati ad aprile 2019.

Con il provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate prot. n. 9647 del 19/01/07 sono state dettate le modalità e i termini di comunicazione dei dati all’Anagrafe Tributaria, ai sensi dell’art. 7, co. 6, DPR 605/1973 e con i successivi provvedimenti prot. n. 31934 del 29/02/08 e prot. n. 18269 del 10/02/15, sono state fornite alcune disposizioni integrative. Per un esaustivo approfondimento dei presupposti per l’adempimento all’obbligo si rimanda alla lettura dei sopracitati provvedimenti, mentre nel prosieguo si delineano alcune principali caratteristiche.

BC&Cattura

Con riferimento specifico alle holding di partecipazioni, l’Agenzia delle Entrate, con la Circolare n. 18/E del 04/04/07, ha precisato che i principali rapporti da comunicare sono quelli aventi ad oggetto:

  • le partecipazioni;
  • i finanziamenti ricevuti dai soci della holding e quelli effettuati dalla holding alle società partecipate;
  • i prestiti obbligazionari, sia quelli emessi dalla holding e sottoscritti da terzi, sia quelli emessi dalle partecipate o da terzi, e sottoscritti dalle holding medesime;
  • il cd. “cash pooling”;
  • il rilascio di garanzie a terzi a favore di società partecipate e il rilascio di garanzie da parte di terzi nell’interesse della holding a favore dell’intermediario presso cui viene acceso il rapporto di finanziamento (fatta eccezione per le garanzie già comprese nel contratto stesso di finanziamento).

Si consideri poi che, se dovessero valere (come è presumibile che sia), i chiarimenti forniti dall’Agenzia delle Entrate con il provvedimento direttoriale prot. n. 37561 del 25/3/13, come integrato con i Provvedimento prot. n. 18269 del 10/2/15, 73782 del 28/5/15, 13352 del 25/1/16 tali soggetti destinatari dell’art. 10, co. 10, D.lgs. 141/2010, sarebbero anche assoggettati all’adempimento della Comunicazione integrativa annuale all’archivio dei rapporti finanziari, di cui all’art. 11, co. 2, D.L. 201/2011, la cui scadenza è prevista entro il 15 febbraio di ogni anno. Come espressamente chiarito dall’Agenzia delle Entrate, la comunicazione integrativa annuale non sostituisce quella prevista dai provvedimenti prot. n. 9647/07 e n. 31394/08. Anche in questo caso si invitano gli interessati a prender visione del sopracitato provvedimento, mentre nel seguito si indicheranno alcuni dei principali tratti caratteristici.

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STUDIO LEGALE MENICHETTI

Lo smodato accesso ad internet del dipendente in orario di lavoro come giusta causa di licenziamento e bilanciamento con la riservatezza dei dati personali del lavoratore trattati

di Andrea Abati

Con la sentenza n. 3133/2019, la Corte di Cassazione è nuovamente intervenuta sul tema dei profili disciplinari dell’utilizzo, da parte del lavoratore subordinato, di internet e dei social network durante l’orario di lavoro per ragioni personali, confermando la pronuncia del giudice di secondo grado, che, nel riconoscere la legittimità dell’impugnato recesso, aveva ritenuto che il numero, la durata e la tipologia degli accessi ad internet della lavoratrice licenziata fossero tali da incrinare la fiducia datoriale e giustificare, così, il suo licenziamento disciplinare.
Nel caso di specie, la lavoratrice, dipendente di uno studio professionale, nell’arco di 18 mesi aveva effettuato circa 6.000 accessi ad internet, di cui circa 4.500 su facebook, per un significativo lasso di tempo, considerato anche il monte ore del contratto di lavoro a tempo parziale tra le parti.
Con particolare riferimento ai fatti contestati alla lavoratrice e posti a fondamento del suo licenziamento, la Suprema Corte ha evidenziato, da un lato, che la stessa lavoratrice non avesse negato d’aver effettuato la gran parte degli accesi ad internet e, dall’altro, che fosse inconfutabile che gli accessi su facebook fossero ad essa riconducibili, posto che l’accesso a tale portale internet richiede delle credenziali individuali.
La Corte di legittimità ha respinto, poi, le doglianze della ricorrente con riguardo anche all’asserita violazione, da parte dell’ex datore di lavoro, della legge in tema di tutela della privacy.
Nonostante il rigetto del motivo d’impugnazione, si rileva come la difesa della lavoratrice, invero, abbia sollevato una questione non trascurabile in relazione ad un licenziamento disciplinare come quello in esame.
Secondo una recente pronuncia del Garante della privacy, infatti, il datore di lavoro non può appositamente installare programmi per monitorare gli accessi e l’attività svolta dai propri dipendenti su internet (cfr., decisione Garante della privacy, 13 luglio 2016, n. 5408460).
Lo stesso datore, inoltre, nell’avviare un procedimento disciplinare nei confronti di un proprio dipendente, deve adottare le misure idonee a garantire, quantomeno, la riservatezza del contenuto dell’accertamento, di talché non possano emergere dati sensibili del lavoratore con riferimento ad opinioni politiche, religiose, etc. (cfr., Linee guida Garante della privacy, 1 marzo 2007, n. 13).
Concludendo, vista la pronuncia in commento e i citati orientamenti del Garante della Privacy, se è vero che la condotta di un lavoratore che accede smodatamente ad internet durante l’orario di lavoro per motivi personali può pregiudicare il rapporto di fiducia col datore di lavoro, giustificando il suo licenziamento, non è men vero che occorre, nel valutare la legittimità del provvedimento espulsivo adottato dall’azienda, tener conto di come i dati, che hanno portato al licenziamento, sono stati raccolti e trattati da quest’ultima.

