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EVENTO 5 DICEMBRE

Mercoledì 5 dicembre avremo come ospiti e speaker due stelle del panorama sportivo Italo-Spagnolo: Ivan Basso, ex campione italiano del mondo di ciclismo e Alberto Contador, uno dei maggiori corridori spagnoli.

L’evento, realizzato grazie alla collaborazione di Verti e Leaseplan, avrà inizio alle ore 17:45 e verterà sul tema Sport & Leadership. In questa occasione i due campioni presenteranno un progetto che coinvolge Italia e Spagna nel dare il via alla nuova squadra di giovani ciclisti.

Confermate la vostra partecipazione all’indirizzo info@camacoes.it o chiamando al numero +39 02 86 11 37.

5-8 NOVEMBRE – MISSIONE COMMERCIALE A BOLOGNA E PARMA

La Cámara Oficial de Comercio de España en Italia organiza una misión comercial entre Parma y Bolonia en colaboración con Cámara de Burgos y Burgos Alimenta

Milán, 12 de noviembre – La Cámara Oficial de Comercio de España en Italia ha organizado una misión comercial entre Parma y Bolonia en colaboración con Cámara de Burgos y Burgos Alimenta. Del 5 al 8 de noviembre empresas burgalesas del sector agroalimentario han mantenido reuniones B2B con distribuidores locales además de un “retail tour” en las dos ciudades.

Italia es un mercado de gran interés para empresas españolas del sector agroalimentario. Lo consideramos como un ejemplo a seguir en muchos aspectos y de ahí la idea de realizar un tour de las tiendas de mayor referencia en la zona. Hemos cogido ideas e inspiración, volvemos muy enriquecidos de la experiencia” ha declardo Ignacio Ruiz, Director de la Internazionalización para la Cámara de Burgos.

A lo largo de los cuatro días las empresas de la región de Burgos han sido recibidos en varias tiendas de las dos ciudades italianas y han intercambiado opiniones sobre los productos italianos y españoles con expertos del sector en Italia.

FICO Eataly World, el parque temático del agri-food en Bolonia, ha abierto sus puertas a las empresas con una visita guiada de las principales atracciones mientras en la Antica Corte Pallavicina la delegación ha podido degustar los platos del chef con una estrella Michelin, Massimo Spigaroli, así como visitar el Museo del Culatello.

Progetto senza titolo (50)

Además, los delegados de las instituciones españolas presentes en la misión han tenido la oportunidad de encontrar en el ayuntamiento de Parma Cristiano Casa (Asesor de Turismo, Comercio y Actividades Productivas), Massimo Spigaroli (Presidente de Fondazione Parma Unesco) y Alessandra Foppiano (directora de Parma Alimentare).

“Las provincias de Burgos y de Parma son muy similares: enogastronomía y turismo son aspectos que tenemos en común. La feria CIBUS también nos ha parecido muy interesante: valoraremos si participar de alguna forma en la edición de 2019” ha comentado José Antonio Gómez Yagüe de la Diputación de Burgos para Burgos Alimenta. “Gracias a la Cámara Oficial de Comercio de España en Italia por habernos apoyado en la organizacion de este viaje comercial. Ha sido una experiencia muy positiva”.

Patricia Dominguez Garzón, Responsable de Business Development para la Cámara que ha acompañado las empresas durante toda la misión, se ha declarado satisfecha del resultado. “La misión en Parma y Bolonia encaja perfectamente con el línea que está tomando nuestra Cámara a lo largo de los últimos años”. Sigue: “Queremos fortalecer las relaciones con las Cámaras regionales en España y las oficinas de promoción exterior, y servir como herramienta de España en el mercado italiano, con el fin de ayudar a las empresas a aumentar su mercado”.

ABBATESCIANNI

GLI ARBITRATI CONTRO IL TAGLIO DEGLI INCENTIVI AL FOTOVOLTAICO IN SPAGNA

di Avv. Mara de La Vega

Nel 2010 il governo spagnolo imponeva con effetto retroattivo il taglio dell’incentivazione a premio orario per gli impianti fotovoltaici. Successivamente, nel 2013, approvava un’ulteriore misura che prevedeva la riduzione degli incentivi alle energie rinnovabili. Queste misure hanno dato luogo a vari arbitrati d’investimenti contro il Regno di Spagna.

Gran parte degli arbitrati istruiti si basavano sulla Carta dell’Energia, un trattato internazionale multilaterale ideato per proteggere gli investimenti energetici a lungo termine. Tale trattato prevede tre opzioni per dirimere le controversie arbitrali: il ricorso al Centro Internazionale per il Regolamento delle Controversie Relative ad Investimenti (ICSID) presso la la Banca Mondiale, all’Arbitration Institute presso la Camera di Commercio di Stoccolma (SCC) e alla Commissione delle Nazioni Unite per il Diritto del Commercio Internazionale (UNCITRAL). Attualmente sono approssimativamente 30 le cause pendenti che coinvolgono investitori internazionali, per un valore di Euro 7.500 milioni. In questo momento la situazione è sfavorevole allo stato spagnolo, che ha vinto soltanto due controversie su sei.

Il primo di questi arbitrati, istruito nel 2016 dalla società Charanne, non è stato accolto dalla tribunale arbitrale di Stoccolma. Charanne è ricorsa contro le modifiche al sistema degli incentivi del 2010 che per il tribunale arbitrale, invece, non costituivano una violazione dello standard FET (Fair and Equitable Treatment) contenuto nella Carta dell’Energia. Anche il secondo ricorso, proposto da Isolux presso il tribunale arbitrale di Stoccolma – ma fondato sui tagli agli incentivi del 2013 – ha avuto esito favorevole alla Spagna.

Invece, nel maggio 2017, è arrivato il primo esito negativo per il governo spagnolo, con la vittoria del fondo Eiser presso l’ICSID, il Centro Internazionale per il Regolamento delle Controversie Relative ad Investimenti della Banca Mondiale. Successivamente, nel febbraio 2018, nel caso Novenergia, la Camera di Commercio di Stoccolma ha emesso un lodo contro il Regno di Spagna per avere infranto gli standard di protezione degli investimenti di cui alla Carta dell’Energia, ritenendo che la riforma del 2013 fosse stata “radicale, drastica e inaspettata”. Il conseguente lodo è stato reso privo di effetti a tempo indefinito dalla Corte di Appello svedese. Il terzo lodo avverso al governo di Spagna, emesso da un tribunale arbitrale istituito presso l’ICSID, ha dato in parte ragione a Masdar Solar & Wind Cooperatief, fondo situato nei Paesi Bassi ma di proprietà dell’Emirato di Abu Dabi. Nel giugno 2018 la Spagna ha perso il quarto arbitrato d’investimenti riguardante taglio degli incentivi alle rinnovabili. L’ICSID ha infatti emesso un lodo in favore del fondo Antín, ritenendo che la modifica nella regolamentazione degli incentivi fosse stata così repentina da violare la Carta dell’Energia.

Bisogna tenere presente che il 10 novembre 2017 è stata pubblicata una Decisione della Commissione Europea in cui si sostiene che, essendo la maggioranza degli arbitrati contro Spagna intrapresi da investitori di altri paesi dell’ UE, tali arbitrati dovrebbero essere ritenuti contrari al diritto dell’Unione. A ciò si aggiunga che la Corte di Giustizia dell’UE, con una sentenza del marzo 2018, ha annullato un lodo in una controversia tra un’ impresa olandese (Achmea) e la Slovacchia, in quanto tale decisione sarebbe stata contraria al diritto europeo. E’ una sentenza che non concerne la Spagna, ma che è stata ugualmente ricevuta con entusiasmo. Olanda e Slovacchia hanno firmato un trattato per favorire gli investimenti in entrambi i paesi. L’accordo stabiliva anche un sistema di arbitrato internazionale per la risoluzione delle controversie. La Corte di Giustizia UE ne ha concluso che la clausola arbitrale del trattato fosse contraria all’autonomia del Diritto dell’Unione, e pertanto incompatibile con questo. Inoltre bisogna tenere presente che l’UE ha avvertito la Spagna che qualsiasi risarcimento riconosciuto da un tribunale arbitrale agli investitori esteri dovrà essere sospeso ed essere notificato alla Commissione in quanto potrebbe configurarsi come aiuto di stato.

Tale scenario rende la situazione circa l’eventuale esecuzione dei lodi arbitrali alquanto incerta.

EXTENDA

MISSIONE ELE ITALIA

Venerdì 30 novembre e sabato 1 dicembre si terrà a Roma, organizzata da Extenda, la seconda edizione della Missione ELE Italia: due giornate di incontri e conferenze, dedicati al settore dell’insegnamento della lingua spagnola, per il mercato italiano.

L’insegnamento dello spagnolo è un comparto di grande rilevanza per l’Andalusia se si considera che, secondo l’Istituto Cervantes, ogni anno la regione riceve circa 50.000 studenti, posizionandosi anche come la comunità spagnola con il maggior numero di centri di insegnamento per stranieri, con più di 150 scuole.

La missione si aprirà venerdì mattina, in collaborazione con La Consejería de Turismo en Roma (TURESPAÑA) con un’agenda di incontri commerciali B2B fra la delegazione di scuole di Spagnolo per stranieri provenienti dall’Andalusia e tour operator linguistici italiani con sede a Roma.