ANDERSEN TAX & LEGAL

Le conseguenze dell’Hard Brexit sugli scambi commerciali con l’UE

Com’è noto, lo scorso 29 marzo 2017 il Regno Unito comunicava la propria intenzione di recedere dall’Unione europea, così come espressamente previsto dall’articolo 50 del Trattato sull’UE.
Tale decisione, salvo diversa disposizione, avrà efficacia dal prossimo 30 marzo 2019.
L’Agenzia delle Dogane, con nota del 26 febbraio u.s., ha illustrato le implicazioni in ambito I.V.A. e doganale derivanti dal recesso del Regno Unito dall’Unione Europea, in assenza di uno specifico accordo che regoli in maniera transitoria le conseguenze derivanti da un siffatto scenario.

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Qui di seguito si riepiloga lo scenario dei prossimi giorni.

Fiscalità indiretta

Come prima conseguenza, le merci vendute e spedite verso il Regno Unito non costituiranno più cessioni intracomunitarie non imponibili ai sensi dell’art. 41 del D.L. n. 331/93, e analogamente le merci provenienti dal Regno Unito non costituiranno più acquisti intracomunitari ai sensi dell’art. 38 del D.L. n. 331/93 suddetto.
Dopo il recesso, infatti, le cessioni di merci ad un soggetto stabilito nel Regno Unito saranno operazioni non imponibili ai fini IVA ai sensi dell’art.8 del D.P.R. n.633/72 e, per la loro spedizione fuori dal territorio doganale dell’UE, sarà necessario espletare le formalità doganali previste per l’esportazione.
Allo stesso modo, per l’introduzione nel territorio UE di merci provenienti dal Regno Unito sarà necessario compiere le necessarie formalità doganali e sarà dovuto il pagamento in dogana dei dazi nonché, per la loro immissione in consumo in Italia, delle accise – qualora dovute – e della relativa IVA secondo le disposizioni e le procedure vigenti.

Conseguenza diretta di tale situazione è che gli operatori economici:

  • in relazione agli scambi commerciali intrattenuti con soggetti residenti nel Regno Unito, non dovranno presentare i modelli INTRA né ai fini fiscali né ai fini statistici.
  • non saranno più tenuti all’integrazione ed alla registrazione della fattura ricevuta dal Regno Unito.

Applicazione delle disposizioni doganali

Queste le principali conseguenze analizzate dalle Dogane.

a) Importazioni

Gli operatori economici che intendono importare merci dal Regno Unito devono presentare le merci con una dichiarazione doganale di importazione da trasmettere per via telematica all’Ufficio delle Dogane competente sul luogo dove le stesse sono presentate.

b) Esportazioni

Gli operatori economici che intendono spedire merci verso il Regno Unito devono presentare una dichiarazione doganale di esportazione da trasmettere per via telematica all’Ufficio delle Dogane competente in relazione al luogo in cui l’esportatore è stabilito o a quello in cui le merci sono caricate o imballate per l’esportazione.

c) Operatore economico autorizzato (AEO)

Tutte le autorizzazioni AEO rilasciate dall’Autorità doganale britannica, a decorrere dal 30 marzo p.v., saranno revocate automaticamente, e le eventuali istanze accettate dall’Autorità doganale britannica saranno automaticamente rifiutate.

d) Autorizzazioni alle procedure speciali

Le autorizzazioni doganali rilasciate dalle Autorità doganali del Regno Unito non saranno più valide nel territorio doganale dell’Unione così come le autorizzazioni rilasciate dall’Agenzia delle Dogane a soggetti del Regno Unito.

e) Transito comune (regime sospensivo che consente la circolazione di merci senza pagamento di dazi doganali, iva, accise ed altri oneri)

A decorrere dal 30 marzo p.v., Il Regno Unito diverrà parte contraente alla Convenzione Transito Comune (CTC) e ne applicherà il relativo regime.

f) Deposito doganale (regime sospensivo che consente la sospensione del pagamento dei diritti gravanti sulle merci ivi depositate)

I titolari di autorizzazioni al deposito doganale potranno introdurre, dal 30 marzo p.v., nei propri depositi anche le merci provenienti dal Regno Unito quali merci terze.

g) Esportatori autorizzati e registrati

Le autorizzazioni e le registrazioni effettuate dalle autorità doganali del Regno Unito agli esportatori non sono più valide nell’UE. Ugualmente non sono più valide nell’UE le autorizzazioni e le registrazioni da parte delle autorità doganali degli Stati membri dell’UE agli esportatori e stabiliti nel Regno Unito o agli stessi soggetti stabiliti nell’UE ma con numero EORI – UK.

h) Garanzie

A seguito dell’uscita del Regno Unito dall’UE senza un accordo non saranno più valide le autorizzazioni doganali relative alle Garanzie Globali rilasciate dalle Autorità del Regno Unito e dall’Agenzia delle Dogane a soggetti del Regno Unito, non essendo più quest’ultimi operatori stabiliti nel territorio doganale della UE.

Per l’elenco completo delle fattispecie analizzate dall’Agenzia delle Dogane, si rimanda alla nota da quest’ultima emessa.