Il programma procede Il giorno successivo con un ciclo di interventi sul tema ELE, realizzato in collaborazione con la Consejería de Educación dell’Ambasciata di Spagna a Roma. Questa seconda giornata di conferenze si terrà presso il Liceo Ginnasio Statale Virgilio, e vedrà come relatori i docenti delle 5 scuole andaluse in visita, per un pubblico di professori di spagnolo di Istituti, Licei e Università della Capitale.

 Per ricevere maggiori informazioni circa l’evento, contattare italia@extenda.es o telefonare allo

02 99990320.

BFF Banking Group

I tempi di pagamento? Da lunghi diventano brevi.

BFF Banking Group, leader in Europa nella gestione del credito e nei servizi finanziari specializzati per i fornitori della sanità e delle amministrazioni pubbliche, ha sviluppato una soluzione dedicata agli investimenti effettuati in conto capitale. Un sostegno per le imprese che lavorano nella riqualificazione tecnologica, per l’efficientamento energetico delle infrastrutture, e le forniture di presidi medico chirurgici.

La nuova soluzione finanziaria sviluppata da BFF Banking Group è nata in collaborazione con un cliente attivo nel settore dell’efficientamento energetico e può essere estesa a tutti gli investimenti in conto capitale. Apre le porte a un nuovo modo di operare per le aziende che collaborano con la P.A. e la Sanità, facilitandone anche i rapporti commerciali. In breve, l’intervento di BFF Banking Group permette di deconsolidare l’investimento finanziario iniziale che i fornitori affrontano per i lavori, la produzione e l’installazione dei prodotti oggetto della fornitura (per le utilities, delle infrastrutture di rete per le amministrazioni locali; per i presidi medico chirurgici, lavori di preparazione prima dell’installazione dei dispositivi e fornitura degli stessi) e consente di acquistare nel tempo i crediti derivanti dalla fornitura di servizi e di manutenzione.

L’apporto qualificato e specializzato di BFF Banking Group garantisce la massima efficacia dell’investimento, consentendo all’impresa di focalizzare la propria attenzione sull’offerta del servizio e sulla valorizzazione dei propri asset produttivi

MISSIONE COMMERCIALE AD A CORUÑA

La Camera di Commercio Ufficiale di Spagna in Italia sta collaborando con la Camera di Commercio di A Coruña in occasione della fiera A Coruña EXPOPYMES, evento finalizzato all’ internazionalizzazione della regione spagnola della Galizia, che si terrà il 20 novembre.

Si tratta di una fiera internazionale orientata allo sviluppo di collaborazioni tra il meglio della produzione alimentare galiziana e potenziali nuovi buyer provenienti da tutto il mondo.

Per questa occasione, la Camera selezionerà tre compratori (distributori, importatori, responsabili acquisti) che avranno la possibilità di partecipare gratuitamente. Ai professionisti selezionati verrà data la possibilità di incontrare individualmente i responsabili delle aziende produttrici che siano di loro interesse.

A Coruña EXPOPYMES

Per maggiori informazioni:

Martina Lopinto – Internazionalizzazione e Commercio Estero

martina.lopinto@camacoes.it

 

COCUZZA & ASSOCIATI

Diritto di accesso ai documenti della Pubblica Amministrazione e abuso del diritto

di Thomas Mambrini e Alice Montefusco

Con la sentenza n. 1951 dell’11.10.2017, il TAR Milano nel decidere un caso relativo all’istituto dell’accesso civico generalizzato, introdotto dal d.lgs. n. 33 del 2013 (c.d. Decreto Trasparenza), ha dettato alcuni principi riguardo ai limiti entro l’accesso cui può essere legittimamente esercitato, senza che sfoci in un abuso del diritto.

A seguito dell’entrata in vigore del D.lgs. 33/2013 e delle successive modifiche operate con il D.lgs. 97/2016, nel nostro ordinamento sono presenti varie tipologie di accesso ai documenti detenuti dalle Pubbliche Amministrazioni, che, seppur accomunate dall’obiettivo di garantire la massima trasparenza e partecipazione dei cittadini all’azione della P.A., si differenziano quanto a presupposti, e, appunto, limiti al loro utilizzo.

La più risalente, è quella prevista dall’art. 22 della L. 241/1990, c.d. accesso documentale, che consente ai privati legittimati che vantino un interesse specifico, che deve essere dagli stessi dimostrato, di prendere visione ed estrarre copia di tutti i documenti formati o comunque detenuti dalla Pubblica Amministrazione; finalità dell’istituto è quella di garantire ai privati la possibilità di tutelare le proprie posizioni giuridiche soggettive, anche mediante una più fattiva partecipazione ai procedimenti svolti dalla P.A. L’istanza all’accesso determina l’avvio di un procedimento che necessariamente coinvolge gli eventuali soggetti controinteressati, i quali potranno motivatamente opporsi all’esibizione dei documenti richiesti, opposizione di cui la P.A. dovrà tenere conto nell’accordare o negare l’accesso. La norma prevede alcuni limiti all’esercizio del diritto, sia quanto ai documenti accessibili (sono per esempio esclusi i documenti soggetti a segreto di Stato, oppure quelli che riguardino la vita privata o la riservatezza delle persone), sia per quanto attiene alle modalità, stabilendo espressamente che non sono ammissibili istanze di accesso che siano preordinate ad un controllo generalizzato dell’operato delle Amministrazioni Pubbliche.  