PAVIA E ANSALDO

Brevi cenni sulla responsabilità penale degli enti

di Meritxell Roca Ortega, Socia di Pavia e Ansaldo

Il decreto legislativo 231 del 2001 (di seguito, anche, il Decreto) ha introdotto, in adeguamento ad alcuni trattati internazionali, una rilevante novità nell’ordinamento italiano, prevedendo una forma di responsabilità, definita amministrativa, ma equiparabile a quella penale, a carico delle persone giuridiche, società o associazioni, anche prive di personalità giuridica (di seguito, anche, Ente e/o Enti), per alcuni reati commessi da soggetti legati all’Ente stesso da un rapporto funzionale. La responsabilità è equiparabile a quella penale, sia sotto il profilo della afflittività delle sanzioni, sia sotto il profilo delle garanzie relative al procedimento per l’applicazione delle stesse. La responsabilità dell’Ente, in relazione ai reati commessi nell’ambito dell’organizzazione societaria, è aggiuntiva e non sostituiva, rispetto alla responsabilità della persona fisica che ha realizzato materialmente il reato. Vi è un coinvolgimento, nella punizione dei reati, degli Enti nel cui interesse o vantaggio i reati sono stati compiuti. Si tratta, quindi, di una scelta normativa volta alla responsabilizzazione delle imprese e delle società per i reati compiuti nel loro interesse o a loro vantaggio nell’ambito della loro organizzazione. Affinché possa configurarsi l’illecito a carico dell’Ente devono concorrere tre elementi:

a) la commissione del reato da parte di un soggetto legato all’Ente da un rapporto funzionale. Per quanto attiene al collegamento tra l’Ente e l’autore del reato, il Decreto richiede che il medesimo sia commesso nell’interesse o a vantaggio dell’Ente medesimo da:
1) soggetti che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell’Ente o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale nonché’ da persone che esercitano, anche di fatto, la gestione e il controllo dello stesso. In questo caso si instaura una presunzione di responsabilità, in considerazione del fatto che tale soggetto esprime, rappresenta e realizza la politica di gestione dell’Ente;
2) soggetti sottoposti alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti di cui al numero 1). Non vi è, in questo caso, nessuna presunzione di responsabilità a carico degli Enti. Infatti, il fatto illecito compiuto da tale soggetto comporta la responsabilità dell’Ente solo se la commissione dell’illecito stesso sia stata resa possibile a causa dell’inosservanza dei doveri di direzione e vigilanza.

b) la commissione del reato nell’interesse o vantaggio dell’Ente. Il Decreto stabilisce che l’Ente sia ritenuto responsabile qualora il fatto illecito venga commesso “nel suo interesse o a suo vantaggio” da determinati soggetti, mentre non risponderà del fatto illecito se i soggetti indicati hanno agito nell’interesse esclusivo proprio o di terzi. Un soggetto può, pertanto, commettere un reato nell’interesse dell’Ente senza tuttavia procurare allo stesso alcun vantaggio. Ugualmente lo stesso soggetto può commettere il reato non nell’interesse dell’Ente, ma nel suo interesse esclusivo, portando l’Ente stesso a beneficiare di un vantaggio, indiretto o riflesso.

c) la commissione di uno dei reati specificamente previsti dal Decreto. Infatti, la responsabilità derivante dal Decreto sorge soltanto per determinate fattispecie di reato, espressamente previste dal Decreto medesimo ed in continua evoluzione.

Le sanzioni previste per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato si distinguono in sanzioni pecuniarie, sanzioni interdittive (interdizione dall’esercizio di attività, sospensione o revoca di autorizzazioni, licenze e concessioni divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, divieto di pubblicizzare beni e servizi), confisca e pubblicazione della sentenza.
La sanzione pecuniaria e la confisca sono obbligatorie, ovvero devono essere necessariamente disposte in caso di condanna dell’Ente. Le sanzioni interdittive e la pubblicazione della sentenza, vengono applicate nel caso in cui ricorrano determinate condizioni.
In ogni caso, il Decreto prevede specifiche forme di esonero dalla responsabilità amministrativa dell’Ente, per reati commessi nell’interesse e a vantaggio del medesimo, sia da soggetti apicali che dipendenti. Se il reato è stato commesso da soggetti apicali, l’Ente non risponde se prova che:
a) l’organo dirigente ha adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del fatto, modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi;
b) il compito di vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli, di curare il loro aggiornamento è stato affidato a un organismo dell’Ente dotato di autonomi poteri di iniziativa e di controllo (l’Organismo di Vigilanza);
c) le persone hanno commesso il reato eludendo fraudolentemente i modelli di organizzazione e di gestione;
d) non vi è stata omessa o insufficiente vigilanza da parte dell’organismo di cui alla lettera b) sopra indicata.

Per quanto concerne i reati commessi dai dipendenti, l’Ente è esonerato dalla responsabilità se prova di aver efficacemente adottato e attuato, prima della commissione del reato, un Modello di organizzazione gestione e controllo idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi. Il Modello organizzativo, pertanto, è uno strumento utile a diffondere, a tutti i settori e a tutti i livelli, la conoscenza e la coscienza del rischio legata alla commissione di un reato e, allo stesso tempo, un metodo per migliorare la vita delle società con interventi precisi e mirati a prevenire la commissione dei reati medesimi da parte delle persone fisiche. Pertanto, al fine di eliminare la responsabilità o di limitarla l’Ente deve necessariamente dotarsi di un Modello di organizzazione, gestione e controllo tale da garantire la prevenzione di taluni reati e nominare un Organismo di Vigilanza in grado di sovraintendere all’applicazione del Modello medesimo.

BLU STUDIO

REGIME DEL GRUPPO IVA: ATTUAZIONE IN ITALIA E IN SPAGNA

Di Federico Broglia

Con provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate pubblicato lo scorso 20 settembre, è stato approvato il Modello con relative istruzioni ministeriali per la dichiarazione di costituzione del Gruppo IVA.

Ricordiamo che la Legge di Bilancio 2017 ha previsto come, a partire dall’anno 2018, i soggetti passivi stabiliti nel territorio dello Stato esercenti attività d’impresa, arte o professione, per i quali ricorrano congiuntamente i vincoli finanziario, economico e organizzativo, possano presentare l’opzione per applicare il Regime del Gruppo IVA. In Italia il nuovo regime avrà decorrenza effettiva a partire dal prossimo 1° gennaio 2019.