Il D.lgs. 33/2013 prevede due ulteriori forme di accesso ai documenti; l’art. 5, comma 1, individua il c.d. accesso civico, previsto quale rimedio per la mancata pubblicazione di atti e documenti che la Pubblica Amministrazione è già obbligata a pubblicare in base alla legge. Con la riforma del 2016, è stato poi previsto il c.d. accesso generalizzato (art. 5, comma 2), la cui finalità è quella di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e di promuovere la partecipazione al dibattito pubblico; coerentemente il Legislatore ha previsto che l’accesso generalizzato possa essere svolto da chiunque, senza particolari limitazioni soggettive e senza la necessità di esplicitare i motivi della richiesta. L’art. 5 bis del D.lgs. n. 33 stabilisce precisi limiti all’accesso, alcuni assoluti (divieto di divulgare informazioni soggette a segreto in base alla legge), altri relativi (divieto di divulgare informazioni che possano pregiudicare interessi pubblici o privati, sulla base di un giudizio teso al contemperamento degli opposti interessi rimesso alla Pubblica Amministrazione procedente). Come anche precisato dall’A.N.A.C. con le linee guida del dicembre 2016 (delibera n. 1309 del 28.12.2016), il principio generale è quello della massima trasparenza ed accessibilità ai documenti ed alle informazioni, mentre i limiti ed i divieti costituiscono l’eccezione, limiti che pertanto dovranno essere interpretati ed applicati in maniera restrittiva.

A differenza di quanto previsto dall’art. 22 L. n. 241 per l’accesso documentale, il D.lgs. 33/2013 non reca limiti di ammissibilità delle istanze di accesso civico in termini “quantitativi”, ovvero dirette al controllo “espansivo” dell’operato della P.A., ciò in quanto è proprio la finalità dell’istituto dell’accesso generalizzato ad escludere l’apposizione di un tale limite che, in astratto, potrebbe frustrarne l’obiettivo stabilito dal Legislatore che, ricordiamo, è quello di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali.

D’altra canto, è altresì evidente che un utilizzo non corretto dell’istituto può determinare un onere eccessivamente gravoso per la Pubblica Amministrazione, come nel caso deciso dal TAR di Milano con la sentenza in commento, dove un privato aveva richiesto copia “…di tutte le determinazioni complete degli allegati emanate nel corso dell’anno 2016 da tutti i Responsabili dei servizi nell’anno 2016”, cui peraltro hanno fatto seguito due ulteriori istanze volte ad ottenere copia di tutte le determinazioni di tutti i Settori dell’Ente emanate nei mesi di gennaio, febbraio e marzo del 2017. Il Comune richiesto ha negato l’accesso, ritenendo l’istanza del privato una “richiesta massiva”, ai sensi della delibera A.N.A.C. del dicembre 2016, che avrebbe imposto un facere straordinario alla P.A., idonea ad aggravarne l’ordinaria attività.

Il TAR Lombardia nel confermare il diniego comunale ha fatto uso dei principi in tema di buona fede ex art. 1175 C.C. e del correlato divieto di abuso del diritto. Premette il Collegio che il dovere di buona fede si pone non più solo come criterio per valutare la condotta delle parti nell’ambito dei rapporti obbligatori, ma anche come canone per individuare un limite alle richieste e ai poteri dei titolari di diritti. Pertanto, la richiesta del privato che risulti manifestazione sovrabbondante e pervasiva, seppur formalmente corretta ed ammissibile, deve ritenersi contraria a buona fede dell’istituto dell’accesso generalizzato, avendo il privato abusato del diritto riconosciutogli dall’ordinamento. Continua il TAR ribadendo come la finalità dell’istituto dell’accesso generalizzato sia quella di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche, costituendo uno strumento di tutela dei diritti dei cittadini e di promozione della partecipazione degli interessati all’attività amministrativa, ma precisa che lo strumento stesso non può essere utilizzato in modo disfunzionale rispetto alla predetta finalità ed essere trasformato in una causa di intralcio al buon funzionamento dell’Amministrazione.