In data 6 aprile 2018, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha emanato il decreto attuativo relativo alla disciplina del Gruppo IVA, con il quale oltre a stabilire che per questo primo anno la dichiarazione di opzione dovrà essere presentata entro il maggior termine del 15 novembre 2018, ha provveduto a disciplinare i principali aspetti operativi del nuovo regime.

Ricordiamo che l’articolo 11 della direttiva 2006/112/EC del Consiglio (di seguito anche “Direttiva IVA”), del 28 novembre 2006, relativa al sistema comune dell’Imposta sul Valore Aggiunto, offre agli Stati membri la possibilità di introdurre regimi unitari di applicazione dell’imposta riservati alle entità appartenenti ad un gruppo societario. La formulazione della norma dal punto di vista letterale è oltremodo semplice ed immediata: “Previa consultazione del comitato  consultivo  dell’imposta  sul  valore aggiunto (in seguito denominato  «comitato  IVA»),  ogni  Stato  membro  può considerare  come  un  unico  soggetto  passivo  le  persone  stabilite  nel territorio dello stesso Stato membro che siano giuridicamente  indipendenti, ma strettamente vincolate fra loro  da  rapporti  finanziari,  economici  ed organizzativi”.

Nella Comunicazione al Consiglio e al Parlamento europeo n. 325 del 2 luglio 2009, contenente alcune linee guida relativamente all’applicazione dell’articolo 11 della Direttiva IVA, al fine di armonizzare il regime in commento fra i diversi Stati membri, la Commissione Europea ricordava che erano 15 i Paesi membri ad aver adottato, con diverse opzioni, il regime dell’IVA di Gruppo: Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Cipro, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Ungheria, Irlanda, Paesi Bassi, Romania, Spagna, Svezia e Regno Unito.

L’Italia, al contrario, sin dal lontano 1979 (art. 73 comma 3 DPR 633/1972 e DM attuativo 13 dicembre 1979) aveva istituito la procedura della “Liquidazione IVA di Gruppo”, che tuttavia non fu considerata quale implementazione dell’opzione concessa dalla Direttiva IVA, in quanto consentiva (e consente) unicamente la compensazione delle posizioni di debito-credito IVA maturate in capo alle singole società aderenti, le quali mantengono agli effetti applicativi del tributo perfetta autonomia.

La Legge di Bilancio 2017 ha pertanto profondamente innovato il sistema tributario italiano, disegnando il nuovo istituto nella versione più ampia e piena concessa dalla Direttiva europea, e ponendosi quindi tra i Paesi europei più avanzati in questo ambito. Di seguito evidenziamo le caratteristiche di funzionamento del nuovo regime, come delineate dal provvedimento attuativo in commento:

  • OPZIONE “ALL-IN”: ai sensi dell’art. 70-quater del D.P.R. 633/1972, il gruppo IVA si costituisce a seguito di un’opzione esercitata da tutti i soggetti passivi stabiliti nel territorio dello Stato per i quali ricorrano congiun­tamente – al momento dell’esercizio dell’opzione e comunque già dal 1° luglio dell’anno precedente a quello in cui ha effetto l’opzione (art. 1, co. 1, del D.M. 6 aprile 2018) – i vincoli finanziario, economico e organizzativo di cui al precedente art. 70-ter del D.P.R. 633/1972.
  • NUOVO SOGGETTO TRIBUTARIO: al Gruppo viene attribuito un numero di partita IVA unico, a cui verranno associati tutti i codici fiscali dei partecipanti, e l’Agenzia comunicherà i dati dei partecipanti al Gruppo a chi ne faccia richiesta.
  • EFFETTO DI SOSTITUZIONE: l’esercizio dell’opzione determina in capo al Gruppo l’assunzione di tutti i diritti e gli obblighi derivanti dall’applicazione delle disposizioni in materia di Imposta sul Valore Aggiunto; pertanto, le operazioni attive e passive effettuate verso terzi dai singoli partecipanti al Gruppo si considerano realizzate da e verso il Gruppo stesso, il quale attraverso il proprio Rappresentante dovrà adempiere a tutti gli obblighi tributari prescritti dalla Legge IVA.
  • IRRILEVANZA DEGLI SCAMBI INFRAGRUPPO: quale elemento di maggior rilievo, la nascita del Gruppo IVA ha come conseguenza che le cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate tra due membri del Gruppo, siano escluse da IVA, ovvero non rilevanti ex art. 2 e 3 del DPR n. 633/1972.

In sintesi i principali vantaggi del Gruppo IVA italiano si possono così riassumere:

  • non rilevanza ai fini IVA delle operazioni di cessione di beni e di prestazione di servizi effettuate all’interno del Gruppo, con evidenti benefici in caso di entità aderenti che abbiano differenti pro-rata di detrazione, o con posizioni a cronico credito di IVA (si pensi al caso degli esportatori abituali);
  • possibilità per i gruppi societari che effettuano in prevalenza operazioni esenti, prive del diritto alla detrazione dell’imposta, di incorporare nel Gruppo IVA società controllate che forniscano servizi accessori (ad es. servizi informatici, di fornitura di tecnologia ecc…) evitando così il costo occulto derivante dalla mancata detrazione dell’IVA;
  • determinazione di un pro-rata di detrazione unitario per il Gruppo IVA, influenzato unicamente dalle attività che le entità del Gruppo effettuano verso i terzi non appartenenti al Gruppo medesimo;
  • semplificazione amministrativa, in quanto gli obblighi e gli adempimenti relativi al tributo gravano soltanto sul Gruppo IVA come unico soggetto passivo (il che comporta ad esempio che sia il Gruppo e non più i singoli membri a presentare la dichiarazione annuale IVA);
  • consolidazione diretta ed immediata delle posizioni debitorie e creditorie delle diverse entità appartenenti al Gruppo.

In Italia, queste ultime settimane dell’anno sono dedicate alle valutazioni: i principali gruppi bancari, finanziari, assicurativi, del settore sanitario e di tutti gli altri settori incisi dalla perdita di IVA conseguente al pro-rata di detrazione, stanno ultimando i propri calcoli di convenienza per decidere se e quando aderire.

E in Spagna (cenni)?

El artículo 11 de la Directiva 2006/112/EC del Consejo (en adelante también “Directiva IVA”) del 28 de noviembre de 2006, relativa al sistema común del Impuesto sobre el Valor Añadido, ha sido incorporada en el régimen tributario español mediante la Ley 36/2006, bajo la denominación de Régimen Especial del Grupo de Entidades (en adelante también REGE).

La normativa española reguladora del REGE está recogida en la Ley del IVA, artículos 120, y 163 quinquies y siguientes de la Ley 37/1992, así como en los artículos 30 y 61 bis y siguientes del Reglamento del IVA. El REGE no permite la creación de un sujeto tributario autonomo.

La finalidad perseguida por el régimen es doble:

  • Evitar costes financieros derivados de la existencia de saldos de IVA a favor y saldos en contra resultantes de las autoliquidaciones presentadas por las distintas entidades integrantes del grupo, mediante la creación de un sistema de compensaciones de dichos saldos.
  • Eliminar, mediante el establecimiento de una nueva regla de determinación de la base imponible, los costes derivados del gravamen del valor añadido generado en el seno del grupo de entidades cuando se realizan operaciones intragrupo cuyo destinatario son entidades sujetas a la regla de prorrata.

El REGE es de aplicación voluntaria y se ha introducido con dos contenidos, ambos de carácter opcional, que pueden denominarse:

  • General: En el que simplemente se compensan entre sí los resultados de las declaraciones-liquidaciones de cada período entre las distintas entidades incluidas en el grupo.
  • Ampliado o avanzado: Comprende además de la compensación de los saldos de las autoliquidaciones, reglas específicas para las operaciones intragrupo, incluyendo la valoración de las mismas y un régimen de deducciones como sector diferenciado ex lege.

La possibilità offerta dalla Direttiva comunitaria è stata attuata nel sistema fiscale spagnolo dalla Legge n. 36/2006, sotto il nome di Regime Speciale del Gruppo di Entità (di seguito anche REGE).

La normativa spagnola relativa al REGE è contenuta nella Legge sull’IVA, agli articoli 120, 163-quinquies e seguenti della Legge n. 37/1992, e negli articoli 30, 61-bis e seguenti del Regolamento IVA. Il REGE non prevede la costituzione di un soggetto passivo autonomo.

L’obiettivo perseguito dal regime in commento è duplice:

  • evitare i costi finanziari derivanti dall’esistenza di saldi IVA a debito e a credito risultanti dalle autoliquidazioni presentate dai vari membri delle entità del gruppo, mediante la creazione di un sistema di compensazione di detti saldi;
  • eliminare, attraverso la definizione di una nuova regola per la determinazione della base imponibile, i costi fiscali derivanti dalla presenza del valore aggiunto generato all’interno del gruppo di società, quando vengono effettuate operazioni infragruppo a favore di entità soggette alla regola del pro-rata.

Il sistema REGE è volontario ed è stato implementato in due modalità, entrambe opzionali, che possono essere così definite:

  • Generale, in cui semplicemente si compensano tra loro i risultati delle dichiarazioni-liquidazioni di ciascun periodo tra le varie entità appartenenti al Gruppo;
  • Avanzato, il quale oltre alla compensazione dei saldi delle autoliquidazioni, prevede norme specifiche per le operazioni infragruppo, tra cui la diversa quantificazione delle medesime e un sistema di deduzioni ex lege.

GIORGIA GALLO

Aprire un’attività in Spagna mediante la costituzione di una società di capitale

Le caratteristiche delle Società di capitale spagnole sono abbastanza simili a quelle delle Società Italiane, sia per quanto riguarda  le S.p.A. come le S.r.l..

Le differenze più importanti in Spagna tra le Società per Azioni (S.A.) e le Società a Responsabilità Limitata (S.L.) sono le seguenti:

a.- Il capitale minimo richiesto per Legge:

.- per le S..A. 60.000,00 euro.

.- per le S.l. 3.000,00 euro

b.- Il regime legale previsto per le operazioni societarie (riduzione di capitale, aumento di capitale, fusioni, liquidazione, etc.) è più semplice per le Società di Responsabilità Limitata che per le Società per Azioni.

Per tanto, salvo nel caso si trattasse di una grande impresa con un importante volume d’operazioni e soci, è più conveniente costituire una Società a Responsabilità Limitata.

          Soci

Si consiglia di costituire la società con due o più soci, dato che, nel caso fosse un socio unico sarebbe una società unipersonale e ciò comporterebbe una serie d’obblighi di tipo amministrativo e procedurale che si possono invece evitare avendo due piú soci.

  • Procedura di Costituzione

I documenti richiesti per la costituzione di una Società in Spagna sono i seguenti:

  1. Richiesta del Número di Identificazione fiscale dei Soci e Amministratori Stranieri (NIE).

 

  1. Statuti sociali
  2. Richiesta presso il Registro Generale di Madrid del certificato della denominazione sociale della costituenda società da parte di uno dei fondatori.
  3. Certificato valutario della Banca relativo al versamento del capitale sociale.