La verifica circa l’utilizzo dell’accesso generalizzato secondo buona fede, secondo il TAR di Milano, deve essere operata dall’Amministrazione “….caso per caso, al fine di garantire – in un delicato bilanciamento – che, da un lato, non venga obliterata l’applicazione dell’istituto, dall’altro lo stesso non determini una sorta di effetto “boomerang” sull’efficienza dell’Amministrazione”.

Più recentemente il TAR di Bari con la sentenza 234/2018, con riferimento un caso simile a quello deciso dal TAR milanese, ha fornito ulteriori indirizzi per procedere alla verifica circa il corretto uso dell’istituto dell’accesso generalizzato. Anche in questo caso a fronte di un’istanza “massiva” l’Ente ha opposto un diniego giustificato dall’eccessivo onere che ne sarebbe conseguito all’Ente stesso per esaudire la richiesta del privato, a discapito del buon funzionamento ed economicità dell’azione amministrativa. Secondo il TAR Puglia il diniego basato sul buon andamento della Pubblica Amministrazione deve ritenersi ammissibile, ma soggetto ad un onere motivazionale rafforzato. Inoltre, proseguono i giudici, prima di negare l’accesso, la P.A. dovrà instaurare un dialogo cooperativo con l’istante, finalizzato a ridefinire l’oggetto della domanda entro limiti compatibili con i principi di buon andamento e di proporzionalità, così come tra l’altro suggerito dal Dipartimento della Funzione Pubblica con la circolare n. 2 30.5.2017.

STUDIO LEGALE TOSATO

Le novità in materia di privacy. In particolare, la disciplina applicabile agli stabilimenti di imprese nell’UE

di Studio Legale Tosato

È ormai noto che il 25 maggio scorso è entrato in vigore il Regolamento europeo n. 2016/679 che disciplina il trattamento dei dati personali (c.d. GDPR, dall’inglese General Data Protection Regulation).

Le norme del GDPR sono applicabili ai trattamenti di dati personali effettuati nell’ambito delle attività di uno stabilimento collocato nel territorio di uno degli Stati membri dell’UE, indipendentemente dal fatto che l’effettivo trattamento dei dati sia effettuato o meno nell’UE.  In ogni caso, le norme del Regolamento sono applicate ogniqualvolta il trattamento riguardi dati personali di interessati che si trovino nell’Unione.

Il GDPR fa riferimento ad una nozione di “stabilimento” che implica l’effettivo e reale svolgimento di un’attività tramite un’organizzazione stabile, indipendentemente dalla forma giuridica assunta.

Per le imprese che abbiano stabilimenti in più d’uno degli Stati membri UE diviene fondamentale identificare il proprio stabilimento principale, in quanto questa operazione consentirà di individuare l’autorità capofila tra le autorità nazionali di controllo per la protezione dei dati.

In proposito, il Regolamento chiarisce che lo stabilimento principale è, alternativamente, quello in cui l’impresa ha la sua amministrazione centrale o quello in cui sono adottate le decisioni relative al trattamento dei dati personali. Per i gruppi d’imprese, lo stabilimento principale del gruppo coinciderà con quello dell’impresa controllante.

Se un’impresa ha più stabilimenti nell’UE, di norma è considerato stabilimento principale il luogo dell’amministrazione centrale dell’impresa. Tuttavia, se le decisioni sulle finalità e i mezzi del trattamento sono prese in un altro stabilimento – che ha anche la facoltà di ordinare l’esecuzione di tali decisioni – quest’ultimo stabilimento diventa lo stabilimento principale. Spetta ai titolari del trattamento stabilire chiaramente dove sono prese le decisioni sulle finalità e i mezzi del trattamento dei dati personali.

L´obiettivo della devoluzione di competenze a favore dell´autorità capofila è garantire l´esistenza di uno “sportello unico” per i trattamenti transfrontalieri di dati personali: principio sancito dal paragrafo 6 dell´art. 56 del GDPR (“L´autorità di controllo capofila è l´unico interlocutore del titolare del trattamento o del responsabile del trattamento in merito al trattamento transfrontaliero effettuato da tale titolare o responsabile“).

Per le imprese dell’UE, soprattutto per le PMI, la nuova normativa dovrebbe ridurre il costoso onere amministrativo di doversi adeguare alle diverse normative, favorendo così le loro possibilità di espandersi al di là dei confini su basi concorrenziali più eque.

Il Regolamento si occupa nel Capo VII della cooperazione fra l´autorità capofila e le altre autorità, ma anche fra le autorità di controllo in generale. Su questo punto, il Garante per la protezione dei dati personali aveva già pubblicato, in data 02.01.2018, delle indicazioni per chiarire la disciplina dell´autorità di controllo capofila e la cooperazione prevista dal meccanismo di “sportello unico” nel Regolamento.

La disciplina specifica del gruppo d’imprese include altresì la possibilità di nominare un unico responsabile della protezione dei dati per l’intero gruppo, a condizione che lo stesso sia agevolmente raggiungibile dalle altre componenti del gruppo, nonché quella di sottoporre all’autorità di controllo capofila norme di autoregolamentazione, relative al trattamento dei dati personali, vincolanti per le imprese facenti parte del raggruppamento.

Al fine di adattare l’ordinamento interno al GDPR il Governo Italiano, in attuazione della legge di delegazione europea 2016 – 2017 (l. 25.10.2017, n. 163) ha adottato il D.Lgs. 10.08.2018, n. 101, entrato in vigore il 19.09.2018.

Il decreto non reca disposizioni specifiche in merito al trattamento dei dati personali effettuati da un’impresa proveniente da un altro Stato membro che abbia uno stabilimento in Italia.

Il testo innova, invece, la disciplina in merito alle sanzioni penali ed amministrative conseguenti alla violazione delle norme in materia di privacy e prevede un’applicazione semplificata della normativa per le micro, piccole e medie imprese.

Da ultimo vale la pena notare che, per quanto non si rinvengano ancora sentenze relative all’applicazione del nuovo quadro normativo, la giurisprudenza di legittimità ha già avuto modo di richiamare il GDPR al fine di chiarire il proprio orientamento in merito alla natura del consenso dell’interessato. In particolare Cass. civ., sez. I, 02/07/2018, n. 17278, interpretando la nozione di “consenso” contenuta nell’ormai vetusto codice della privacy alla luce della definizione di “consenso informato” propria del GDPR, ha chiarito che quest’ultimo non ammette alcuna compressione né perturbazione derivante da stratagemmi o sotterfugi che potrebbero essere adottati dal titolare del trattamento.

STUDIO LEGALE MENICHETTI

Controlli sulla prestazione lavorativa del dipendente ad opera di un’agenzia investigativa

di dr.ssa Camilla Perusi

Con la recente sentenza n. 21621/2018, la Corte di Cassazione è intervenuta nuovamente sulla  vexata quaestio relativa alla legittimità del ricorso, da parte del datore di lavoro, ad un’agenzia investigativa per vigilare sull’attività lavorativa del dipendente.

Il caso sottoposto al vaglio della Suprema Corte riguardava l’impugnazione d’un licenziamento per giusta causa intimato per aver un dipendente, nello svolgimento delle sue mansioni d’addetto al sistema di rilevazione delle presenze in servizio, fatto fittiziamente figurare la propria presenza sul posto di lavoro in diverse giornate lavorative, secondo quanto era emerso in sede di controlli eseguiti dal datore di lavoro a mezzo di un’agenzia d’investigazione.

Nei primi due gradi di giudizio, la domanda d’impugnativa del licenziamento proposta dal lavoratore era stata respinta.

Dello stesso avviso non è stata, invece, la Suprema Corte, che, accogliendo il motivo di ricorso per cassazione deducente la violazione e falsa applicazione degli artt. 2 e 3, L. n. 300/1970, ha ritenuto che “il controllo delle guardie particolari giurate, o di un’agenzia investigativa, non possa riguardare, in nessun caso, né l’adempimento, né l’inadempimento dell’obbligazione contrattuale del lavoratore di prestare la propria opera […], ma debba limitarsi agli atti illeciti del lavoratore non riconducibili al mero inadempimento dell’obbligazione”.

Con riferimento alla portata dei succitati artt. 2 e 3 dello Statuto dei Lavoratori, la Suprema Corte ha rilevato che tali norme, che  “delimitano, a tutela della libertà e dignità del lavoratore, in coerenza con disposizioni e principi costituzionali, la sfera d’intervento di persone preposte dal datore di lavoro a difesa dei propri interessi, e cioè per scopi di tutela del patrimonio aziendale (art. 2) e di vigilanza dell’attività lavorativa (art. 3) […], non precludono il potere dell’imprenditore di ricorrere alla collaborazione di soggetti (come, nella specie, un’agenzia investigativa) diversi dalle guardie particolari giurate per la tutela del patrimonio aziendale, né, rispettivamente, di controllare l’adempimento delle prestazioni lavorative e, quindi, di accertare mancanze specifiche dei dipendenti, ai sensi degli artt. 2086 e 2104 c.c., direttamente o mediante la propria organizzazione gerarchica”.

La Cassazione ha ribadito il principio secondo cui il controllo delle guardie particolari giurate o di un’agenzia investigativa non può “riguardare, in nessun caso, né lì adempimento, né l’inadempimento dell’obbligazione contrattuale del lavoratore di prestare la propria opera”, non potendo esso sconfinare in un controllo che coinvolge l’attività lavorativa del dipendente, riservata dall’art. 3, L. n. 300/1970 direttamente al datore di lavoro e ai suoi collaboratori.