 

  • Atti posteriori alla costituzione
  • Richiesta del codice di identificazione fiscale (“CIF”) della società
  • Dichiarazione di inizio di attività
  • Rchiesta di apertura di attività con gli eventuali permessi amministrativi richiesti dalla normativa locale.
  • Iscrizione della Società all’ufficio competente della Previdenza Sociale.
  • Iscrizione del responsabile commerciale presso l’ufficio competente della Previdenza Sociale.
  • Redazione, se del caso, del contratto “privato” di lavoro con i relativi impiegati.
  • Registrazione dei contratti di lavoro del personale assunto all’ufficio di collocamento competente.

 

  • Amministratori

L’amministrazione della società può essere affidata a un Amministratore Unico, (anche straniero) o a vari Amministratori (che possono agire disgiuntamente o congiuntamente), oppure da un Consiglio di Amministrazione (composto da un minimo di tre membri a un massimo di dodici).

Riguardo all’Organo di Amministrazione è importante indicare che per legge gli è attribuita l’amministrazione ordinaria e straordinaria della Società, indipendentemente dall’eventuale diversa attribuzione dell’Assemblea dei soci.

È necessario anche avvertire che la legge spagnola regola diverse situazioni, legate ad una gestione non diligente della società, nelle quali i soci e i creditori sociali potranno rivolgersi direttamente contro il patrimonio personale degli amministratori.

Per svolgere la funzione di amministratore non sono richiesti requisiti particolari, salvo le situazioni di incompatibilità per l’esercizio di cariche pubbliche.

 

  • Atto notarile

Per il conferimento dell’atto notarile di costituzione di una Società sarà necessaria la presenza al rogito dei soci fondatori, e in loro assenza  potranno conferire procura notarile a favore di un’altra persona che li rappresenti.

Nel caso in cui i Soci fondatori rappresentino una persona giuridica dovranno venire muniti di procura notarile attestante la legittima rappresentazione del socio con il timbro della Postilla dell’ Aya.

  • Tempi di costituzione

La richiesta della denominazione sociale al Registro Generale di Madrid si ottiene in una settimana circa ed avendo l’accettazione della denominazione ed i restanti documenti di cui sopra lo stesso giorno si può costituire la Società e questa sarà operativa. La posteriore omologa al registro delle Imprese si ottiene invece in 30 o 45 giorni circa.

PANOZZI

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Il tema del recupero dei crediti in Spagna

Di Avv. Panozzi 

La tematica risulta sempre di un certo interesse per quegli imprenditori ed operatori che abbiano contatti, affari o commercio con enti, società, o persone con sede in territorio straniero. Le questioni che insorgono quando il problema si verifica si appalesano di vario tipo a seconda della entità, della documentazione attestante il credito, del rapporto sottostante, del tipo di attività svolta dai soggetti, etc. Qui ci occuperemo delle procedure reciprocamente adottabili in Italia e in Spagna, con cenni a procedimenti normati a livello comunitario ed eseguibili nei singoli Stati. Tenteremo di formare un quadro esaustivo e di effettuare una comparazione tra le differenti normative. La conoscenza di certe procedure e di certi meccanismi rappresenta a mio avviso uno strumento di prevenzione atto ad evitare per quanto possibile problematiche di insoluti. Ma può anche rappresentare un valido strumento per orientarsi nell’ambito delle procedure attivabili per recuperare i propri crediti. Vediamo adesso innanzitutto a quali figure professionali il creditore possa affidare l’incarico di azionare tali procedure.

In Spagna, caso unico tra i Paesi dell’Unione Europea, esistono due figure professionali distinte destinate rispettivamente, l’una a rappresentare, e l’altra ad assistere, la parte (sia essa persona fisica o giuridica) dinanzi agli organi giudiziali: sono el procurador y el abogado. Il primo rappresenta la parte; il secondo la assiste e la difende. Vediamo, più in particolare, che ruoli rivestano e che funzioni svolgano tali figure.

El procurador è un laureato in diritto che accede alla propria carriera attraverso un praticantato, un master ed un esame di Stato, superato il quale dovrà iscriversi al relativo collegio professionale. Egli, come detto, si limita a rappresentare la parte, e quindi compare in giudizio al posto di essa, salvo casi eccezionali in cui la parte debba necessariamente comparire personalmente (ad esempio perché il giudice ne abbia disposto l’interrogatorio, o perché debba sottoporsi a perizia calligrafica). Nell’ordinamento spagnolo vige la regola, non priva di eccezioni, per cui “los demandantes” e “los demandados” (cioè l’attore e il convenuto processuale) non possano comparire e difendersi da soli personalmente dinanzi al giudice. Dunque la presenza personale rappresenta l’eccezione. Le funzioni del procuratore sono le seguenti: deposita, notifica e riceve atti e documenti; realizza gli adempimenti idonei per porre in esecuzione le sentenze rese a favore della parte rappresentata; fa da collegamento tra l’organo giudiziale e l’abogado; si interfaccia con il procurador della controparte; infine, ovviamente, presenzia a tutte le udienze. I procuratori che esercitano in Spagna sono attualmente circa 9.000.

El abogado. Anche el abogado è un laureato in diritto e al tempo stesso anch’egli ha l’obbligo di superare un esame di Stato, dopo aver frequentato apposito master e svolto regolare tirocinio (così è dopo la recente riforma del 2011 che ha reso più armonizzato con gli altri Paesi Europei l’iter per diventare avvocato). Egli dà consulenze; indirizza la strategia processuale; provvede alla difesa in senso tecnico; compare in udienza, dinanzi al giudice, assieme al procurador, ma tuttavia è solo l’abogado ivi svolge il contraddittorio, assiste e difende; inoltre redige gli atti (che poi deposita il procurador). Tutte queste funzioni sono demandate in via esclusiva all’abogado. Egli perciò assiste e difende la parte in senso ampio, sia in giudizio che stragiudizialmente. Dirige l’azione, dopo aver concordato la strategia con il cliente. Solo eccezionalmente lo rappresenta. Gli avvocati che esercitano in Spagna sono attualmente circa 150.000,00.