LABLAW

Le misure annunciate della Legge di Bilancio 2019: dagli ammortizzatori alle pensioni passando per il reddito di cittadinanza

di Luca Failla
Professore a contratto presso l’Università LUM Jean Monnet di Casamassima (Bari)

E’ difficile fare una previsione in merito a quelle che diventeranno le nuove certe misure della Legge di Bilancio 2019, ma ad oggi qualche elemento su cui concentrare l’attenzione lo abbiamo già. Si discute infatti da alcuni mesi di una riforma delle pensioni, non proprio una integrale revisione della riforma del 2012 (finanziariamente difficilmente sostenibile) ma l’adozione di alcuni correttivi (un ritorno al sistema delle quote, caratterizzato dalla possibilità di utilizzare, ai fini del raggiungimento dei requisiti pensionistici la somma tra un determinato requisito anagrafico e un determinato requisito contributivo). La novità andrà necessariamente valutata e interpretata anche alla luce della forte crescita della previdenza complementare che si è registrata negli ultimi 20 anni (rafforzata dal sistema di garanzie in ambito comunitario voluto dalla Direttiva UE 2016/2341), che ha reso il Secondo Pilastro una vera importante integrazione dell’assegno pensionistico nel quadro di un sistema costituzionale e previdenziale pur fondato sulla Previdenza obbligatoria. Il che ovviamente aiuta il privato cittadino a comprendere meglio la finalità di misure quali la “RITA” approvate negli ultimi anni.
Si è discusso e si discuterà ancora di quello che è divenuto per una certa parte un manifesto elettorale, ossia il reddito di cittadinanza. Misura diretta a sostenere il reddito di chi si trova al di sotto della soglia di povertà relativa.
In una delle note di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza al quale il Governo sta lavorando, si legge infatti, con riguardo proprio al reddito di cittadinanza, che il beneficio da un punto di vista strutturale e pratico – al di là quindi delle problematiche connesse con il suo finanziamento – è legato ad alcuni elementi di condizionalità ossia la previsione della decadenza dopo un certo numero di offerte di lavoro. Quindi, a parere della Banca d’Italia l’accesso alla misura e la sua effettiva operatività, nella pratica, risulterà necessariamente legata ad un maggiore efficienza ed al potenziamento dei Centri per l’impiego.
E qui arriviamo all’altra misura, già annunciata e prontamente attuata con il D.L. n. 109/2018 (il decreto Genova). Si tratta dell’annunciato ritorno della CIGS per cessazione di attività.
Misura anticipata a settembre proprio in previsione della nuova Legge di Bilancio (il decreto è agganciato alla Finanziaria 2019 e dovrà essere convertito entro fine anno) ma che proprio perché caratterizzata da un forte impatto mediatico, legato alla previsione della fine delle risorse degli ammortizzatori avviati nel 2015, ha di fatto concentrato l’attenzione dell’opinione pubblica non sul suo meccanismo strutturale (che vedremo tra un attimo) ma sulla sua prefigurata finalità, ossia evitare la perdita di posti di lavoro.
Il Decreto prevede, infatti, che a decorrere dal 29 settembre 2018 e per gli anni 2019 e 2020 il trattamento di integrazione salariale straordinaria per crisi aziendale può essere riconosciuto – in presenza di determinate condizioni – sino a dodici mesi limitatamente a ciascun anno 2018, 2019 e 2020 in favore di quelle imprese, anche in procedura concorsuale, che abbiano cessato la propria attività produttiva e per le quali non si siano ancora ancora concluse le procedure per il licenziamento di tutti i lavoratori, ovvero esse siano in corso di cessazione.
La norma precisa che il trattamento di integrazione salariale straordinaria può essere concesso in deroga agli articoli 4 e 22 del D.lgs. n. 148/2015 – che disciplinano rispettivamente la durata massima complessiva di 24 mesi (30 per le imprese dell’edilizia e affini) in un quinquennio mobile per ciascuna unità produttiva dei trattamenti di integrazione salariale e le singole durate massime per ciascuna
causale. In definitiva una sorta di misura in deroga rispetto alle misure ordinarie legata sempre all’ipotesi “crisi aziendale”. Il tutto subordinato ad apposita procedura (un accordo con le parti sociali presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, al quale possono partecipare anche il Ministero dello sviluppo economico e la Regione interessata) e a determinate specifiche condizioni, peraltro quelle già previste per l’ipotesi “crisi aziendale” dall’articolo 2 del Decreto Interministeriale n. 95075 del 25 marzo 2017.
In definitiva può accedere al beneficio l’impresa che abbia cessato, in tutto o in parte, l’attività produttiva o assuma la decisione di cessarla, eventualmente nel corso dell’intervento di integrazione salariale a seguito dell’aggravarsi delle iniziali difficoltà, qualora sussistano le concrete prospettive di cessione dell’attività con il riassorbimento del personale ovvero si prospettino piani di reindustrializzazione. Il piano di cessione deve essere articolato in modo tale che sia garantita il più possibile la salvaguardia dei livelli occupazionali.
Delineata in sintesi la procedura che, per come è strutturata pare proprio agganciarsi alla disciplina in essere con una misura derogatoria – analoga a quella adottata nelle ultime Leggi di Bilancio con le aree di “crisi complessa” – e non, come ipotizzato, una vera e propria reintroduzione della CIGS per cessazione di attività, potrebbe essere utile, allora, ricordare quali sono i principi che hanno fatto da sfondo alla riforma degli ammortizzatori sociali tra i quali trova oggi collocazione la nuova misura. E questo già prima del Jobs Act.
Gli obiettivi della riforma risalgono infatti a moltissimi anni fa e affondano le radici nella stessa apertura del nostro mercato del lavoro dapprima al lavoro interinale e, oggi, alla somministrazione di lavoro. Stiamo parlando della stessa riforma dei Servizi per l’impiego risalente ormai a quasi 30 anni fa (ben prima del 1993) e ai meccanismi di progressiva cooperazione pubblico-privato messi in atto da quelle riforme, che hanno favorito non solo la nascita di quella importante fetta del mercato del lavoro che è costituita dalle Agenzie per il Lavoro ma la stessa riforma degli ammortizzatori sociali oggi in atto.
Tale riforma, intervenuta tra l’altro anche sui meccanismi di finanziamento degli ammortizzatori sociali, ha voluto restituire al sistema la sua finalità originaria, ossia quella di sostegno al reddito destinato ad accompagnare i processi di riorganizzazione industriale. Da qui il venir meno della secca causale CIGS per “cessazione di attività” (totale o parziale) e, da altro punto di vista, l’introduzione di un sistema di progressiva verifica degli impegni assunti in fase di domanda che coinvolge le parti fin dalla fase preparatoria del piano di riorganizzazione attraverso la previsione di un concreto programma diretto a garantire la salvaguardia dell’occupazione. Piano di reindustrializzazione nel quale viene agganciata oggi, almeno sulla carta, la nuova misura qualora, anche nel corso dell’intervento della CIGS e in caso di aggravamento delle condizioni, sia prevista la cessazione dell’attività.
E’ questo forse l’effetto più importante della disciplina che è stata introdotta nel 2015 e che non bisogna mai dimenticare. Riforma che ha voluto restituire centralità al sistema di relazioni industriali in un’ottica di ripresa dell’attività lavorativa e, ove non possibile, di rioccupazione.
L’obiettiva era (ed è) non tenere le persone legate ad aziende improduttive, ma aiutarle concretamente nei processi di riqualificazione professionale e nella ricerca di nuova occupazione. E’ questo l’intento che si è perseguito con la riforma che va letta proprio tenendo conto delle sue altre componenti essenziali, ossia la riforma dell’indennità di disoccupazione (la NASPI) e la revisione dei Servizi per il lavoro. E’ vero, alcuni Centri per l’Impiego non funzionano (la gran parte è collocata nel Centro Sud), altri funzionano male, altri ancora (pochi) sono esempi virtuosi di efficienza amministrativa e sapiente gestione delle risorse disponibili. La previsione di un loro coinvolgimento nella nuova
misura del “reddito di cittadinanza”, proprio perché legata al sistema delle offerte di lavoro richiederà necessariamente un loro potenziamento.
Certamente molto vi è ancora da fare, ma in tale contesto, se si vuole che le riforme funzionino realmente è necessario lasciare il tempo alle norme di consolidarsi attraverso la loro applicazione pratica. Con l’auspicio che il sistema delle deroghe in materia di ammortizzatori sociali riavviato con le ultime misure (dalle aree di crisi complessa alla ipotesi appunto di cessazione dell’attività) non facciano tornare indietro prevedendo forme di sussidi che mettano i lavoratori in una lunga, inutile, pericolosa e dequalificante fase di attesa. Meglio è certamente pianificare già nelle fasi iniziali della crisi percorsi di riqualificazione professionale (anche magari attraverso la cessione dell’attività con le garanzie di cui all’art. 2112 c.c. come previsto dal novo decreto) utilizzando la capillarità della rete pubblica dei Servizi per l’Impiego – che assicura tra l’altro l’accesso alle reti e ai sistemi di formazione territoriali – ma anche l’esperienza maturata negli ultimi 30 anni dalle Agenzie per il lavoro. Forse un’occasione per rendere finalmente concreta in questa opera di salvaguardia dell’occupazione, la cooperazione pubblico –privato.