Differenze. Se nell’ambito della formazione professionale le due figure hanno, come si è visto, punti in comune, nell’esercizio concreto delle rispettive professioni, esse si differenziano e non poco: appartengono a due collegi professionali distinti; svolgono attività complementari, ma diverse a favore della parte; si pongono rispetto agli organi giudiziali in modo e con ruoli diversi; infine applicano tariffe diverse (in particolare il procuratore ha proprie tariffe di legge, mentre l’avvocato concorda liberamente con il cliente il proprio compenso e gli è consentita persino la facoltà di stipulare per iscritto il patto di quota lite). Le due professioni sono alternative ed assolutamente incompatibili tra di esse. Entrambe le figure risultano per regola necessarie e complementari alla parte che intenda procedere giudizialmente o che ivi sia convenuta.

Obbligatorietà della presenza. Esistono eccezioni rispetto alle prevalenti ipotesi di presenza obbligatoria in giudizio di tali professionisti. Le eccezioni più importanti che riguardano il processo civile sono le seguenti: non è richiesta la loro presenza, se il valore della causa è inferiore a 2000 euro; non è richiesta nei procedimenti monitori; non è richiesta nei procedimenti d’urgenza, di sequestro o di opposizione a provvedimenti esecutivi; infine non è richiesta nei procedimenti europei monitori né in quelli di modesta entità. La loro presenza è invece richiesta in tutti gli altri, compreso il juicio cambiario, cioè il procedimento che si basa su assegni, cambiali e lettere di credito. Pure nei procedimenti di lavoro non è richiesta la presenza, né di avvocato né di procuratore, quantunque sia consigliata, vista la complessità della materia e la rilevanza degli interessi in gioco. Altro aspetto da sottolineare è che l’ordinamento spagnolo intende in ogni caso garantire la uguaglianza delle parti in giudizio e perciò impone, alla parte che decida spontaneamente di avvalersi dell’opera professionale dell’avvocato e/o procuratore di comunicarlo all’altra parte affinché, se lo ritenga, essa pure possa effettuare a sua volta proprie nomine.

Incompatibilità. Prima di passare a trattare le modalità di conferimento della procura al procuratore è opportuno ribadire che le due figure professionali sono incompatibili tra di esse e che, per regola, le rispettive funzioni non possono essere assommate e concentrate in una sola delle due figure, anche se tuttavia, in casi del tutto particolari (soprattutto nel procedimento penale, ma talvolta anche in quello amministrativo), l’avvocato può assumere anche la rappresentanza della parte. Il concetto di incompatibilità tra le due funzioni merita attenzione poiché la questione viene spesso ignorata, dagli imprenditori, dai professionisti, ma persino dagli operatori giuridici italiani, che si approcciano, per la prima volta, al sistema giuridico spagnolo. Si pensa di poter demandare tutte le funzioni in capo ad un solo soggetto e cioè all’avvocato, come avviene in Italia ma così non è. L’equivoco di fondo è quello di parificare, o comunque avvicinare, la figura del “procurador” spagnolo con quella del procuratore legale che esisteva in Italia prima della riforma del 1997. Il procuratore legale era colui che, dopo la pratica, e dopo il superamento dell’esame di Stato, iniziava a svolgere la attività professionale di avvocato. Egli tuttavia poteva farlo pienamente solo nel distretto della corte di appello di appartenenza, applicando, peraltro, tariffe, i cui onorari erano dimezzati rispetto a quelle dell’avvocato. Decorsi 8 anni dalla iscrizione, il procuratore acquisiva automaticamente il titolo di avvocato e poteva estendere il proprio raggio di azione a tutto il territorio nazionale. Quindi, essenzialmente, le figure e le funzioni per molti aspetti coincidevano. È scomparso, dopo il ’97, perciò, il titolo di procuratore, ma non la funzione di rappresentanza che, da sempre, viene svolta dall’avvocato, unitamente a quella di assistenza e difesa. Di fatto l’avvocato in Italia ha sempre accentrato in sé sia le funzioni di procuratore, inteso nel senso di rappresentanza, che di difensore, nel senso di assistenza tecnica e difesa della parte. La figura del procurador neppure va confusa con quella del Procuratore della Repubblica, ruolo che in Italia riveste colui che svolge indagini e impersona la pubblica accusa nei procedimenti penali. Ciò chiarito, vediamo come si possa conferire l’incarico di rappresentanza al procurador spagnolo da parte del cliente italiano. Considerata la importanza delle funzioni assegnate e la obbligatorietà imposta dalla legge, tale incombente si appalesa ineludibile e la scelta del procurador risulta molto importante per l’assistito.

La procura è l’atto attraverso il quale si conferiscono i poteri di rappresentanza. In Spagna esistono di tre tipi: generale, speciale e specialissima. Essa deve essere rilasciata tutte le volte che si intenda (o che si debba) conferire il potere di rappresentanza. Quindi è sempre necessaria per il procuratore, mentre non è necessaria per la mera difesa tecnica ed assistenza dell’avvocato. La procura non può essere data, rilasciando il mandato direttamente all’avvocato (come accade in Italia) e cioè facendosi “autenticare” la firma dall’avvocato stesso, bensì necessita di un atto pubblico, redatto da un notaio; oppure la si può conferire “apud acta” per il tramite del segretario giudiziale presso il tribunale; o infine ricorrendo al gratuito patrocinio cioè per il tramite del collegio dei procuratori. Quindi se ciò che conferiamo è rappresentanza, serve la procura, sia che la si dia al procuratore (regola generale valida in quasi tutti i casi) sia che la si dia all’avvocato (cosa che si verifica, solo eccezionalmente). La procura generale conferisce i poteri ordinari e necessari relativi al processo. Si possono escludere alcuni poteri o limitarne altri, ma ciò non è consigliabile, soprattutto per la parte che viva e risieda all’estero. La procura speciale, da parte sua, è necessaria invece per la rinuncia, la transazione, l’arbitrato, la conciliazione o altri atti specifici che comportino la definizione della controversia. È consigliabile in ogni caso inserire anche nella procura generale tali facoltà e, in particolare, quelle di rinuncia, transazione e conciliazione, poiché in Spagna la prima udienza è di regola destinata al tentativo di conciliazione e dunque, a meno che la parte non compaia personalmente, il procuratore sprovvisto di idonea procura non potrebbe compiutamente assolvere le funzioni di rappresentanza. Ci sono poi atti che, comunque, non possono essere delegati a nessuno, come l’interrogatorio formale e la perizia calligrafica. Infine ci sono atti che richiedono la procura specialissima: ciò accade per esempio nella ratifica degli accordi di divorzio. A tal proposito, si pensi che due procuratori muniti di procura specialissima, potrebbero, teoricamente, svolgere da soli tutte le pratiche di divorzio, compresa la comparizione dinanzi al giudice. Va chiarito infine che, attraverso una singola procura possono essere nominati anche più procuratori, cosa sempre consigliabile per evitare di trovarsi scoperti. Come già detto, non è necessaria la procura per conferire l’incarico all’avvocato che assuma la mera difesa tecnica ed assistenza. Tuttavia, è consigliabile porre per iscritto l’oggetto dell’incarico e, sempre per iscritto, pattuire i relativi compensi.

Come si conferisce una procura dall’Italia. Vediamo adesso come in concreto la parte residente in Italia possa conferire poteri di rappresentanza in Spagna senza ivi recarsi. Prima di tutto però dobbiamo tenere presente che in Spagna le procure sono valide solo se redatte con le forme previste secondo la propria specifica normativa. Devono essere conferite per atto pubblico; con specifica dei dati necessari relativi alle parti, al procedimento, ecc.; devono essere redatte in spagnolo o in doppia lingua; infine debbono contenere la “postilla” dell’Aia (compito che in Italia è delegato alla Procura della Repubblica). Dunque la prima difficoltà è quella di reperire un Notaio che conosca la lingua spagnola. Se si vuole ovviare si può ricorrere direttamente al consolato di Spagna, o meglio al console in persona, il quale, esso pure, ha funzioni notarili. Tuttavia se la parte non è un privato ma una società, il console non è tenuto a prestare detto servizio e, qualora comunque intenda farlo, Egli ha necessità di verificare previamente che la parte che si presenta al suo cospetto abbia i poteri necessari di rappresentanza della società stessa ed inoltre che comprenda il contenuto di ciò che va a conferire. Il console, come detto, però per regola, avrebbe funzioni notarili rivolte solo a favore del cittadino. Quanto all’ipotesi di incaricare il notaio, il problema è che deve trattarsi di soggetto che sia in grado di redigere la procura in doppia lingua. Cosicché il consolato risulta essere la soluzione più praticata e meno costosa. Per inciso i consolati, in Italia, si trovano in tutti i capoluoghi di regione.

I procedimenti azionabili per il recupero del credito. Nel caso si renda necessario recuperare un credito nei confronti di un soggetto (persona fisica o giuridica) che abbia sede o residenza in Spagna, i procedimenti esperibili sono quelli qui sotto specificati: 1) il “juicio monitorio spagnolo”, assimilabile al nostro procedimento di ingiunzione; 2) Il “juicio cambiario” esperibile in Spagna quando si sia in possesso di titoli di credito (cheque, pagarè, letra de cambio); esso è apparentemente assimilabile per i requisiti richiesti al procedimento che in Italia si intraprende con il precetto, ma diverso è però il suo sviluppo procedurale.  3) Il procedimento monitorio europeo, parificato in tutti gli stati dell’Unione Europea (Danimarca esclusa). 4) Il procedimento europeo per somme di modesta entità (de escasa cuantia), anch’esso parificato a tutti gli Stati dell’Unione, eccetto la Danimarca. 5) E infine il nostro ricorso per ingiunzione (o procedimento monitoro italiano). Tutti i procedimenti, anche quelli intrapresi in Italia, vedranno la propria fase esecutiva svilupparsi totalmente in Spagna, salvo che il debitore non abbia beni aggredibili in Italia. In un prossimo commento vedremo quali siano i presupposti che consentano di accedere ad uno o più di questi procedimenti e quali siano gli adempimenti da compiere per raggiungere l’obbiettivo finale, che essenzialmente è quello di recuperare il proprio credito (cobrar dinero) in tempi e con costi quanto più possibile contenuti. Il ventaglio dei procedimenti azionabili è abbastanza ampio tanto più che oltre alle suddette procedure, per così dire sommarie, sarebbero esperibili anche altre azioni di carattere ordinario da incardinandare in Spagna o in Italia. A quest’ultimo tipo di procedure si può far ricorso nell’ipotesi in cui difetti la documentazione specifica, necessaria ed idonea per intraprendere i procedimenti sommari di cui sopra, o nel caso in cui si abbia necessità di meglio articolare fatti, domande, prove, etc.